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- Il programma digestivo dell’universo.
Ci sono settimane in cui la vita ti insegna qualcosa. E poi ci sono quelle in cui la vita… ti scarica addosso tutto il programma digestivo dell’universo. Ovviamente la mia è stata la seconda! Tutto è cominciato martedì, durante l’allenamento di basket di mio figlio. Corri, salta, palleggia... e poi, il colpo di scena. Una di quelle situazioni in cui lo sport diventa una forma di meditazione intestinale. Ritorni a casa con un bambino e un paio di pantaloncini pieni di umiltà. Mercoledì, plot twist. È Giordana. La maestra me la consegna in braccio come un fragile pacco Amazon Prime, già aperto, già... compromesso. Gli occhi lucidi, la pancia dolente, e uno sguardo che dice tutto: “Mamma, l’anima mi ha abbandonato. E anche il resto.” E lì capisci che non è solo un virus. È un passaggio di testimone. Un’eredità familiare. A chi tocca, non si offenda. Infatti, tocca a me. Un giorno intero di rituali antichi: sguardo perso nel vuoto, rumori inquietanti, tisana al finocchio tra le mani come se potesse salvarmi l’anima (spoiler: no). Sabato e domenica, finalmente la quiete. Il sole. Il respiro. “È passato”, diciamo. Siamo salvi. Illusi. Il 2 giugno decidiamo di andare al mare, come brave famiglie che vogliono dimenticare. Il mare ci accoglie, il sole ci scalda. Ma sulla via del ritorno, tra curve e nostalgia, arriva il colpo di grazia. Diciamo solo che il tragitto fino a casa è diventato un test di sopravvivenza. Una sfida tra dignità e gravità. A volte la gravità vince. Stamattina, ancora provata, provo a ricominciare. Scendo con il cane. Cerco di dimenticare. E proprio mentre Bolt si dedica alle sue consuete riflessioni esistenziali nel prato, arriva lui. Un piccione. Silenzioso. Preciso. Poetico nella sua crudeltà. Mi caca l’anima addosso. E allora capisci. Non è solo una settimana no. È un messaggio cosmico. Un invito al silenzio. Alla contemplazione. In certi giorni non basta la pazienza. Serve un miracolo e una buona lavatrice. Il piccione è un animale sottovalutato. Volatile urbano, disprezzato, snobbato, eppure onnipresente. Ma quando decide di colpire, lo fa con precisione chirurgica. E non è mai un caso. Essere colpiti da un piccione è un rito di passaggio. È la vita che ti dice: “Tu pensavi di aver toccato il fondo? Aspetta, che ti aggiusto il finale.” Oppure: “Ti sei appena ripresa da tutto? Bene. Ecco una nuova prova spirituale.” In alcune culture, inventate da me mentre cercavo salviette nello zaino, il piccione è considerato un messaggero del destino, portatore di benedizioni mascherate da umiliazioni. Una cacca in testa è il contrario di una medaglia: non la meriti, ma te la becchi lo stesso. In fondo, il piccione ti mette al tuo posto. Ti ricorda che puoi organizzare la giornata, ma non l’universo. Che puoi essere madre, guerriera, project manager del caos… ma c’è sempre qualcosa che vola sopra di te e decide di lasciare il segno. Non dal cielo, ma dal balcone al terzo piano. Un avvertimento! A Napoli lo sappiamo bene: se un piccione ti caca addosso, porta fortuna. Ce lo ripetiamo come mantra, come scusa, come autodifesa. “Porta fortuna!” ci gridano i passanti mentre cerchi di non piangere tornando a casa per cambiarti. Ma in fondo, è la città stessa che funziona così: tutto un equilibrio sottile tra il disastro e il miracolo, tra lo schifo e la benedizione. La cacca del piccione non è solo cacca: è ’a sciorta, la sorte. Un getto divino. Un’abluzione urbana. C’è chi si gioca i numeri al lotto; c’è chi si gratta; c’è chi si fa il segno della croce. E poi ci sono io, che mentre Bolt annusa un cespuglio, vengo colpita dalla trinità dello scorno: virus intestinale, mare rovinato, e piccione vendicativo. Eppure, una parte di me, vuole credere che sì, qualcosa di buono sta arrivando. Forse la cacca è solo un reset karmico. Una piccola pioggia digestiva dal cielo che ti ripulisce la vita (dopo avertela imbrattata per bene). Una benedizione travestita da incubo. E allora va bene… Mi affido alla saggezza popolare. Gioco 3 numeri al Lotto, bevo una tisana amara come la verità e accarezzo Bolt, che nel dubbio, sta alla larga dai piccioni. Perché a Napoli, anche la merda può essere un segno. E a volte, l’unico modo per sopravvivere è riderci sopra, e dire: “Addò ce sta ‘a munnezza, po’ nascere ‘na rosa.”
- Il rispetto si impara da piccoli.
Tutto è iniziato quando mi è comparsa un’immagine su Instagram… Era una di quelle immagini che ti fermano nel bel mezzo di uno scroll distratto. Una frase semplice e diretta, che mi ha colpito più di quanto pensassi. "Se un bambino non vuole dare un bacio o un abbraccio, non forzarlo. Il suo corpo è suo." L’ho riletta più volte. Mi sembrava ovvia, quasi banale. E poi un video di una mamma che insegna a sua figlia di 3 anni quali parti del corpo possono essere o non essere toccate. Eppure, se ci penso bene, non è affatto un concetto che mi avevano insegnato da piccola. Crescere negli anni in cui i baci e gli abbracci erano una sorta di moneta sociale, un dovere più che un gesto spontaneo, significava non mettersi mai il problema. Se la nonna voleva un bacio, glielo davi. Se la zia allargava le braccia, ti lasciavi abbracciare, anche se non ne avevi voglia. Nessuno mi aveva mai detto che potevo scegliere. Ricordate il famoso pizzicotto sulla guancia? Un classico intramontabile dell’infanzia di chiunque sia cresciuto negli anni ‘80 e ‘90. Una sorta di rito sociale a cui nessuno poteva sfuggire. Appena arrivavi a una riunione di famiglia, prima ancora di poter dire ciao, una zia, una vicina di casa o un'amica di tua nonna ti afferrava le guance con entusiasmo. E zac, il pizzicotto era servito. Ancora oggi, se ci penso, posso quasi sentirlo. Il fastidio, la pelle che bruciava, il sorriso forzato perché sapevi che, se avessi protestato, la risposta sarebbe stata sempre la stessa: "Ma che carino, guarda che guanciotte belle paffute! Dai, non fare il timido!" E guai a lamentarsi! Perché dire che non ti piaceva equivaleva a essere “ingrati”, “scostanti”, “bambini poco educati”. Ecco, il problema stava proprio lì. Quella cosa apparentemente innocua... un pizzicotto, un abbraccio forzato, un bacio imposto, insegnava implicitamente che il nostro corpo non ci apparteneva del tutto. Anche se non volevamo, lamentarsi non era un’opzione. Nessuno lo faceva con cattive intenzioni, ovviamente. Anzi, per loro era un gesto affettuoso, un modo di dimostrare affetto. Ma il messaggio che passava era sottile e potente. E se da bambino normalizzi questa dinamica, rischi di portartela dietro anche da grande. Guardando i miei figli oggi, capisco quanto sia importante che sappiano di poter dire di no. Se a un bambino non piace un pizzicotto, un abbraccio o un bacio, non è un capriccio. È una sensazione legittima. E imparare fin da piccoli che possono scegliere cosa accettare e cosa no è una lezione che si porteranno dietro per tutta la vita. Il rispetto per il corpo degli altri non si insegna con le parole, si dimostra con i gesti. Anche con quelli che sembrano piccoli e insignificanti. Perché, alla fine, sono proprio quelli che rimangono impressi. E così, come succede quando un’idea ti si infila in testa, ho iniziato a guardare certe dinamiche con occhi diversi. Soprattutto con i miei figli. “Dai un bacio alla nonna!”...Quante volte l’ho detto in automatico, senza neanche pensarci. Non per cattiveria. Un riflesso condizionato: il bacio era il sigillo della buona educazione, il gesto d’affetto che garantiva di essere un bambino gentile. Poi mi sono chiesta: e se in quel momento non avessero voglia? Non significa che non vogliono bene alla nonna, né che sono maleducati. Significa solo che in quel preciso istante non se la sentono di avere un contatto fisico. E allora? Perché dovrebbe essere un problema? Ho deciso di cambiare approccio. Se non vogliono dare un bacio, va bene. Invece di insistere, offro alternative: “Vuoi mandare un bacio con la mano? O preferisci un batti il cinque?” Sapete la cosa buffa? Spesso accettano una di queste opzioni con entusiasmo. Non perché qualcuno li obbliga, ma perché si sentono rispettati. E questo, alla fine, è il punto centrale: insegnare il rispetto non significa imporre gesti, ma dare libertà di scelta. Non si tratta solo di baci e abbracci. È una lezione che va molto più in profondità: il loro corpo è loro, e nessuno può decidere per loro quando si tratta di contatto fisico. Insegnarlo fin da piccoli significa dare ai nostri figli uno strumento fondamentale per la loro crescita: la consapevolezza che possono dire no quando qualcosa li mette a disagio. Che non devono accettare di essere toccati solo per non fare i maleducati. Noi siamo cresciuti con un’idea diversa: il no era sgarbato, un bambino doveva essere educato, obbediente, disponibile. Ma oggi abbiamo la possibilità di insegnare ai nostri figli che il no è un diritto. E che nessuno dovrebbe offendercisi. E quindi, cosa faccio concretamente? Se non vogliono, non devono. Se qualcuno insiste, intervengo con un sorriso: “Oggi non ha voglia, magari preferisce un saluto con la mano.” Ho scoperto che ai bambini piace avere delle scelte: il batti il cinque, il pugno, un bacio soffiato da lontano. Se vogliono abbracciare, lo fanno spontaneamente. Anche tra noi in famiglia: “Posso darti un bacio?” e se la risposta è no, va bene così. Non solo per baci e abbracci, ma per qualsiasi contatto che li metta a disagio. Devono sapere che il loro no è valido e che noi lo rispetteremo. I bambini imparano osservando. Se vedono che noi adulti rispettiamo i confini degli altri, lo faranno anche loro. C’è chi dice: “Ma così diventano freddi!” Una delle critiche più comuni è che in questo modo cresceranno bambini distaccati, incapaci di esprimere affetto. Ma è vero l’esatto opposto. Un bambino che sa di poter dire no è un bambino che, quando dice sì, lo fa con sincerità. E non perché qualcuno gli ha detto di farlo. Da quando ho iniziato a prestare attenzione a questo aspetto, ho visto i miei figli essere più spontanei nei loro gesti affettuosi. Li fanno perché vogliono, non perché devono. E questo, alla fine, è il vero insegnamento: il rispetto non si impone, si trasmette con l’esempio. Se vogliamo crescere bambini sicuri, consapevoli e rispettosi, dobbiamo partire da qui: dal rispetto per il loro corpo, per le loro emozioni e per le loro scelte. Anche quando si tratta di un semplice bacio alla nonna. Cosa dice la scienza sulla consapevolezza corporea nei bambini Non è solo una questione di educazione o di sensibilità personale. Anche la scienza conferma quanto sia importante sviluppare nei bambini una consapevolezza del loro corpo fin da piccoli. Uno studio pubblicato da Rosario Montirosso e Francis McGlone, intitolato “The body comes first. Embodied reparation and the co-creation of infant bodily-self” , dimostra come il contatto fisico affettivo e la sensibilità interocettiva dei genitori siano fondamentali nella costruzione dell’identità corporea del bambino. Questo significa che i bambini apprendono chi sono anche attraverso il modo in cui vengono toccati e il rispetto che gli adulti mostrano verso il loro corpo. Inoltre, secondo le teorie di Jean Piaget, durante la fase senso-motoria (da 0 a 2 anni) i bambini sviluppano una consapevolezza iniziale del proprio corpo, imparando a distinguere sé stessi dagli altri. Questo processo continua nei primi anni di vita ed è influenzato dal modo in cui gli adulti interagiscono con loro. Forzare un bambino a esprimere affetto controvoglia può interferire con il suo sviluppo naturale, portandolo a credere che il suo corpo non gli appartenga davvero. Al contrario, rispettare le sue scelte lo aiuta a sviluppare una percezione sana di sé e a comprendere l’importanza del consenso nelle relazioni. E questa non è solo una lezione per i bambini. Dovremmo ricordarcela tutti.
