top of page

97 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Decibel e decenza. Diario sonoro da Capri.

    Premessa inutile (ma vera). A dirla tutta, e onestamente, questo articolo nasce per colpa di papà e Adriano. Erano le 14:02. Due minuti dopo la soglia del lecito. Il momento in cui, a Capri, il suono di un trapano smette di essere un’attività domestica e diventa un’offesa personale all’intero ecosistema isolano. Loro, ignari della fine del mondo imminente, stavano montando un pannello sul terrazzo. Un pannello. Che vibrava, sì. Che faceva rumore, certo. Alle 14:05, un vigile si affaccia (alza la testa!) con la gravità di un pubblico ministero in toga invisibile: “Ma lo sa che è vietato usare attrezzi rumorosi?” Lo so. Lo sanno. Eppure erano solo due uomini, un terrazzo, e un pannello da sistemare. Da quell’attimo minuscolo, eppure immenso è nato tutto questo. Un articolo. Una riflessione. Un piccolo atto di resistenza acustica. Perché l’ordinanza comunale parla chiaro. Sul calendario caprese, le ore concesse al rumore domestico sono poche, rigidamente circoscritte tra le 10:00 e le 14:00. Poi basta. Dalle 14:01 in poi, puoi solo fare il falegname in penitenza. Geppetto a mano, lo chiamo io: martellini in feltro, scalpelli in cotone. Niente trapani, niente betoniere, niente “toc” che echeggiano tra le aiuole del silenzio protetto... neanche dopo le 16.00/17.00! E non è tutto: nei mesi estivi (luglio e agosto), le regole si stringono come un corsetto acustico. Nel cuore dell’estate, qualsiasi attività edilizia viene sospesa: la casa può crollare, ma deve farlo in silenzio. Insomma, a Capri non si ristruttura: si medita la muratura. A Capri il silenzio non è solo d’oro: è vigilato, misurato, verbalizzato. In questo paradiso incantato, dove il mare canta ma il tuo cane no, ogni suono emesso oltre la soglia del respiro trattenuto è potenzialmente illegale. Bolt, golden retriever dal cuore d’oro e dalla voce piena, abbaia alla porta: reato. Un ladro entra? Silenzio. Ma se il cane lo segnala, scatterà l’intervento: non dei carabinieri, ma dei vigili urbani. Il messaggio è chiaro: a Capri, puoi essere derubato, ma fallo in silenzio. Così come se alcuni bambini giocano in casa e si sente una risata è troppo. Arriva la minaccia di una chiamata ai vigili, come se si trattasse di un rave clandestino nella cameretta. Il gioco (attività naturale, educativa, rumorosa per vocazione) viene equiparato a una turbativa dell’ordine pubblico. E così, mentre i piccoli costruiscono castelli con i Lego, gli adulti costruiscono dossier per l’esposto. E poi c’è lui: papà. Sordo come il campanile, ma con una voglia di sentirsi ancora parte del mondo. La televisione è il suo ponte con la realtà. Ma quel ponte, per Capri, è un viadotto per l’inferno. Volume troppo alto? Ecco la nuova frontiera: il diritto all’informazione vs. la quiete pubblica. Chi vincerà? Probabilmente la segnalazione. E quindi ti alleni a sussurrare anche i pensieri, far abbaiare Bolt in codice Morse… compri cuffie per papà e provi ad Insegnare ai tuoi figli a giocare in modalità stealth (e poi chiediti perché da adulti saranno ansiosi). Il rumore non è sempre un nemico. A volte è solo vita che si fa sentire. Forse Capri ha bisogno non di meno suoni, ma di più ascolto. A Capri, il silenzio non è solo un valore. È una religione. I rumori – anche quelli più affettuosi – vengono trattati come atti di terrorismo sonoro. Qui il vero lusso non è il panorama, ma la possibilità di tossire senza ricevere una diffida. Eppure, noi