- Caffeognostica napulitana: il destino nella cremina (e nel cucchiaino)
. .chi gira il cucchiaino con cuore leggero, confonde anche il destino. C’è chi legge le stelle, chi legge i tarocchi, chi legge le carte… e poi c’è ChatGPT che legge i fondi del caffè. Sembra uno scherzo, e invece è cronaca bizzarra: una coppia greca ha divorziato dopo una lettura fatta dall’Intelligenza Artificiale. Lui ha chiesto un’interpretazione simbolica del fondo nella sua tazzina turca. Lei ha letto le risposte. Non c’è stato bisogno di psicanalisi: il caffè, o meglio quel caffè, ha detto tutto. Qui a Napoli, dove il caffè è un atto civile e affettivo prima ancora che gastronomico, una cosa del genere è impossibile. Non perché ci vogliamo più bene. Ma perché da noi i fondi non si leggono: si scartano. È nella cremina che si cela il segreto dell’universo. A Napoli, il caffè non è una pausa: è un atto sociale, affettivo e simbolico. Si offre, si aspetta, si prepara con gesti precisi. E non si rifiuta mai, se non a costo di offendere chi lo propone. È il biglietto da visita di ogni casa, la sigla di ogni conversazione, la tregua tra due discussioni. Ma il rito ha anche le sue regole scaramantiche. E guai a trasgredirle. Mai girare il cucchiaino più di tre volte, o si “gira la fortuna”. Mai mettere il cucchiaino nella tazzina mentre la porgi: è come augurare qualcosa di storto. Va appoggiato sul piattino, sempre. Se la tazzina fa bollicine sul bordo, qualcuno sta pensando a te. O, più maliziosamente, sta sparlando. I fondi vanno buttati con la mano sinistra, altrimenti si “conserva il rancore”. E se il caffè esce senza cremina, non è solo un errore tecnico: è cattivo presagio. Segno che qualcosa non è stato fatto con amore (o che il barista ha litigato con la moglie, e si sente). La moka, a casa, è un oggetto sacro. Spesso non si lava mai con il detersivo, solo con acqua calda: per non “uccidere” l’anima del caffè precedente. Perché ogni tazzina porta con sé memoria, odore, traccia. A Napoli, il caffè è il filo invisibile che tiene insieme le giornate. Non è solo liquido nero e profumato: è il tempo che ti prendi per ricordare chi sei, anche quando fuori tutto va troppo veloce. È un superstizioso, teatrale, filosofico “ci sono ancora” servito in porcellana calda. Così nasce la Caffeognostica Napulitana: una filosofia travestita da rituale, un’arte divinatoria che ha il sapore della verità non detta e la forma di una tazzina bollente. Ecco la sua grammatica nascosta. La cremina è il karma… e anche un voto al barista Il primo impatto visivo conta, anche nel caffè. Se la superficie è lucida, compatta, con quella schiumetta che sembra la pelle perfetta di un neonato, allora sì: puoi iniziare la giornata con fiducia. La cremina è lo specchio di come ti stai trattando. Se ti concedi il tempo di scegliere un buon caffè, in un posto che conosce l’arte, allora sei anche il tipo di persona che si ascolta, che non si sacrifica sempre e comunque. Al contrario, se il caffè è senza cremina, slavato, svogliato, vuol dire che stai trascurando i dettagli. Stai correndo troppo. Stai dicendo troppi “vabbè” e troppo pochi “no”. La cremina non è solo estetica. È il karma che si deposita sulla vita: tutto torna, tutto si vede. Anche sulla tazzina. Il cucchiaino non mente. Nemmeno chi lo gira Il cucchiaino è il gesto consapevole. Tu non lo giri mai per davvero “a caso”. È un rituale. C’è chi lo fa piano, quasi religioso, come se stesse mescolando un’idea. C’è chi lo fa nervoso, tintinnando forte, come a voler svegliare il mondo. Ogni giro è una micro-coreografia del nostro stato emotivo. Se giri in senso orario, probabilmente stai cercando di portare ordine nel caos, vuoi far girare bene le cose, anche solo metaforicamente. Se invece lo fai in senso antiorario, può darsi che ti senta fuori sincrono, che qualcosa ti opponga resistenza, ed è allora che quel gesto diventa quasi magico, un tentativo silenzioso di invertire la rotta. Se poi non giri affatto, o bevi il caffè così com’è, sei forse in una fase di accettazione radicale, o di rassegnazione profonda, ma in ogni caso hai scelto di non interferire col flusso. Il cucchiaino è come un pendolo: oscilla tra quello che senti e quello che fingi di non sentire. Lo zucchero è un oracolo e il tuo grado di fiducia nel mondo Il momento in cui versi lo zucchero dice moltissimo di te. C’è chi lo fa prima ancora di assaggiare, segno che si fida dei propri gusti, o che ha bisogno di dolcezza come prevenzione. C’è chi prima assaggia e poi valuta: questi sono i riflessivi, quelli che vogliono capire cosa hanno davanti prima di decidere come affrontarlo. E poi ci sono quelli che mettono tanto zucchero anche nel caffè già dolce. Ecco, quelli sono in fase di compensazione emotiva. C’è un vuoto, e cercano di colmarlo. Non sempre funziona, ma apprezziamo il tentativo. La reazione al primo sorso è fondamentale. Se dopo aver messo lo zucchero sorridi, allora hai ancora fiducia nel futuro. Se arricci il naso, anche dopo due bustine, c’è qualcosa che non ti torna. Forse una relazione, forse una scelta. Forse, più semplicemente, te stessa. Le gocce nel piattino sono i tuoi margini di (s)contenimento Il piattino raccoglie ciò che trabocca. Come noi. Quello che sfugge alla tazzina è tutto ciò che non stai riuscendo a contenere: emozioni, fatiche, progetti a metà, cose non dette. Una sola goccia, ordinata: equilibrio. Sai dosare, sai contenerti, sai scegliere cosa vale e cosa no. Due gocce vicine: indecisione. Vorresti mantenere l’equilibrio ma ti senti tirata in due direzioni. Gocce ovunque: esondazione. Hai troppi pensieri, troppi stimoli, troppa energia (non canalizzata). Stai perdendo il controllo, ma con stile. E poi c’è un dettaglio ancora più rivelatore: se ripulire il piattino ti dà fastidio, o lo lasci sporco, vuol dire che stai lasciando troppe cose in sospeso. Piccole, magari, ma diventano sedimenti emotivi. E prima o poi si accumulano. Amaro, dolce, macchiato o sbagliato? La verità è nel sapore e nella scelta Il sapore del caffè è una confessione che fai senza accorgertene. Ciò che scegli, o anche solo ciò che ti capita nella tazzina, racconta di te molto più di quanto immagini. Se è amaro anche con lo zucchero, forse stai portando dentro dolori che non hai ancora avuto il coraggio di nominare. Vai avanti a testa alta, certo, ma qualcosa in fondo non si scioglie. Quel retrogusto amaro non è solo nel palato: è nel modo in cui affronti ciò che ti pesa. Il messaggio è chiaro: non basta addolcire, bisogna trasformare. Se è dolce al punto giusto, hai trovato una misura rara. Sai quanto zucchero serve, quanto silenzio, quanta indulgenza verso te stessa. Non è perfezione: è equilibrio. E l’equilibrio, si sa, è un lusso da gente saggia. Se è troppo dolce, stai cercando di compensare. Forse sei in un momento in cui hai bisogno di conforto, e lo zucchero diventa una carezza, una coperta calda in formato tazzina. Ma attenta: troppa dolcezza può stancare, o peggio, illudere. L’importante è che quel dolce sia scelto, non usato come anestetico. Se è macchiato, e lo hai voluto così, è perché hai fatto pace con le contraddizioni. Ti piacciono le sfumature, i “sì però”, le soluzioni imperfette. Non vuoi scegliere tra bianco e nero: cerchi il tuo tono, un compromesso poetico. E spesso ci riesci. Se invece è macchiato per errore, e quella macchia ti dà fastidio, allora sei in un tempo della tua vita in cui cerchi chiarezza. Vuoi sentire le cose per come sono, senza aggiunte, senza distrazioni. Il latte era di troppo. Come certe parole. O certe persone. Tazzina fredda o calda? Questione di rispetto (per sé e per il rito) La tazzina è la casa del caffè, e come ogni casa, parla di chi la abita. Se è calda tra le mani, racconta che ti vuoi bene, che pretendi cura anche nei piccoli dettagli, che noti se manca una virgola, se il cucchiaino è messo storto, se l’energia intorno è fuori posto. La tua attenzione è un dono, la tua sensibilità un superpotere — anche se, a volte, ti stanca. Se invece la tazzina è fredda, forse hai troppa fretta o qualcuno ti ha servito un’attenzione a metà. E se l’hai accettata senza dire nulla, chissà quante altre cose stai accettando nella tua vita, anche se non ti somigliano più. Il consiglio, in questi casi, è semplice e urgente: chiedi calore. Pretendilo. Offrilo. Perché chi beve da una tazzina fredda per non disturbare, troppo spesso dimentica di prendersi sul serio. Il sospirone finale è la tua preghiera laica Quel respiro profondo che segue il caffè è una pausa, un piccolo tempio mobile che ti porti addosso. Se lo fai naturalmente, se ti viene spontaneo, è segno che sei ancora in contatto con te stessa. Il sospirone è un respiro “di pancia”, come i bambini o gli attori di teatro: libera lo spazio interiore. Ma se non sospiri più, o se il caffè scivola via senza traccia, qualcosa si è rotto. Stai vivendo in apnea. Stai resistendo troppo, senza ricaricare. Il sospirone è la punteggiatura dell’anima. È come dire: “Ok, ci sono. Andiamo avanti.” Non è solo sollievo: è dichiarazione d’esistenza. Il caffè offerto: gesto, potere e sottotesto A Napoli “Te lo offro io ’o caffè” non è solo generosità: è dichiarazione d’intenti. A Napoli, la saggezza urbana è una forma di chiaroveggenza popolare, affinata in secoli di cortili, bassi, terrazzi, furbizie e miracoli. Non si studia, si assorbe. È fatta di gesti che valgono più di mille parole e di silenzi che dicono tutto. Ed è proprio questa saggezza a guidare anche il rapporto con il caffè offerto. Perché qui un caffè non si rifiuta mai… tranne quando si sa che è “troppo”. Troppo insistito, troppo fuori contesto, troppo carico di intenzioni sospette. E allora no, grazie. La risposta arriva gentile, ma ferma: "Sto nervoso, meglio di no." "Lascialo stare, mo me ne scappo." Oppure, la versione definitiva: "E se ci ha sputato dentro?" Sembra una battuta, ma è molto più di questo. È auto-difesa emotiva, intuito, radar attivato. Il napoletano sa leggere gli occhi, la postura, perfino il suono del cucchiaino. Sa quando un caffè è sincero e quando è un’esca. Non si fa ingannare dalla tazzina pulita: vede