resistiamo. Noi, popolo rumoroso ma innocuo. Noi, con Bolt, con i bambini, con papà e il suo volume a palla. Bolt abbaia. Perché è un cane. Perché è felice. Perché vede un gatto, il postino o un pensiero sospetto passare per strada. Ma a Capri, ogni abbaio è una dichiarazione di guerra. In pochi minuti, il rumore del suo entusiasmo si trasforma in: 2 telefonate alla Polizia Municipale, 1 email al sindaco (oggetto: “EMERGENZA ABBAIO”) e 3 post indignati su Facebook (“Non è più la Capri di una volta!”) Bolt, ignaro, continua. Fiero. Rumoroso. Libero. Un partigiano peloso del diritto all’emozione. I bambini giocano. Uno ride. Un altro urla “goal!”. Una bambina canta una canzone di Oceania. Errore. Un vicino minaccia: “Se non la smettete, chiamo i vigili”. Il reato? Essere vivi sotto i 10 anni. Senza cuffie. Sulla soglia dell’infanzia si spalanca il burrone del “disturbo alla quiete pubblica”. E dire che giocare rumorosamente era, fino a ieri, la definizione stessa di crescere. A Capri, anche l’aria ha paura di fare rumore. Una foglia che cade è accolta con indulgenza, ma solo se atterra in silenzio. Il mare può infrangersi contro gli scogli, purché resti sotto i 40 decibel. Gli esseri umani, invece, sono tollerati con riserva. Capri è bella, lo sappiamo. Ma non possiamo lasciarle togliere la voce. Ogni famiglia fa rumore, perché ogni famiglia è vita. I cani abbaiano, i bambini ridono, i nonni alzano il volume, e va bene così. Anzi, è perfetto così. Il vero disturbo non è il suono. È l’intolleranza. Accettiamo che ogni giorno quest’isola venga invasa da un turismo spesso distratto, chiassoso, a volte irrispettoso, che però va bene così, perché “porta economia”. Accettiamo che lo sbarco sia a pagamento (2,50€, 5€, 7,50€) ogni anno aumentano, ogni anno nessuno capisce bene dove vanno a finire. Eppure, noi... che qui siamo cresciuti tra le mura ereditate dai nonni, quando Capri era ancora una voce bassa e gentile nel Mediterraneo, accettiamo tutto. Accettiamo persino di attraversare la piazza con il fiato sospeso. Ma guai ad alzare il volume della nostra voce, della nostra presenza. Guai a dire che forse, tra lo yacht e la quiete, ci sarebbe spazio per un cane che abbaia e un bambino che canta. Accettiamo anche che la funicolare non sia affidabile nemmeno su carta. Sulla tabella c’è scritto: ultima corsa alle 21:20. Ma “alle 21:20” a Capri non è un orario: è un’ipotesi filosofica. “Eh signò… se ne parl’ domani.” Domani. Come se il tempo degli abitanti non valesse quanto quello dei turisti. E accettiamo. Per forza. Per abitudine. Per rassegnazione. Perché “tanto è sempre stato così”. Eppure qualcosa, dentro, inizia a fare rumore. Non un rumore fastidioso. Un rumore giusto. Ecco una selezione di ordinanze creative, che, a dirla tutta, sembrano già in vigore per come vengono applicate informalmente. Le riporto in anteprima per i posteri: Ordinanza n. 666/2025 È vietato pensare ad alta voce, anche tra sé e sé, in quanto vibrazione potenzialmente udibile da coscienze acusticamente sensibili. Ordinanza Bolt-bis I cani possono abbaiare solo se prima muniti di silenziatore fonoassorbente e se il latrato rientra in una tonalità armonica con la fauna locale. Decreto urla&biberon Bambini sotto i 3 anni potranno emettere versi solo in tonalità neutra, a volume regolato da app municipale (scaricabile previa iscrizione SPID). DPCM volume dignitoso I cittadini over 65 possono guardare la TV solo se accompagnati da interprete LIS che mima i programmi senza audio.

  • La cucina del disagio. Speciale Famiglia!