l’intenzione prima ancora del gesto. È per questo che rifiutare un caffè, a Napoli, non è mai un gesto da prendere alla leggera. È una dichiarazione silenziosa: “So quello che stai cercando di fare. Ma io mi conosco.” E in quella risposta, in quell’apparente diffidenza, c’è tutta la nobiltà ferita ma dignitosa del popolo partenopeo: accogliere quando si può, proteggersi quando si deve. Perché offrire un caffè non è mai solo offrire un caffè. Può essere un atto d’amore, un gesto di potere, una forma di perdono, o una sfida sottile lanciata con un sorriso. A volte è una mano tesa, altre una posteggia in incognito: ti offro il caffè, ma in realtà sto cercando il modo giusto per dirti che mi piaci, che ti osservo, che sto scegliendo le parole, ma nel frattempo scelgo la tazzina. Nel mondo del lavoro, poi, il caffè è una valuta invisibile. Te lo propongono per ammorbidirti prima di un rimprovero, per introdurre una proposta scomoda, o per sondare il terreno prima di coinvolgerti in qualcosa che non hai chiesto. Se ti offrono un caffè in sala riunioni, guarda bene la tazzina: non è detto che sia cortesia, potrebbe essere strategia. Il caffè, in certi ambienti, è il preludio alle note dolenti. E occhio: se chi lo offre non lo beve con te, se resta in piedi mentre tu ti siedi, se se ne va mentre tu sorseggi, allora quel caffè non è compagnia, è mossa. È come dire: “Ti ho messo in condizione di dovermi qualcosa.” E adesso vediamo se te ne accorgi. Infine, ci sono quelli che il caffè non lo accettano proprio. Per diffidenza, per orgoglio, o per paranoia legittimata dalla vita. “E se ci ha sputato dentro?” – lo dicono ridendo, ma mica troppo. È gente che ha visto cose, che ha imparato a difendersi anche dalle tazzine... Non è maleducazione. È autoconservazione! Le varianti moderne: cialde, capsule e crisi d’identità Il caffè in capsule ha introdotto una rivoluzione silenziosa: è comodo, pulito, rapido. Una pressione e il caffè è lì, pronto, senza errori, senza sbavature, senza attese. Perfetto per le mattine di corsa, per gli uffici che vogliono sembrare accoglienti, per le cucine ordinate che non sopportano la macchia sul fornello. Ma diciamolo con sincerità: dove sta l’anima? Dov’è finita quella piccola incertezza che accompagna ogni moka, quel margine d’errore che ti costringe a stare lì, a controllare, ad ascoltare il borbottio che sale come un respiro antico? Dov’è la schiuma che si forma piano, e la gioia sottile di vederla riuscita come si deve? E il silenzio d’attesa, quel momento sacro in cui non puoi fare altro che aspettare, magari in pigiama, magari con un pensiero che ancora non si è svegliato del tutto? E la guarnizione che non si trova mai, la caffettiera che sputacchia storta, il filtro che cade nel lavandino? Piccoli fastidi, certo. Ma anche piccole prove di pazienza quotidiana. Gesti imperfetti, pieni di presenza. La capsula, invece, è immediata, efficiente, rassicurante. Ma è anche chiusa, blindata, sterile. Un caffè che non chiede niente, se non un dito che prema un pulsante. Non ti coinvolge, non ti sfida, non ti seduce. Ti serve, e basta. E allora sì, il caffè in capsule ha migliorato le nostre vite. Ma ha anche tolto qualcosa. Ha sterilizzato il rito. Ha fatto sparire l’intimità. Ha tolto tempo al tempo. Perché a Napoli lo sappiamo: non è solo il caffè che conta. È tutto quello che succede mentre lo aspetti. C’è chi difende la capsula come simbolo di modernità, e chi la guarda come una bestemmia impacchettata. In Caffeognostica, la capsula è l’oracolo dell’urgenza: hai bisogno di controllo, efficienza, risultati. Ma occhio: l’anima vuole tempo. E il caffè, quando ha fretta, non consola più. La Caffeognostica Napulitana non predice il futuro: ti rivela a te stessa. Non ti dice se troverai l’amore, se riceverai un bonifico, o se oggi finirai il bucato. Ma ti fa rallentare. Ti costringe a guardare dentro ogni piccolo gesto. Ti ricorda che anche nei riti più banali si nasconde un mondo intero. Quindi sì, lasciamo pure che le AI leggano i fondi. Noi, nel dubbio, continuiamo a girare il cucchiaino, osservare la cremina, assaggiare la vita e sospirare come si deve. Funziona meglio dei tarocchi. E ha più gusto.
- Riposa in pace, tra le crepe e l’erba alta. Una visita al cimitero.
Sono 48 ore che la civiltà… o meglio, la sua parodia, mi sta ispirando. Un crescendo di dettagli, situazioni, contraddizioni talmente surreali da sembrare sceneggiature. Ma non lo sono. Sono vere. Le osservo, le annoto, le fotografo. Perché in questo paese basta uscire di casa per trovare materiale da trattato sociologico o da tragicommedia. E oggi, il colpo di genio definitivo: una visita al cimitero nuovo di Napoli. Un posto dove il tempo si è fermato. Ma non per poesia, bensì per incuria. Un luogo dove i morti non riposano in pace, ma piuttosto si assestano tra lastre spaccate, croci cadenti e bidoni traboccanti. Il “nuovo” cimitero. Nuovo di nome, vecchio di degrado. Una distesa di marmo spezzato, erbacce in fiore, vialetti che sembrano usciti da un set post-apocalittico. Alcune tombe sembrano crateri, altre relitti archeologici. Il tutto adornato da una raffinata selezione di rifiuti sparsi qua e là. Chi ci entra porta fiori, chi ci esce porta indignazione. Chi ci resta… beh, forse spera che almeno l’erba alta copra la vergogna. Siamo nel regno dell’abbandono, ma con vista Vesuvio. Un’eccellenza tutta partenopea, dove anche il decoro ha deciso di morire. Il silenzio è rotto dal suono sordo delle lastre che si spaccano sotto il peso dell’incuria. Lapidi divelte, marmo crepato, vasi riversi come dopo una guerriglia urbana. Nel cuore dell’area destinata ai più “umili”, a giudicare dalla densità di croci in legno, le tombe sembrano più che altro caselle di un gioco macabro: chi ha perso il coperchio, chi l’identità, chi pure la dignità. Una crepa come una faglia tettonica, altre che galleggiano su un tappetino di erba sintetica che nemmeno a San Siro. Siamo passati dalla pietà eterna alla mancanza strutturale, con un’architettura da post-terremoto e un arredo urbano degno di un deposito di rifiuti. E non è finita. Se ti avventuri più in là, oltre i vialetti dissestati dove l’unica manutenzione è quella offerta dalle erbacce spontanee, arrivi a un’area che più che un cimitero sembra un campo incolto con croci piantate a caso. Una coreografia degna di una scena tagliata da “The Walking Dead”. Poi ci sono i viali, i gloriosi viali di sampietrini, con i bidoni della spazzatura messi come sentinelle del degrado. Ma forse è solo un’installazione artistica, una performance di arte pubblica dal titolo “La città che non si prende cura neanche dei morti”. E infine, l’angolo della giungla: dove un tempo c’erano tombe, oggi ci sono cespugli, fiori selvatici e frammenti di pietra come monumenti all’abbandono. Non è chiaro se qui riposino dei defunti o dei reperti. Di certo, a riposare da troppo tempo, sono gli amministratori competenti. Parlano di piantare alberi “in giro per la città”, di restituire ossigeno, bellezza, radici. Ma forse dovremmo iniziare dai luoghi dove le radici affondano davvero. In profondità. Dove la memoria ha bisogno di ombra, cura, dignità. Invece, qui al cimitero nuovo di Napoli, il verde arriva solo sotto forma di infestanti e l’unico albero piantato è quello delle promesse elettorali seccate al sole. Altrove, il cimitero è un’estensione della vita, non un parcheggio di morte. In alcune culture, messicane, ad esempio, si fa il picnic accanto ai defunti. Si mangia, si chiacchiera, si ride tra le tombe in spazi pensati per accogliere, non per respingere. In Giappone, i cimiteri sembrano giardini zen: silenziosi, ordinati, puliti. Le lapidi sono curate con amore quasi quotidiano, come se la vita continuasse lì, tra una ciotola di incenso e un fiore sempre fresco. In Norvegia, i cimiteri sono luoghi pubblici di contemplazione, integrati nel tessuto urbano, dove puoi sederti a leggere, passeggiare, respirare. Qui da noi se ti siedi, rischi che ti cada una lastra di marmo in testa. E non è una metafora. Da noi il riposo eterno è una battaglia a turni: contro il tempo, l’abbandono, le infiltrazioni. Altro che “qui giace”: qui sprofonda, qui si sfalda, qui si dimentica. Eppure, sarebbe così semplice: un po’ di verde vero, un piano di manutenzione minimo, una visione che veda i cimiteri non come l’ultima pagina di un faldone burocratico, ma come parte viva del paesaggio umano. Perché, lo diceva anche Calvino, “la memoria è come la sabbia: sfugge, ma lascia tracce”. E queste, purtroppo, sono solo di degrado. Sono stata a Dublino, tempo fa. Avevo deciso che attraverso qualche defunto avrei scoperto le origini del mio cognome. Mi sono ritrovata tra le lapidi in un viaggio nei cimiteri. La bellezza di quei cimiteri? Distese ordinate, curate, silenziose ma vive. Luoghi che raccontano, accolgono, nutrono la memoria come un giardino nutre le stagioni. Nulla di tetro: solo una struggente dignità. Alcune tombe sembrano scrivanie: fiori freschi, lettere, oggetti cari. Ci sono alberi, panchine. Nessun senso di abbandono. Nessuna lastra traballante. Nessun bidone che fa capolino tra le tombe come un ospite indesiderato. Poi torni a Napoli. Al cimitero “nuovo”. E ti sembra di aver attraversato un portale spazio-temporale: da “Viaggio al centro della memoria” a “Benvenuti in Discarica Express”. Qualcuno dirà che servono fondi, gare d’appalto, volontà politica. Forse. Ma a volte basterebbe iniziare da un’idea, da un gesto, da un po’ di vergogna ben incanalata. Io, per esempio, un progetto di rigenerazione ce l’avrei pure. Ma non ve lo dico. Non per dispetto, sia chiaro. Ma perché mi dovete chiamare. E dovete chiedere scusa. Non a me soltanto ma a tutti quelli che passano in silenzio tra le tombe rotte e le erbacce alte, sperando ancora che la memoria abbia un posto. Che il rispetto non sia un’eccezione. Nel dubbio, la mia idea la tengo nel cassetto… anche perché in questo paese, se hai un’idea buona, o te la copiano male o ti chiedono di realizzarla gratis. Ma voi, intanto, fatevi un giro al cimitero nuovo. Portate un fiore. E un elmetto.
- Facebook odia i neuroni.