    Benvenuti al primo appuntamento della rubrica “La cucina del disagio”, dove ogni articolo è una ricetta che racconta, almeno per me, cosa significa vivere oggi in Italia con figli al seguito, e come interpreto il tutto a modo mio. Questa prima portata è interamente dedicata alla famiglia, il pilastro della società secondo i proclami istituzionali, ma anche uno dei settori più trascurati nella pratica quotidiana. Se essere genitori sembra spesso un’impresa eroica, non è solo per colpa delle notti insonni o dei dentini che spuntano. È il sistema che, tra burocrazia asfissiante, permessi ridicoli e aiuti selettivi, rende tutto più difficile del necessario. Ecco allora tre piatti che raccontano, ognuno a modo suo, il sapore amaro della genitorialità nel nostro Paese. Diritto Fantasma. L’albero invisibile C'è una legge che garantisce un albero per ogni nuovo nato o adottato. Un gesto simbolico, bello, poetico. Ma c’è un dettaglio: nessuno ti avvisa . Se non sai che devi fare richiesta, niente albero, niente diritto. Una metafora perfetta di tanti diritti in Italia: esistono solo per chi li scopre per caso . Il resto è silenzio istituzionale, disinformazione e moduli nascosti nei meandri della burocrazia. Genitore Equilibrista. Permessi al gusto di sacrificio In questa ricetta il sapore principale è l’assurdità. Un padre ha un solo giorno all'anno  di permesso retribuito per occuparsi dei figli. E se serve altro? Deve usare le ferie, come se un figlio malato fosse una vacanza. Il risultato? Le madri devono compensare, arrangiarsi, sacrificare tutto il resto. Parità? Solo a parole. Il sistema spinge ancora una volta tutto il peso sulle spalle femminili, mentre i padri restano ai margini, non per scelta, ma per mancanza di strumenti. Natalità in Crisi. Troppo ricchi per ricevere aiuti, troppo poveri per stare sereni L’ultima portata è un paradosso ben condito: lo Stato si preoccupa per il calo delle nascite, ma non aiuta chi decide di avere figli . Un ISEE troppo alto ti taglia fuori dagli aiuti, anche se il netto in busta paga è ridicolo. I costi per asili, mutui, bollette e vita quotidiana si moltiplicano. E chi rientra nei sussidi spesso deve fare i salti mortali per ottenerli. Così, fare figli diventa un lusso. E la crisi demografica? Un effetto collaterale inevitabile di un sistema che penalizza chi costruisce il futuro. vai alle ricette. Se lo Stato vuole davvero aiutare le famiglie, deve smettere di usare la parola “famiglia” solo nei discorsi elettorali , e iniziare a servire politiche concrete, inclusive, semplici. Nel frattempo, io continuo a cucinare queste ricette indigeste, perché raccontare la realtà è il primo passo per cambiarla. Alla prossima portata. E buon appetito… se vi resta ancora fame di giustizia.

  • Il mantra ansioso dei post.

    “Condividete tutti, così lo vedono più persone!” . Frase che accompagna, puntualmente, ogni post pubblicato da un’associazione, una causa sociale o un’iniziativa culturale. Segue spesso la minaccia implicita: “ Se non lo fai, stai contribuendo al silenzio del sistema. ” Con questa categoria precisa di messaggio, la mia ansia sale. Sento il peso della responsabilità sociale, come se da me dipendesse la salvezza di un’idea, di un progetto… o addirittura del mondo intero. Solo che, subito dopo, mi chiedo: ma davvero funziona così? Chiariamo una cosa: sì, condividere aiuta. Ma non è magia. Non è che appena clicchi su “condividi”, l’universo digitale si spalanca e parte la rivoluzione. I social non funzionano come le catene di Sant’Antonio e non sono un interruttore che accende automaticamente la visibilità. I social non sono un referendum, né un bollettino parrocchiale. Sono mercati affollati, governati da algoritmi che non si emozionano e saperci navigare dentro, senza farsi fregare da