Tutto è cominciato con una lingua. Anzi no, con un naso. Tra due sedili, probabilmente di un treno, ma narrativamente spacciati per aereo, sbuca un golden retriever, sorridente e curioso, pronto a diventare il passeggero più discusso della settimana. Il post virale racconta un momento tenero e buffo, una piccola poesia quotidiana. Ma i commenti… sono tutta un’altra storia. Il protagonista peloso non parla, non ringhia, non twitta. Si limita a infilare la faccia tra due sedili, con l’innocenza di chi vuole solo sniffare patatine e dispensare allegria. Ma per molti utenti, quella fessura diventa una crepa sociale, politica, morale. È il Titanic del buon senso, e tutti a bordo si dividono in: animalisti, legalisti, complottisti, filosofi da tastiera, nostalgici del silenzio e moderati in via di estinzione. Tra le centinaia di interventi, emergono veri e propri archetipi: gli estasiati (“pagherei il doppio per averlo vicino!”), i fuffacheckers (“Non è un aereo, è un treno, e lo sapete tutti!”), i canocentrici (“Meglio un cane che certi esseri umani.”), i disillusi (“Anche stavolta siete riusciti a rovinare un sorriso.”) … e poi c’è un C***o M***i, eroe tragico del thread, che dichiara: “Io se posso cambio aereo.” Un commento diventato meme istantaneo. Al centro della polemica, la domanda nemmeno troppo latente: cosa infastidisce davvero? Il cane? Le regole? L’odore? La libertà altrui? O forse il fatto che qualcuno riesca ancora a sorridere mentre noi stiamo già preparando l’hashtag per indignarci? Un post scritto bene, che gioca con l’immaginario del “volo tranquillo”, con cuffie e snack, trasformandolo in un volo emozionale che però, dettaglio non trascurabile. sembra non essere mai decollato. Il golden era su un treno. E da qui l'accusa suprema: “Post falso”. Ma serve davvero la verità se ci fa ridere, discutere e sentirci vivi? Per molti sì. Per altri, basta il muso. Alla fine, quel golden retriever ha fatto più servizio pubblico di molti notiziari: ha unito e diviso, commosso e fatto infuriare, mostrato che una fessura può contenere un intero paese , con le sue manie, le sue paure e la sua voglia disperata di scegliere da che parte stare. Anche quando si tratta solo di un cane curioso con una lingua troppo lunga. Ciò che inizia come uno scambio su un cane curioso diventa una guerra civile semantica: è un aereo o è un treno? È legale o no? È un post fake o un’opera d’arte? È amore o inciviltà? E soprattutto: “E se uno è allergico? E se fa la pipì? E se abbaia? E se…?” …La creatura che voleva solo annusare delle patatine si ritrova ad incarnare tutti i mali del mondo contemporaneo. E Facebook, come sempre, ci mette il carico da undici: tra chi invoca l’ENAC, chi paragona i padroni a talebani, chi tira in ballo Salvini, il PD, Dio e la cipolla. Se avessi scelto un post su Gaza, l’algoritmo sarebbe esploso. E forse anche io. Ma in realtà, è proprio questa la chiave: il fatto che sia un post innocuo, tenero, addirittura buffo, rende ancora più evidente quanto le persone siano pronte a innescare un flame anche nel vuoto pneumatico dell’assurdo. È l’effetto “campo minato emotivo”: meno è importante l’argomento, più ci si sente liberi di vomitare rabbia, sentenze, moralismi e nevrosi represse. I commenti sono il vero racconto di questo Paese. Si passa dalla poesia al veleno, dalla dolcezza alla condanna penale, in 3,5 secondi. C’è chi vede un cane e scrive: “Stupendo, Dio ti ringrazio per questi amori belli” e chi replica: “Io cambio volo, voi siete la rovina dell’umanità”. Nel mezzo, una folla urlante che cerca disperatamente qualcosa da dire pur di esserci, anche quando sarebbe meglio tacere. Perché il punto non è più il cane. Non è mai stato il cane. È l’ego, la frustrazione, l’analfabetismo emotivo, la fame d’attenzione, l’ansia da notifica. Altro che calcio. In Italia, lo sport più praticato è la polemica improvvisata su argomenti a caso. La fessura tra i sedili? È solo l’ultimo stadio di una lunga evoluzione della discussione inutile. Ricordiamo i banchi a rotelle, poi la Nutella alla mensa scolastica, il crocifisso in aula, le tette su Sanremo, il gatto sul banco di scuola in DAD. Non importa che il tema sia educativo, religioso o vagamente animale: serve solo che sia divisivo e assolutamente privo di conseguenze dirette. In questo, Facebook ha affinato il meccanismo perfetto: un luogo dove l’opinione è più importante della realtà, dove si scrive non per comunicare, ma per scaricare. Un social diventato il parcheggio del centro commerciale durante i saldi, ma senza carrelli: solo insulti, bandierine politiche, fake news da salotto e l’occasionale gif di un gatto che applaude. Anche quando si tratta di temi cruciali, l’arena dei commenti non migliora. Anzi, spesso peggiora. Nel post del golden retriever la gente si indigna per finta, per sport, per sfogare il nulla. Nei post su Gaza, sul precariato, su una scuola che crolla o su un politico che osa esprimere un’idea… la gente si indigna per odio, e lo fa con un’intensità grottesca, violenta, spesso disumana. Non è questione di contenuto: è questione di veleno. Il livello di tossicità è talmente alto che, al confronto, il cane tra i sedili sembra un tentativo collettivo di gentilezza. Gli altri temi? I commenti non diventano più profondi. Diventano più feroci. Più stupidi. Più rabbiosi. Forse perché la rete è diventata l’unico posto dove tutti possono urlare: un flusso continuo, scomposto, automatico. Un urlo continuo, scomposto, automatico. Non serve più avere qualcosa da dire: basta avere un dito libero e una connessione decente. La parte tragica? Che nessuno legge per capire. Si legge per rispondere. O meglio: per ribattere, per contraddire, per insultare, per dire “io la penso così e quindi ho ragione”. Così il commento non è più un contributo. È una bandiera, piantata nel corpo morto della conversazione. E chi prova a riflettere, a smussare i toni, a cercare una sintesi… finisce sommerso da: “zitto, sei un moralista!/hai la tessera del partito?/e allora i bambini italiani?/Vai a fare compagnia al golden, che almeno lui non parla.” La verità è che non c’è più spazio per il pensiero intermedio. O sei pro o sei contro. O sei cane o sei pipistrello. La zona grigia è disabitata. Il dubbio è visto come debolezza. L’ascolto è un’attività da boomer new age. La connessione è veloce, ma la comprensione è in buffering da anni. Non è solo colpa nostra. Certo, siamo adulti liberi con un pollice opponibile e una connessione illimitata, ma va detto: l’ambiente è tossico per costruzione. I social non sono stati progettati per farci ragionare, ma per farci restare. E per farci restare, ci servono emozioni forti. Rabbia, paura, indignazione. Tutto ciò che è immediato, viscerale, divisivo… genera engagement. Un post ben argomentato, con fonti e toni equilibrati? Lo vedranno in 3 persone e mezzo. Un commento gridato, con CAPS LOCK e accuse infondate? Boom. Vola. Vira. Si propaga come un virus in un’aula affollata senza finestre. L’algoritmo non vuole che pensi. Vuole che reagisci. Meglio ancora se lo fai male. Più urli, più vieni premiato. Più cerchi di capire, più vieni nascosto. Il dialogo non è più redditizio. La riflessione non fa clic. E così, giorno dopo giorno, ci troviamo intrappolati in un grande reality dell’isteria collettiva, dove anche il muso innocente di un golden retriever diventa innesco di un dibattito tossico, amplificato da un sistema che monetizza l’odio e silenzia la complessità. Ma voi, che scrivete ancora con un cervello acceso, non vi sentite ogni tanto come chi si presenta con una tisana depurativa a una rissa da bar? Lucidi, ragionati, magari pure ironici… E intanto là fuori l’algoritmo premia l’urlo, la reazione impulsiva, il post scritto in caps lock e postato da un bagno pubblico alle 2 di notte. Siete sicuri che stiamo perdendo... o forse siamo gli ultimi a resistere? Scrivere troppo bene, troppo lucido, troppo ragionato, nell’ecosistema digitale di oggi, è come presentarsi con una tisana depurativa a una rissa da bar. Siamo nel regno del capitalismo dell’attenzione, dove, come scrive Byung-Chul Han “la comunicazione si è fatta rumorosa, impulsiva, reattiva, istantanea, e ogni lentezza viene percepita come una forma di perdita”. E tu che fai? Pubblichi un articolo pensato, magari con fonti, ritmo narrativo, autocritica e ironia. Un suicidio algoritmico in piena regola. Shoshana Zuboff parlava di capitalismo della sorveglianza. Ma oggi, siamo immersi in qualcosa di ancora più isterico: il capitalismo dell’urlo.” Se non urli, non esisti. Se non indigni, non generi interazioni. Se non produci contenuti “additivi” (cioè quelli che provocano assuefazione emotiva) vieni seppellito sotto post di lip-sync, tutorial per piegare magliette e gente che sbraita contro l’olio di palma. Perciò, cari compagni di tastiera pensante, non è che nessuno ci segue perché non piacciamo. È che non siamo tossici. E questo, oggi, è già un atto di resistenza. Con i nostri pensieri lunghi, i periodi subordinati e quell’ironia che ha bisogno di almeno due righe per funzionare, sembriamo reduci di un’altra epoca. Siamo lenti, siamo ragionati. E in un mondo che corre ovunque senza sapere dove, la lentezza è forse l’unica forma di rivoluzione rimasta.
- Famiglia: il Parlamento delle emozioni.
La famiglia non è solo il nucleo fondante della società. È anche la sua riproduzione in miniatura: più sincera, più rumorosa. Altro che casa dolce casa: qui si discute, si urla, si propone, si sospende, si approva, si disapprova. Ma soprattutto… si media. Ogni giorno si apre una nuova seduta parlamentare, con mozioni alzate e umori che precipitano. Anche se qualcuno rovescia il succo proprio sul documento più importante (e unico) mai stampato in casa. Il tavolo della colazione è la nuova Camera dei Deputati: ci sono mozioni di sfiducia genitoriale, emendamenti a promesse fatte la sera prima, decreti legge last minute tipo: “Dopo cena niente cartoni. Giuro.” A volte si procede a colpi di fiducia. Altre volte, si scioglie tutto prima ancora di cominciare. Nella stanza dei bambini si vota per alzata di voce. In cucina si presenta l’opposizione: “Ma io non mangio QUEL riso lì!” Nel bagno si combatte la guerra per il controllo dei tempi, un vero conflitto tra reparti: mamma in doccia, figlio che deve lavarsi i denti, papà che vorrebbe solo pace e silenzio. Il vero problema non è il caos. È l’assenza di una maggioranza stabile. I ruoli si mischiano a velocità record. Il genitore oggi è Presidente della Repubblica, domani portavoce dell’opposizione interna. Il bambino, invece, è contemporaneamente ministro dell’infanzia, capogruppo ribelle e sindacalista irriducibile: “Io sciopero la pappa!” La crisi è sempre dietro l’angolo. Lampo, ma intensa. Un “no” può diventare una rivolta. Una maglietta sbagliata può scatenare un referendum. Un “dopo” mancato, un golpe emotivo. Altro che buoni sentimenti e valori condivisi: qui ci sono correnti interne, voti di scambio, alleanze tattiche, leadership instabili. Nel grande emiciclo familiare, i ruoli sono chiari… o almeno così sembrano. C’è chi si crede il leader (spesso il componente più logorroico), ma alla fine nessuno governa davvero. Le decisioni si prendono per logoramento o per assenza di alternative. Il famoso “facciamo come dice tua madre” non è una resa: è un patto bipartisan per evitare l’insurrezione serale. Ma attenzione: non sempre la madre è la pacificatrice neutrale. A volte, è proprio lei a rimescolare le carte, a sabotare le alleanze, a creare un caos strategico in nome di un equilibrio superiore. Non per sadismo, eh! Per necessità. Perché sa che, in fondo, la pace è noiosa, e la quiete troppo lunga fa danni. Così, ogni tanto, lancia una frase ambigua (“Tanto qui nessuno ascolta mai”) e poi sparisce, lasciando i presenti a interrogarsi: ce l’aveva con me? Con tutti? Con sé stessa? Questa madre non media: sposta. Agita. Ridefinisce le geometrie familiari ogni giorno, come un premier senza maggioranza stabile che cambia coalizione in base al meteo o all’umore. È l’artefice del caos funzionale: litiga con uno, per far riavvicinare gli altri. Finge stanchezza per ottenere silenzio. Drammatizza per ottenere ordine. In fondo, governa per destabilizzazione. E funziona. Perché nessuno osa ignorarla. Il suo disappunto è il vero strumento di governo. Non fa colpi di Stato, ma sa generare piccoli terremoti domestici con la leggerezza di un colpetto dato alla tovaglia apparecchiata. Chi la chiama imprevedibile, chi troppo sensibile. In realtà è solo una stratega. Capace di rimescolare l’intero Parlamento familiare pur di evitare il peggio: la stagnazione. E se ogni tanto qualcuno sbotta con un “Ma che casini fai?”, lei risponde con una frase che è insieme manifesto e confessione: “Se non li faccio io, chi li fa?” I figli? L’opposizione naturale. Nati per contestare, affinati per negoziare, addestrati all’arte dell’ostruzionismo già nel grembo materno. Non importa se hanno 3 anni o 30: il principio è lo stesso. Se tu dici A, loro chiedono perché non B. Se cucini il loro piatto preferito, lo annusano con sospetto e ti chiedono: “Che ci hai messo?” Ti votano contro per principio, per spirito critico, o semplicemente perché è lunedì. Quello che un tempo era un semplice capriccio ora ha la forma di una mozione di sfiducia: “Se non mi compri i biscotti al cioccolato, io non mangio niente per tre giorni.” E guai a pensare che non sappiano trattare: conoscono perfettamente il valore di mercato del loro affetto, della loro collaborazione e persino del silenzio. Li concedono solo in cambio di qualcosa. Sono economisti emotivi in miniatura. Il vero problema, però, nasce quando si alleano tra loro. Fratelli e sorelle che fino a un minuto prima si lanciavano pupazzi in testa, improvvisamente si uniscono contro un nemico comune: il genitore che ha osato dire “no”. In quei momenti si forma una coalizione trasversale e potentissima, basata su un unico programma: ottenere quello che vogliono, subito. A quel punto il sistema entra in crisi. Le urla rimbombano come dichiarazioni di guerra, gli sguardi diventano interrogatori parlamentari, e tu, adulto, ti ritrovi a cercare compromessi disperati. Una riforma strutturale dell’educazione familiare? No. Serve qualcosa di più immediato. Serve un gelato. O un cartone animato. O la promessa, vaga e mai realizzabile, di “fare domani tutto quello che volete”. E se non funziona? Si convoca il comitato d’emergenza: “Aspettate che torna vostro padre.” Che è come dire: ora la palla passa a un altro ministero. Io ho dato. Ah, il padre. Figura mitica e ambivalente: a volte divinità silenziosa, altro sottosegretario senza delega. Un personaggio complesso. A seconda dei giorni (e dell’orario), può essere il Ministro della Difesa, il Capo dell’Opposizione, o il tecnico del suono che cerca disperatamente di abbassare il volume in aula. C’è il padre autoritario, che entra in casa come se fosse Montecitorio e subito pretende ordine, silenzio e rispetto delle regole. Ma dopo cinque minuti viene messo sotto con un “Papà ma mamma ha detto che…”. Poi c’è il padre moderno, quello che ci prova: fa le merende, cambia i pannolini, si commuove davanti ai disegni dei figli. Ma resta comunque una figura che si deve guadagnare il potere. Perché, si sa, la linea del comando è tracciata da chi sa dove sono le calze pulite, non da chi sa accendere la lavastoviglie se qualcuno glielo dice. Quando arriva a casa, il padre spesso non trova il Parlamento riunito, ma un campo di battaglia: pianti, pentole sul fuoco, giocattoli ovunque e una madre con lo sguardo di chi ha appena negoziato un trattato di pace col nemico armato. A quel punto, lui viene accolto come il rappresentante estero che forse può mediare, ma solo se si schiera con l’opposizione (cioè i figli), oppure se paga da bere (cioè porta la pizza). E quando osa prendere posizione? Inizia la tragedia greca. A quel punto, il padre capisce. Resta in aula, ma solo per prendere appunti. Magari farà un’interrogazione a risposta scritta. A Natale. Eppure, quando serve davvero, c’è. Come i senatori decisivi nei voti importanti: parla poco, ma quando alza la mano, si nota. Anche se poi, spesso, si pente e si astiene. Poi c’è la nonna. Figura sacra e inviolabile. È il senatore a vita che può rovesciare le sorti di un intero pomeriggio con una frase tipo: “A casa mia non si fa così.” Improvvisamente, cambia l’ordine del giorno. Si alzano le tensioni. Si ricorre alla diplomazia. Le cene? Sono sedute plenarie. Lunghissime, con interventi fuori tema, ordini del giorno modificati in corso d’opera, e mozioni affettive che sfociano in crisi isteriche. Il bagno, invece, è la vera sala dei bottoni: chi lo occupa, governa. E il compromesso? È l’arte suprema. Si fa finta di aver deciso insieme, quando in realtà si è solo evitata l’ennesima guerra lampo. Un equilibrio instabile, certo. Ma pur sempre un equilibrio. Perché, a ben vedere, anche nei litigi più accesi, la famiglia, come la democrazia, è un sistema che funziona solo se tutti, prima o poi, si siedono al tavolo. Anche se è per decidere chi ha nascosto il telecomando. Alla fine, la famiglia è davvero il Parlamento più onesto che ci sia: si litiga a microfono aperto, si stringono alleanze senza verbali ufficiali, si cade, si vota, si sbaglia, si ride. E si torna sempre a sedersi allo stesso tavolo, con gli stessi volti, gli stessi drammi e gli stessi abbracci. Niente garanzie, né immunità. Solo caos trasformato ogni giorno in un equilibrio provvisorio. Ma reale. Perché, a differenza della politica vera, qui nessuno può davvero cambiare partito. Al massimo, si cambia stanza. E anche quando il Parlamento familiare sembra implodere, basterà una carezza, una fetta di pane con la Nutella, o un “scusa” mormorato al buio per far ripartire la macchina. Fino alla prossima mozione di sfiducia, naturalmente. Ma si sa: è il bello della democrazia.
- Profilazione affettiva non richiesta.
La profilazione è un’arte. Lo fanno gli psicologi, gli investigatori… e noi, ogni giorno, senza nemmeno accorgercene. Lo facciamo quando diciamo “è fatto così”, quando anticipiamo una reazione prima ancora che si verifichi, quando pensiamo, con un misto di affetto e rassegnazione, “non cambierà mai”. Io l’ho fatto con chi conosco meglio: famiglia, amici, figli, anime complementari e disfunzionali che abitano la mia quotidianità come personaggi di una serie scritta da qualcun altro, ma diretta da me. Non è un censimento. Non è nemmeno un’indagine. È un atto d’amore, con una spruzzata di vendetta poetica, il piacere dolce-amaro di dire le cose come stanno… o almeno come le vedo io. Sette ritratti, sette schede emotive non richieste, costruite osservando tic, manie, meraviglie e contraddizioni. Uno più riconoscibile dell’altro — e non solo per chi li conosce. Se vi ci ritrovate: benvenuti, siete in buona compagnia. Se vi offendete: era ovviamente tutto inventato (ma lo riscrivo meglio, promesso). Profilo n.1: Adriano, il cambiologo statico Adriano è l’uomo delle transizioni annunciate. Parla di cambiamento come altri parlano del tempo: un argomento ricorrente, volatile, inevitabilmente inconcludente. Tre ore per decidere se uscire o meno, ma nel frattempo progetta di cambiare lavoro (oggi), casa (tra un’ora), città (domani). È l’uomo del “sì, mo vengo”, “sì, mo faccio”. Mo , però, è una categoria temporale tutta sua: può durare minuti, mesi, o un’era geologica, a seconda dell’umore e della pressione atmosferica. Adriano è legato alle sue abitudini come un soprammobile vintage a un mobile anni ’80: stona, ma non si tocca. E guai a sfiorargli il bar sotto casa. Quello no, quello è il suo confessionale laico, il suo posto nel mondo, l’unico punto fisso nell’universo che continua a voler ristrutturare. Non si accontenta della superficie. Ti sente anche quando non parli. Ha un’intuizione che spesso scambia per pigrizia, ma in realtà sta solo aspettando il momento giusto per sentire se è il caso. È un sognatore lucido, un creativo pigro, un idealista col magone. Ti guarda, ti ascolta, ti ama in silenzio. Poi si distrae, ma ti ha già capito. In fondo, è un poeta travestito da procrastinatore. Uno che salva il mondo nel tempo libero… sempre che trovi parcheggio. In poche parole: lo trovi dove l’hai lasciato, con mille idee! Profilo n.2: Mio padre, con pregiudizio intellettuale incorporato. Mio padre è un’enciclopedia di contrasti. Un po’ di tutto e tutto, rigorosamente, insieme. Ci sono i complotti, ovviamente. Qualcuno ce l’ha con lui, da qualche parte. È quasi un dato statistico. Ma c’è anche l’utopia: quella luce accesa in fondo, sempre, che lo fa sperare anche quando impreca. È speranzoso e critico, come un sognatore che ha studiato economia. Ha mille idee in contemporanea, e se gliene proponi una nuova, lui ti risponde: “Solo una?” Vive di tutto o tutto e subito, ma con la lentezza controllata: determinato, concreto, e testardo con criterio. Non molla mai una battaglia (nemmeno quelle inventate) perché se qualcosa gli entra in testa, lì resta. Ha valori incrollabili, radici profonde, e un’adorazione per la bellezza: può discutere per ore su un’idea, un paesaggio o un pezzo di formaggio. Ma attenzione: è anche un razzista cognitivo. Non nel senso comune (ci mancherebbe), ma nel suo modo molto personale di dividere il mondo tra “quelli che capiscono” e “quelli che no”. Se non reggi il confronto dialettico, sei fuori. Dici una banalità? Cancellato. E se non credi che l’intelligenza emotiva sia la chiave per evolversi… preparati a una dissertazione di due ore con grafici, forse. Alla fine, però, sotto i complotti e i proclami, c’è uno che ama sul serio. A modo suo. Con forza, senza pausa, e con una soglia di tolleranza altissima per le follie di chi ama davvero. In poche parole: un pensatore