narrazioni zuccherose o sensi di colpa digitali, è ormai una forma di autodifesa. L’algoritmo non ha cuore. Ha logiche. Hanno visto di tutto. Video di gattini, confessioni strappalacrime, appelli ambientalisti, petizioni, meme sulle nonne e sul governo. Si muovono solo se c’è interazione autentica: commenti veri, condivisioni ragionate, tempo speso sul post. I post non “girano” perché ci crediamo tanto, girano perché funzionano secondo criteri precisi. Un contenuto viene mostrato a una manciata di utenti quando viene pubblicato. La reach non è democratica. Il tuo post non parte in prima fila, e nemmeno a metà. Parte con lo zainetto sgualcito, in fondo alla fila, sperando che qualcuno lo noti. Deve guadagnarsi l’attenzione, passo dopo passo, utente dopo utente. Se chi lo vede per primo ci clicca, lo commenta, ci passa del tempo o magari lo condivide scrivendoci qualcosa sopra, l’algoritmo si incuriosisce: “Mmm, interessante… forse vale la pena mostrarlo anche ad altri.” Se invece lo ignorano? Niente giro di valzer. Il post viene messo da parte, panchinato, come uno che non ha passato il provino. Quando un utente ci passa tempo sopra (dwell time), interagisce attivamente (engagement), lo salva (segno che vale), oppure lo condivide con parole proprie, sta dicendo all’algoritmo: “Ehi, questo post funziona.”E solo allora, forse, parte davvero il passaparola. Ma non per magia: per merito. Il contenuto, per i social, è come un candidato a un colloquio: viene valutato nei primi 30 secondi. Poi o avanza, o viene cestinato. Spesso le persone pensano che cliccare “condividi” equivalga a “fare la propria parte”. Un gesto piccolo, simbolico, che però produce grandi effetti. Tipo firmare una petizione, ma senza nemmeno dover leggere di cosa si tratta. “Oh, è dell’associazione X, loro sono bravi… condivido.” E invece no. Se nessuno interagisce con quella condivisione, è come se non fosse mai avvenuta. Un po’ come quei volantini lasciati sul parabrezza, che nessuno legge e tutti gettano via. I social se ne accorgono: ti hanno dato lo spazio, tu ci hai messo qualcosa che non ha generato nulla. Risultato? Penalizzazione. È l’equivalente digitale del fare un discorso in pubblico e vedere tutti guardare il cellulare. Non è la quantità delle condivisioni a creare movimento, ma la qualità delle reazioni. Altra illusione tipica: “se tutti noi dell’associazione condividiamo, lo vedrà tutto il mondo”. No!!!! Lo vedranno le stesse persone che vi vedono sempre. Che fanno già parte della vostra bolla, del vostro gruppo, del vostro target naturale. La vostra rete è un condominio: se tutti urlate dallo stesso balcone, vi sentite tra voi, ma nessun passante si fermerà. Per raggiungere nuove persone, servono contenuti che viaggiano oltre le cerchie: contenuti che generano emozione, discussione, sorpresa, persino fastidio (a volte). Serve creatività, serve storytelling . Non un appello! Il lettore medio è saturo di contenuti: ne vede a decine, a volte centinaia al giorno. Per fermarlo, serve qualcosa che gli parli in modo diretto, viscerale, autentico. Non basta dire: “Dobbiamo aiutare questa causa”, ma serve farla vedere, viverla, raccontarla in modo originale. Serve far ridere, piangere, indignare, riflettere, sorprendere. Oppure, semplicemente, dire qualcosa di nuovo... almeno di diverso. E questo, dispiace dirlo, non lo può sostituire nessuna ondata collettiva di “condividi perché sì”. Nessuna rivoluzione si ferma perché non hai cliccato su “condividi”. I social non premiano i buoni. Premiano i contenuti interessanti, veri e costruiti con cura. È la vera moltiplicazione, quella che conta. Se non ci mettiamo dentro un minimo di emozione, ironia, rabbia o entusiasmo…l’unico moltiplicatore che attiviamo è quello della noia.

  • Instagram mi contoura e io mi evidenzio a caso.