instancabile con lo spirito da rivoluzionario… purché tu sia all’altezza del dibattito. Profilo n.3: Mia madre, la sovrapposizione Mia madre è l’emblema. Punto. Buona e sorridente, ma anche capace di farti passare dalla parte del torto in meno di due battute. Non si fa mai i fatti suoi. Ma non per cattiveria, eh: è che i tuoi fatti, lei li sa spiegare meglio di te. E in fondo, lo fa per aiutarti. Pianifica la tua vita come se fosse una sua to-do list: dalla scuola dei bambini alla gestione del raffreddore passando per il caffè, che non si prende, ma si incastra nel flusso ottimale della giornata. Ti propone qualcosa? Di’ “no” e aspetta. Aspetta che il mondo smetta di girare, le piante appassiscano e il cielo diventi nero. È fatta così: empatica, coinvolgente, ma soprattutto convincente per sfinimento. È una mente multitasking, un radar emotivo in perenne aggiornamento. Un sottofondo costante che, alla fine, è la tua certezza. Perché se è vero che ti sfinisce, è altrettanto vero che ti salva. E spesso, con lo stesso tono. In poche parole: ama, organizza, anticipa. E se non sei d’accordo, sei solo confuso (secondo lei). Profilo n.4: Mio fratello, l’equilibrio instabile Ah, mio fratello… Qui non servirebbe un paragrafo, ma una collana editoriale: psicologia applicata ad un “essere” vivente. Diplomatico quanto basta per litigare con eleganza, indeciso con tale grazia da far sembrare ogni esitazione una scelta di stile. Si muove tra armonia e caos con l’andatura di un equilibrista che, mentre cammina sul filo, ti corregge la postura. È capace di cambiare idea tre volte in un discorso, e di avere comunque ragione (o almeno di fartelo credere). Vive in un eterno “ni”, dove il sì è timido e il no è un dramma esistenziale. Ma se ami il teatro dell’anima, mio fratello è protagonista, regista e pubblico insieme. In fondo, lo capisci solo se sei nato dalla stessa madre… e hai avuto lo stesso caffè pianificato per sbaglio. Ama il bello, i dettagli, l’armonia nei gesti. Ma dentro è una battaglia continua tra ciò che sente, ciò che pensa, e ciò che non vuole dire. In poche parole: ti farà arrabbiare con classe, ma ti vuole bene con onestà. Profilo n.5: Mia nonna, con carte in mano e memoria d’Archivio. Mia nonna è la classica borghese napoletana. Foulard impeccabile, anello con pietra vistosa, e uno sguardo che sa esattamente quello che hai fatto anche se non lo sa. L’amore per la famiglia (a patto che non la contraddica), la devozione assoluta (condita con ammonizioni passive), e una memoria che batte qualunque hard disk, a quasi 90 anni, gestisce ancora le sue bische del lunedì con la puntualità di una riunione ministeriale. Bridge, dolcetti secchi e aggiornamenti. Tutto clandestino, tutto organizzato meglio di una festa patronale. Con lei non si scherza: cucina il passato, serve il futuro, giudica il presente in un solo sguardo. È affettuosa, certo. Ma secondo le sue regole. Ti ama profondamente, ti protegge a distanza ravvicinata… e non dimentica nulla. È la matriarca, la regina del silenzioso “l’avevo detto io”, la colonna portante dell’intera narrazione familiare. In poche parole: novant’anni, mille ricordi. Una sola certezza: la famiglia è sacra, e le carte si danno solo quando lo decide lei. Profilo n.6: Federica, con nuvola incorporata Federica non è un’amica. È una sorella acquisita, una costellazione stabile in un cielo spesso instabile. Ha uno sguardo che va oltre e un cuore che sembra distratto ma registra tutto. L’ha attraversata un rumore, uno di quelli che cambiano la traiettoria interna. Eppure è rimasta in piedi, o meglio, ha imparato a camminare sulle crepe con la grazia di chi sa dove non mettere il piede. Ogni volta che la vita le regala qualcosa di bello, puntuale arriva anche la tragedia che incombe. Non è sfortuna: è il suo equilibrio naturale. Una gioia piena sarebbe troppo semplice. Ride con gli occhi lucidi, abbraccia senza stringere, protegge senza invadere. Ti capisce prima che tu parli, e se taci, resta. Non se ne va. Mai. È la persona che resta quando tutto crolla. Anche se nel frattempo, ovviamente, ha dimenticato le chiavi. In poche parole: ti salva a modo suo con una frase assurda, una risata spezzata e una presenza che non chiede permesso. Ma c’è. Sempre. Profilo n.7: Alberto e Giordana, esseri in divenire (con DNA infiammabile) Loro sono ancora in fase di definizione. Un po’ bambini, un po’ prototipi futuristici. Ma già si vede: hanno tra il 70 e il 90% dei miei geni, il che spiega molte cose. Tipo il volume. E le battute sarcastiche a colazione. Alberto ha lo sguardo di chi comanda senza gridare. È coraggioso, testardo, teatrale quanto basta e con un senso della giustizia tutto suo, che si applica solo quando lo decide lui. Sa essere leader anche in pigiama, guida spedizioni verso la cucina con lo stesso carisma di un generale, e se qualcosa non va… si indigna con grande dignità. Ha un cuore enorme che però custodisce con orgoglio felino. Ti abbraccia se sei triste, ma solo dopo aver controllato se ne vale la pena. Giordana è la cometa: arriva, illumina, dice tutto (anche quello che stavi cercando di evitare) e poi riparte verso nuove scoperte, tipo il cassetto dei cucchiaini o il mistero del perché il cielo è blu. Ha una libertà interiore incontenibile e un ottimismo da guerriera: se cadi, lei ti dice “tanto lo rifacciamo meglio”. Ama, urla, inventa, corre. E ogni tanto si ferma. Ma solo se la corrompi. Sono diversi, complementari, incendiari. Hanno preso molto da me. E per fortuna, anche qualcosa che mi supera. In poche parole: stanno crescendo. Ma già fanno rumore, luce, e rivoluzioni in formato mignon. Se è vero che chi profila… si rivela, allora eccoci qua. In mezzo a queste persone che amo e che a volte mi esasperano c’è anche il mio riflesso. Mi riconosco nelle indecisioni di Adriano, nella furia razionale di papà, nell’invadenza coreografata di mamma, nei silenzi eleganti di mio fratello, nelle cicatrici gentili di Federica, nelle bische emotive di nonna e nelle rivoluzioni giocose di Alberto e Giordana. Sono una miscela instabile e rumorosa, con il vizio di osservare troppo, di sentire tutto, e di raccontare anche quello che non serve ...o meglio, che serve a me! Non sono oggettiva. E non mi interessa esserlo. Li ho descritti come si fa con i luoghi del cuore: esagerando, sorridendo, proteggendoli anche quando li prendo in giro. Perché l’ironia, in fondo, è il mio modo preferito per non scappare. E forse, scrivendo di loro, ho fatto quello che in fondo mi riesce meglio: parlare di me… senza mai mettermi in mezzo, ma lasciandomi intravedere in ogni riga. Profilare è un’arte. Ma farlo con chi si ama è soprattutto un modo per restare. E io, con loro, resto. Anche quando cambio forma.
- Gemelli: cambiamenti in arrivo. Spoiler, compi gli anni!
Ho letto un articolo sull’oroscopo dei Gemelli. Diceva: “Grandi cambiamenti in arrivo”. Un brivido. L’universo mi parla? Un colpo di scena karmico? Un viaggio intercontinentale? No. Semplicemente, inizia il periodo dei Gemelli. E quindi… compi gli anni. E quindi… cambi età. E quindi… ecco il grande cambiamento: la candelina in più. Ma quanto siamo disposti a farci infinocchiare da frasi generiche che, guarda caso, si azzeccano proprio ora? Del resto, è geniale nella sua semplicità: ogni segno entra nel proprio periodo… e ogni segno legge “grandi cambiamenti in arrivo”. Chiariamo: l’unico vero cambiamento, spesso, è il numero che scatta su Facebook tra gli auguri di zii, ex compagni di scuola e brand che ti mandano lo sconto compleanno. Facciamo chiarezza: io credo nella metafisica, credo nelle profezie, negli occhi addosso, nei sogni che parlano, nelle giornate storte che iniziano con la tazzina rotta e finiscono con qualcuno che ti dà buca. Credo nei messaggi nascosti nelle coincidenze, nei numeri che ritornano, nei segni che si fanno leggere solo da chi ha ancora la vista interiore. Ma non credo nell’oroscopo. Non quello che trovi su sfondo glitterato e la frase che potrebbe adattarsi a chiunque. Non quello in cui ti dicono che “il momento è giusto per fare un passo avanti”, quando in realtà ti sei appena fatto indietro perché ti sei ricordato che hai dimenticato il PIN della Postepay. Gli oroscopi funzionano per lo stesso motivo per cui funzionano le canzoni tristi quando sei triste: perché parlano in modo abbastanza vago da sembrare precisi. È il classico effetto “leggimi nella mente” che in realtà è un “leggimi nella media”. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che tutto andrà bene, che siamo sulla strada giusta, che il nostro momento sta arrivando. Anche se magari siamo fermi al semaforo da sei mesi. È umano. Ed è per questo che gli oroscopi continuano a spopolare. Lungi da me fare la cinica: non penso che chi scrive oroscopi voglia ingannare nessuno. Penso che offra una carezza preconfezionata. Un abbraccio tipografico. Una botta di “anche tu sei speciale” nel mezzo di una giornata grigia. E funziona, proprio perché è flessibile: tu ci leggi ciò che vuoi. Chi cerca prove nell’oroscopo, però, non ha capito di cosa si tratta. L’astrologia non è (solo) una disciplina esoterica. È una forma arcaica di organizzazione del mondo. L’oroscopo è un rituale simbolico. Una finestra settimanale, mensile o quotidiana in cui l’essere umano prova a dare un senso a ciò che vive. Lo trovi sul giornale accanto al meteo, in TV tra l’oroscopo di Paolo Fox e la pubblicità dei materassi, nelle chiacchiere di una parrucchiera o nelle raccomandazioni della zia che si affida al segno lunare. Non importa che tu ci creda davvero: l’oroscopo è un rito collettivo. L’astrologia, vista con sguardo antropologico, è una delle più antiche forme di narrativa simbolica collettiva. Non è nata per dirti se oggi riceverai una mail importante, ma per trovare un senso nei cicli della vita. Nasce quando l’uomo comincia a guardare il cielo e a chiedersi: “E se lassù ci fosse la spiegazione di ciò che accade quaggiù?” È un bisogno profondamente umano: mappare il caos. Leggere lo spazio-tempo come se fosse una partitura cosmica. Gli antichi babilonesi leggevano il cielo come un testo sacro. Gli egizi associavano le stelle al destino dei faraoni. In India, l’astrologia vedica è ancora oggi una guida fondamentale per matrimoni, nomi, viaggi, decisioni. In Cina, l’astrologia non è personale, è ciclica. Sei nato sotto un animale che ritorna ogni 12 anni, ma ciò che conta è l’energia che scorre tra il tuo corpo e il tempo. Nel Giappone tradizionale si parlava di kisetsu, le stagioni interiori. Non ti chiedevi che cosa succederà domani, ma come stare dentro ciò che sta già accadendo. E se in Occidente usiamo l’oroscopo per prevedere il futuro, in Oriente si preferisce ascoltare il presente. Questa è la differenza: in Occidente l’oroscopo vuole prevedere. In Oriente l’astrologia armonizza. Nella cultura cinese, ad esempio, l’astrologia si basa su cicli lunari, animali archetipici e flussi di energia (Qi). Il calendario cinese è ciclico, non lineare: si ripete ogni 12 anni, perché la vita non è una freccia, ma un cerchio che respira. Nel Giappone antico, il tempo era legato ai ritmi della natura, agli spiriti del giorno e alle stagioni interiori. Lo stesso I Ching non ti dice “cosa succederà”, ma “che tipo di energia stai attraversando” e come armonizzarti al movimento delle cose. Non predice: accompagna. Non ti comanda: ti chiede di osservare, riflettere, partecipare al ritmo del divenire. Che si tratti di oroscopo, tarocchi, carte astrologiche, caffè versato o nonna che ti sogna con l’abito nero: tutte queste pratiche rispondono allo stesso bisogno millenario di dare un senso al presente. Capire in che punto della storia ci troviamo. Non per manipolare il futuro, ma per abitarlo con più consapevolezza. Siamo animali narrativi: abbiamo bisogno di raccontarci qualcosa per sopportare ciò che accade. Non ci interessa se è vero o falso: ci interessa che abbia un senso. E l’oroscopo con i suoi “attenzione alle discussioni”, “favoriti i viaggi”, “giornate intense”, ci dà una mappa del caos. Una cornice per interpretare quello che altrimenti sembrerebbe solo un lunedì complicato. Forse i grandi cambiamenti non arrivano con Saturno contro. Forse arrivano quando decidi di rispondere a una telefonata che stavi evitando. O quando smetti di dire “tanto è sempre così”. Forse il tuo oroscopo è in quella frase che hai sottolineato distrattamente in un libro mesi fa. E che oggi, riletta per caso, ti sembra scritta proprio per te.
- Mamma leva muto!
Sui social ormai non si contano più: caroselli di screenshot, reel con audio remixati, compilation di mamme che rispondono “ok” a messaggi da 12 righe, papà che confondono l’emoji del fuoco con quella dell’aperitivo, nonne che scrivono “Baci” a fine messaggio come fosse una cartolina spedita da Lourdes. È la moda del momento: ridere del divario comunicativo tra generazioni, versione digitale. Una forma di amore tradotto male. WhatsApp, che doveva avvicinare le famiglie, si è trasformato in una zona di guerra semiotica. Il figlio scrive: “Tra un po' arrivo…Vengo a mangiare da te.” La risposta è: “tra sei settimane si deve portare il cane a fare la toilettatura” seguito da un adesivo con un lama che balla. Fine della conversazione. È divertente, finché non tocca a te. Perché quando sei tu a cercare di spiegare un’azione logica a tua madre (tipo: chi prende chi, dove va il cane e in quale sequenza temporale) e ti ritrovi sottoposta a un interrogatorio più serrato di quello della DIA, allora capisci che non è solo un meme. È la vita vera. Con un’unica certezza: non siamo figli, siamo interpreti simultanei. La mia chiamata tipo, capitolo unico, ripetuto ogni giorno? Dieci secondi fa ho detto questa frase al telefono con mia madre: "Quando papà scende per prendere Giordana, si porta anche Alberto, così insieme ad Alberto porto Bolt a casa e poi andiamo al basket." Semplice, lineare. Con soggetti, verbi, un nesso logico temporale e un finale sportivo. La reazione di mia madre? Silenzio. Poi: “Ma quindi Bolt dove va?” E dopo: “E io che devo fare?” Seguita da: “Ma tuo padre lo sa?” Infine, l’interrogatorio grammaticale stile prova INVALSI per madre quasi in pensione: “Scende chi? Perché lo porta chi? Ma il cane è con te o con tuo padre?” E niente. Mi ritrovo ogni volta a rispiegare l’ovvio con la pazienza che non ho, mentre mi domando se nella prossima vita posso rinascere con sottotitoli incorporati. E non è solo al telefono. È l’uso di WhatsApp a diventare una performance tragicomica. Messaggi come: "Ho visto il tempo brutto domani." (senza contesto) "Quello che avevamo detto ieri... boh" (???) "Tuo padre dice che no." (ma a cosa?) A volte penso che ci sia un accordo segreto tra genitori per destabilizzare i figli attraverso la comunicazione passivo-incomprensibile. Tipo club dei messaggi misti, con tanto di statuto: Art. 1: mai rispondere alla domanda fatta. Art. 2: se il messaggio è chiaro, inviare un vocale di 1’34’’ pieno di rumori ambientali. Art. 3: quando sei al telefono, fare domande solo su dettagli irrilevanti. Alla fine della chiamata, dopo tre riletture, quattro chiarimenti e un messaggio riepilogativo con punti elenco, l’unica cosa chiara è che Alberto ha mangiato, Bolt ha rubato qualcosa e mio padre è da qualche parte. Eppure funziona così. Funziona con un linguaggio tutto nostro: imperfetto, ma pieno d’affetto. La verità è che non serve capirsi alla perfezione per volersi bene. C’è amore anche in quella ripetizione esasperata, in quel “che devo fare io?” detto e ridetto, anche quando la risposta resta: “Niente, mamma.” E allora ok, facciamo pure i sottotitoli. Rendiamogli la vita facile, traduciamo. Perché, in fondo, non è davvero colpa loro se non ci riescono. Non sono nati con uno smartphone in mano, e nemmeno con la fibra ottica nell’anima. Anzi, forse è colpa nostra che viaggiamo troppo veloci, che diamo per scontato che “mandami la posizione” sia una frase comprensibile anche a chi ha imparato a digitare con l’indice destro e lo sguardo diffidente. Il divario digitale non è solo questione di tecnologia, ma di ritmo, di linguaggio, di abitudini. Noi scorriamo, loro cercano di capire dove si clicca. Noi parliamo per emoji, loro cercano ancora il punto esclamativo sulla tastiera. Eppure, ci incontriamo.... a metà strada, tra un “Non mi funziona WhatsApp” e un “Ti ho scritto su Instagram… ah no, era tuo fratello.”
- Il vocabolario segreto edizione bilingue.
In casa mia si parla italiano. Ma anche una lingua a parte: il bambinese creativo, una miscela di logica infantile, poesia domestica e geniale anarchia fonetica. Non servono traduttori, basta il cuore. E una certa dimestichezza con grattugie, draghi immaginari e acqua “lissa”. Non è un dizionario che si trova in libreria. Non ha definizioni standard né regole grammaticali. Ha suoni che si rotolano sulla lingua, significati che nascono nei corridoi e in cucina, e una logica tutta loro: quella dell’infanzia. Lo parlano fluentemente in due. Io, ogni tanto, traduco. Ma più spesso, ascolto con stupore. Perché il loro linguaggio è un’opera d’arte quotidiana, un atto creativo spontaneo che smonta il vocabolario ufficiale e ne costruisce uno migliore: più musicale, più diretto, più umano. Ecco alcune voci fondamentali del nostro dizionario domestico: grat·tu·già·no /ɡratːuˈdʒaːno/ sostantivo maschile Versione potenziata e mitologica della grattugia. Utensile sacro che fa piovere parmigiano sui piatti, trasformando anche la pasta più scotta in una festa. Presente in ogni cucina in cui il formaggio è religione. Nota d’uso: oggetto spesso perso nel caos del cassetto, ma evocato con la stessa urgenza di un incantesimo salvavita. Har·ry Còt·ter /ˈarri ˈkɔtter/ nome proprio – categoria: eroi domestici immaginari Il mago con la cicatrice, versione affettiva e non negoziabile. Non importa come si scriva nei libri: lui è Harry Cotter, punto. Guai a correggere: qui non si cercano nomi esatti, ma mondi evocati. Cotter è colui che fa volare le scope, lancia incantesimi, e soprattutto vive in un universo parallelo dove le mamme non dicono mai di no alla Nutella. Nota d’uso: ogni tentativo di dire “Harry Potter” verrà ignorato con sguardo severo e tono da piccolo insegnante di Hogwarts. pu·ràn·chio /puˈrankjo/ espressione partecipativa – solidarietà immediata e inclusiva Forma affettiva e compatta di “pure anche io”. Il puranchio non è solo una richiesta: è un manifesto di appartenenza . È il grido con cui ci si inserisce in qualunque azione, evento o desiderio altrui, dalla merenda al bagno. Dichiarazione ufficiale di fratellanza, complicità e urgenza non negoziabile. Nota d’uso: gli adulti fingono di non capirla. Ma lo fanno solo per evitare di dividere il gelato. Prequel affettivo di “pure anche io” : àn·che tiù /ˈanke ˈtju/ - espressione affermativa; adesione entusiasta. Prima di “puranchio”, abbiamo attraversato la fase dell’ “anche tiù”: formula compatta, decisa e vagamente internazionale per dire anch’io ci sono. Un’espressione che mescola l’italiano, l’inglese e il bisogno primordiale di essere inclusa, subito. È partecipazione con sentimento. sci·lò·go /ʃiˈlɔɡo/ sostantivo maschile (anche azione implicita) Lo scivolo, ma con più coraggio dentro. È l’unione perfetta tra scivolo e slancio, tra voglia di volare e prudenza istintiva. Lo scilogo non è solo un gioco: è una sfida personale, una prova di fiducia, un piccolo volo in discesa. Dentro questa parola ci sono il brivido, la risata e quella richiesta sottintesa: “Mamma, fammi volare… ma non troppo.” Nota d’uso: nessun bambino lo chiama "scivolo" dopo aver provato a dire "scilogo". E, onestamente, funziona meglio anche in poesia. ca·làl·lo /kaˈlallo/ sostantivo maschile – mitologia infantile Il cavallo, ma potenziato dalla fantasia. Il calallo è destriero, compagno, mezzo di trasporto immaginario e alleato nelle fughe emotive. Può essere di plastica, peluche, carta o puro spirito. Non si limita a nitrire: galoppa dentro le storie, sfida i draghi e porta in salvo chiunque stia per scoppiare in lacrime. Nota d’uso: i l calallo arriva sempre al momento giusto. Anche quando nessun adulto lo vede. àc·qua lìs·sa /ˈakwa ˈlissa/ sostantivo femminile – idratazione consapevole L’acqua nella sua forma più pura e rassicurante. La lissa non pizzica, non sorprende, non tradisce. È l’acqua che si può bere a secchiate senza rischiare reazioni drammatiche. È l’acqua degna di fiducia. Qui la si pretende. E se per errore le versi “quella che punge”, ti fissa come se stessi attentando alla sua integrità orale. Nota d’uso : in certe fasi della vita, distinguere tra acqua liscia e acqua con le bolle è una questione esistenziale. prèn·di al làn·cio /ˈprɛndi al ˈlantʃo/ espressione verbale – invito sportivo poetico Forma creativa di “prendi al volo”. Tutto è più epico se c’è un lancio . Che si tratti di una merendina, un pallone o un pupazzo lanciato dal divano, l'importante è acchiapparlo in aria con prontezza e onore .“Prendi al lancio!” è il comando, l’inizio di ogni missione dinamica. Nota d’uso: più che una frase, è una filosofia. Perché nella vita, o prendi al lancio… o ti tocca raccogliere da terra. bi·bè /biˈbɛ/ sostantivo maschile – sanitario alternativo e versatile Il bidet, ma con stile. Il bibè è l’oggetto più misterioso del bagno. Viene chiamato con tono elegante, quasi francese, come se fosse un accessorio da boutique e non un sanitario. Non lo si usa (quasi) mai per quello che è: per i bambini è trono, lavandino basso, vasca per dinosauri, piscina per Barbie, stazione spaziale. Un simbolo di libertà idraulica e fantasia sfrenata. Nota d’uso: per gli adulti è spesso dimenticato. Per i bambini, è il centro gravitazionale del bagno. zà·jon /ˈdzajon/ sostantivo maschile – contenitore epico da viaggio infantile Versione sonora e internazionale dello “zaino”. Il zajon non è solo uno zaino: è un compagno di scuola, un marsupio per tesori, una corazza quotidiana. Dentro ci puoi trovare di tutto: un panino a metà, sassolini, un dinosauro di plastica, e almeno un segreto. Il nome sembra venire da una lingua straniera. Nota d’uso: il zajon è sempre troppo pesante, troppo pieno o troppo perso. Ma guai a sostituirlo. coc·chià·li /kokˈkjali/ sostantivo maschile plurale – accessorio evolutivo Gli occhiali, ma con più coccole e meno ottica.I cocchiali non servono per vedere meglio, ma per essere meglio . Si indossano al contrario, sul naso del pupazzo o sopra il pigiama. Sono travestimento e dichiarazione d’identità. Nota d’uso: ogni bambina dovrebbe averne almeno un paio. Non per vederci chiaro, ma per farsi vedere . chè fifo /ke ˈfifɔ/ esclamazione infantile – disgusto estetico e olfattivo Versione emozionale e tenera di “che schifo”. Può essere qualsiasi cosa: una macchia, un odore, un cibo sospetto, un insetto con troppi occhi. È l’espressione ufficiale del rifiuto, ma con grazia. Nota d’uso: il fifo, una volta dichiarato, va immediatamente rimosso. O verrà esiliata l’intera area. Mi sono chiesta spesso se registrare tutto, conservare ogni storpiatura, farne un libro illustrato o un poster da tenere in cucina. Poi ho capito: non serve. Queste parole vivono nel tempo breve dell’infanzia, come certe favole o certe magie. Ma proprio per questo sono importanti. Sono il modo in cui i miei figli mi hanno insegnato a “ dire diversamente il mondo” . Poi, ovviamente, è tutto da correggere dalla logopedista. Ma almeno con materiale di altissimo valore narrativo!
- Il conclave e il potere dei riti. Quando il sacro prende parola.
C’è un momento, quando il mondo aspetta il fumo bianco, in cui anche il più ateo degli spettatori sente un brivido. Come se, per un istante, tutto fosse sospeso in una sacra incertezza. Nessuna breaking news, nessuna previsione, solo attesa e rito. Ed è lì che il tempo cambia ritmo. Diventa solenne, simbolico, quasi mitico. Perché il conclave è molto più che una riunione. È una messa in scena del mistero. E come tutti i riti (religiosi, civili, personali) ci affascina per una ragione profonda: ci ricorda che siamo fragili, ma anche capaci di dare senso. Quando tutto sembra disordinato, il rito interviene come un gesto di ordine collettivo. Ogni fase, ogni parola, ogni pausa ha un posto. L’antropologo Arnold van Gennep lo diceva chiaramente: il rito segna i passaggi chiave dell’esistenza (nascere, diventare adulti, sposarsi, morire) offrendo una grammatica simbolica dell’esperienza umana. Nel conclave, quel passaggio è doppio: si celebra la fine di un pontificato e l’inizio di un altro. Si elabora un lutto, ma anche una rigenerazione. Non si tratta solo di scegliere un uomo. Si tratta di scegliere un destino. E questo vale per ogni rito: anche un funerale, una laurea, una nascita sono tentativi di mettere in scena l’invisibile. Di dire, con i gesti, ciò che le parole non sanno spiegare. I riti parlano il linguaggio del corpo e del tempo. Il corpo si inchina, cammina in processione, indossa abiti speciali. Il tempo rallenta, si ripete, diventa circolare. Nel conclave, i cardinali camminano sotto gli affreschi della Sistina, votano in silenzio, bruciano le schede. Tutto è gesto. Ed è proprio questo che manca spesso nella modernità: l’esperienza incarnata del significato. Nel rito c’è una forma di obbedienza creativa: non si fa qualcosa “perché sì”, ma perché quel gesto contiene la memoria del mondo. È come recitare un poema che non abbiamo scritto, ma che parla anche di noi. Non serve una religione per avere bisogno di riti. Anche la modernità ne ha inventati di suoi: la firma di un contratto, il taglio del nastro, il brindisi, l’inaugurazione, il voto, il primo giorno di scuola. Sono momenti in cui la vita cambia ritmo, si fa evento, entra nella dimensione del riconoscimento. Il rito dice: “Questo è importante. Fermati. Guarda. Ricorda.” Ed è proprio questo che perdiamo quando viviamo tutto come routine, o come performance. I riti non servono per apparire, ma per stare. Per attraversare, per connettere. Per rendere il tempo abitabile e memorabile. Oggi molti riti si svuotano, diventano meccanici o commerciali. Si celebrano matrimoni senza amore, lauree senza passione, funerali senza commiato. Altri spariscono del tutto: quanti giovani non hanno più “riti di passaggio” veri? Nessun momento che segni la soglia tra un prima e un dopo. Eppure, senza riti, non sappiamo più attraversare le soglie. Rischiamo di restare eternamente “in mezzo”, spaesati. È qui che il conclave ci interroga. Nella sua lentezza, nella sua serietà, nel suo “teatro sacro”, ci chiede: “E tu? Dove celebri i tuoi passaggi? Chi ti accompagna? A chi chiedi di aspettare con te il fumo bianco?” C’è una cosa che i bambini piccoli ci insegnano, ogni giorno: non esiste crescita senza rito. Un bambino non vuole “fare colazione”. Vuole fare colazione come sempre: con la stessa tazza, nello stesso posto, con la canzoncina preferita o il gioco che si ripete. Vuole i gesti che conosce, anche quando si ribella. Perché il rito, per un bambino, è sicurezza, ritmo, confine tra il dentro e il fuori. E ogni genitore lo sa: basta cambiare un piccolo dettaglio (una parola detta in fretta, una carezza dimenticata) e la giornata può incepparsi. Perché i riti dei bambini sono silenziosi ma potenti, e ci dicono che non è solo “fare”, ma come si fa, che crea connessione. Nel sonnellino, nel racconto della buonanotte, nel modo in cui si indossano le scarpe, il rito è il ponte tra il caos del mondo e l’ordine dell’amore. È la poesia dell’abitudine. Spesso si confondono. Entrambi si ripetono, entrambi abitano la quotidianità. Ma il rito e l’abitudine non sono la stessa cosa. L’abitudine è automatica, nasce per comodità o per necessità. Ti lavi i denti ogni mattina, ma potresti farlo pensando ad altro. Non c’è attenzione, né intenzione: è un gesto appreso, quasi meccanico. Il rito, invece, è carico di significato. Può essere identico all’abitudine nel gesto, ma diverso nella consapevolezza. Quando diventa rito, quel gesto dice qualcosa, apre uno spazio simbolico. Ti lavi i denti prima di andare a dormire? Bene. Ma se lo fai sempre accompagnando tuo figlio, nello stesso momento, con la stessa canzone, con uno scambio di sguardi, allora lì non è solo igiene, è connessione. È un piccolo rito di chiusura della giornata. Il rito trasforma il tempo in esperienza. L’abitudine scorre. Il rito trattiene. Ecco perché i riti, a differenza delle abitudini, aiutano a marcare i passaggi, a dare senso, a elaborare emozioni. A scuola, fin dal nido, i miei figli vivono ogni mattina un piccolo rito che chiamano “la magia della merenda”. Si mettono in cerchio, si aspettano, si guardano. È un momento semplice, ma ha qualcosa di solenne. Nessuno mangia da solo, tutto comincia insieme. C’è un prima (il cerchio), un durante (la condivisione), un dopo (il ritorno al gioco). E nel mezzo, la magia: uno spazio protetto in cui il tempo cambia ritmo, e il cibo diventa occasione di relazione. Questo rito non serve solo a nutrirsi: nutre l’ordine interiore, la sicurezza affettiva, la capacità di stare con gli altri. I bambini lo capiscono senza bisogno di spiegazioni. Sentono che quella ripetizione ha un senso. E se un giorno salta o viene interrotta, qualcosa si spezza. Perché il rito non è solo quello che si fa, ma come lo si fa. E con chi. Il conclave è un messaggio potente in un mondo svuotato di simboli. Ecco perché colpisce anche chi non è cattolico: perché ci mette davanti a un’altra idea di potere, di tempo, di sacro. E mentre fuori il mondo urla, corre e si commenta da solo, dentro la Sistina si vota in silenzio, si brucia carta, si attende il fumo. Il messaggio è chiaro anche per chi non crede: la ritualità non è solo conservazione. È resistenza. È memoria attiva. È un linguaggio alternativo al consumo e alla superficialità. In un mondo che corre, fermarsi è un atto politico. Ed è per questo che il conclave affascina il mondo intero: perché mette in scena un’altra idea di potere, di tempo e di comunità. Un rito che non vuole piacere. Ma che, proprio per questo, rimane impresso. In un tempo che consuma, ripetere con senso è una forma di resistenza. Ritrovare i riti nella scuola, nella famiglia, nella città, nella politica, significa restituire dignità alle transizioni, ai legami, alla vita stessa. Significa dire che non tutto può essere algoritmo, prestazione, risultato. Che esistono ancora gesti che non si monetizzano ma si ricordano. E che proprio quelli, forse, sono i più importanti. Se anche una merenda può essere una magia, allora possiamo immaginare una società in cui la cura dei dettagli, delle soglie, delle comunità diventi il nuovo centro. Perché un buon politico, un buon cittadino, un buon essere umano non corre avanti. Sa fermarsi. Sa guardare il cerchio. E sa cominciare insieme.
- Istituto Antonio Serra Napoli: quando i tagli diventano abbandono.
Napoli – Istituto Antonio Serra, anno scolastico 2025-2026. Dodici studenti, regolarmente iscritti al liceo linguistico con seconda lingua spagnola e terza lingua cinese, rischiano di vedere interrotto il loro percorso formativo. L’ufficio scolastico regionale, infatti, non ha autorizzato la formazione della classe terza per quell’indirizzo, unico nella città di Napoli. Una decisione che ha il sapore amaro dei tagli travestiti da razionalizzazione. Il provvedimento mette in discussione non solo la continuità didattica, ma soprattutto il diritto allo studio di ragazzi e ragazze con storie e fragilità ben precise: una studentessa con disabilità motoria per la quale la vicinanza della scuola è essenziale, un’altra ragazza seguita da un percorso psicologico, un’atleta agonista che necessita di equilibrare studio e allenamenti, e diversi studenti stranieri per cui lo studio delle lingue è strumento di inclusione e riscatto. L’indirizzo spagnolo-cinese del Serra non è replicabile facilmente altrove: le alternative si trovano fuori città, rendendo la frequenza proibitiva per molte famiglie. Il trasferimento forzato ad altri indirizzi implicherebbe il recupero di due anni di contenuti mai affrontati, con gravi conseguenze emotive, logistiche e didattiche. Un indirizzo che rappresenta un unicum nella città di Napoli: un’offerta formativa rara e preziosa, strategica in un contesto sempre più globale, che unisce le lingue più parlate al mondo e apre reali opportunità nei settori del turismo, del commercio internazionale e dell’intermediazione culturale. Le famiglie, insieme alla scuola, chiedono con forza che la decisione venga rivista. Non è solo una questione burocratica, ma di giustizia educativa. L’istituto Serra non è un caso isolato, ma il simbolo di un sistema scolastico che, sotto la pressione dei bilanci, rischia di dimenticare il suo compito più importante: non lasciare indietro nessuno. Come scrive una docente sui social, “lo chiamano risparmio, noi lo chiamiamo abbandono”. È tempo che le voci di questi ragazzi siano ascoltate, e che il diritto all’istruzione non venga sacrificato sull’altare della razionalizzazione amministrativa. Li ho conosciuti. E ora non posso tacere. Li ho visti tra una presentazione in PowerPoint e un esercizio di storytelling, tra una timidezza iniziale e una grinta che piano piano prendeva forma. Durante il mio percorso di PCTO con loro, non ho incontrato semplici “studenti di un indirizzo linguistico”: ho incontrato voci, volti, sogni. Ragazzi e ragazze che hanno scelto un indirizzo difficile, certo, ma ricco di senso. Che studiano spagnolo e cinese non per fare colpo sul curriculum, ma per aprire mondi, superare confini, costruirsi un futuro. C’era chi arrivava in classe sempre in silenzio e poi parlava con una lucidità disarmante. Chi faceva domande con quella fame sana di sapere. Chi si metteva in gioco anche quando l’insicurezza faceva tremare la voce. C’era anche chi, mentre parlavamo di comunicazione, mi chiedeva: “Ma io voglio fare l’interprete?” E io sorridevo, pensando: “Ne hai tutto il diritto”. Adesso si dovrebbe accettare che tutto questo venga cancellato da una decisione amministrativa, da una casella non spuntata in tempo, da un algoritmo che ignora le persone. Il diritto allo studio non è solo un principio astratto, è qualcosa che si costruisce ogni giorno nelle relazioni, nella fiducia, nella possibilità di portare avanti un percorso iniziato con fatica. È inaccettabile che studenti vengano lasciati senza classe perché non rientrano in un parametro. È inaccettabile che si parli di “ottimizzazione” mentre si calpesta la continuità formativa, l’inclusione, il futuro. Non sono numeri. Sono storie, volti, possibilità. Se oggi scrivo è per loro. Perché un blog serve anche a questo: a restituire voce a chi rischia di perderla. E perché il silenzio, davanti a certi tagli, pesa più di una pagina bianca.