    Nel grande salone virtuale di Instagram, sono tutte makeup artist, hair stylist e regine dell’eyeliner perfetto. E io? Io scrollo. E rifletto. Truccata dalla vita, più che dal fondotinta. C’è un universo parallelo, fatto di contouring impeccabili, ciglia a ventaglio e bocche disegnate con la precisione di un architetto. Si chiama Instagram. Lì, la realtà è perfettamente sfumata, la luce è sempre quella giusta e i capelli hanno un volume che neanche nei film anni ‘90. Io ci entro con innocenza. Un minuto prima sto cercando un tutorial su come fare il sugo veloce per cena.Un minuto dopo, mi ritrovo a guardare un reel in cui una ragazza si trasforma da “appena sveglia” a “vado agli Oscar” con tre pennelli, due dita e uno sguardo fiero. È lì che capisco: sono entrata nel tunnel. A quanto pare, il mondo è pieno di makeup artist autodichiarate, hair stylist freelance, esperte in skin care coreana e guru dell’effetto no makeup makeup, che ti fanno sembrare appena uscita da una spa anche se in realtà hanno usato sette prodotti in sette secondi. E io? Io mi guardo allo specchio e vedo un evidenziatore rosa. Di quelli scolastici. Troppo acceso sulle guance, troppo spento altrove. Ho provato anche io, eh. Ho seguito un tutorial: "trucco nude in 5 minuti". Dopo 30 secondi sembravo nude veramente. Nel senso di struccata e sconfitta. C’è da dire che queste donne sono brave. Alcune sono vere professioniste, altre lo diventeranno. Ma nel frattempo, ci regalano quell’inquietudine da “sto facendo abbastanza?”. È un’ansia travestita da blush. Perché nel mondo digitale, la competizione non è sul curriculum, ma sul primer. Non importa quanto leggi, crei, sogni, scrivi, cresci figli o combatti con l’ISEE. Se non hai almeno una foto con il contouring da Kardashian, la tua autostima rischia grosso. E così, tra uno scroll e l’altro, impari a riconoscere i nuovi linguaggi: “Glow up” non è un’emozione, è un dovere. “Skincare routine” non è cura di sé, è identità. “Before & after” non è cambiamento, è marketing. Eppure, mi piace pensare che ci sia spazio anche per chi non sa usare l’illuminante. Per chi ha le occhiaie e ci convive. Per chi crede che il trucco più potente sia avere qualcosa da dire. O anche solo la voglia di non dire nulla, ma farlo con dignità, anche se coi capelli legati male. Instagram, nato come vetrina per condividere istanti, è diventato il backstage infinito di uno show che non finisce mai: quello della bellezza performativa. Non basta essere curate: bisogna saperlo dimostrare. Con precisione millimetrica, inquadratura strategica, ring light e caption motivazionale. Siamo nell’epoca in cui ogni ragazza con una buona manualità, un iPhone e un po’ di tempo può diventare una beauty content creator. E attenzione: non è sarcasmo. Questo mondo muove miliardi, crea professioni, ridefinisce standard. Ma come tutti gli specchi deformanti, quello di Instagram riflette qualcosa che ci assomiglia, ma che non siamo. Una volta c’erano le professioniste: le truccatrici nei backstage, le parrucchiere nei saloni. Ora ogni bagno è un camerino e ogni casa è uno studio. Non si tratta più solo di truccarsi: si tratta di documentarsi mentre ci si trucca, parlare alla videocamera, spiegare, editare, vendere. Il problema non è il trucco. Il problema è l’obbligo di performare. C’è un’estetica dell’empowerment che somiglia molto a una nuova forma di oppressione: “sei libera, ma solo se sei anche perfetta”. Glow, ma non sudare. Sii naturale, ma con 12 prodotti. E così, l’autenticità diventa un filtro tra gli altri. Per molte ragazze, essere brave a truccarsi è diventata una skill sociale. Non è più solo un gesto personale: è un marchio, una firma. Serve a ottenere consenso, like, collaborazioni, lavoro. Un nuovo modo di stare al mondo. È la professionalizzazione dell’apparenza: fare di sé stesse un brand. Nel frattempo, chi non partecipa al gioco si sente fuori luogo. Perché se non pubblichi, non esisti. Se non sei bella, curata, “sul pezzo”, sei sciatta, o peggio: disinteressante. E io? Io scrollo. Continuo a scrollare. E intanto penso. A quando il trucco era un gioco, e non una strategia di crescita. A quando l’immagine di sé si costruiva nello specchio della mamma, non nella fotocamera frontale. A quando ci si truccava per uscire, non per essere viste. Ma anche a quanto siamo fragili, tutte, sotto strati di fondotinta e filtri. A quanto è faticoso apparire costantemente all’altezza. A quanto è sottile la linea tra autodeterminazione e pressione sociale. A quanto servirebbe una nuova parola per dire: “Mi piaccio, ma anche no. E va bene così”. Forse non ci serve un nuovo correttore, ma uno sguardo più gentile su noi stesse. Forse non dovremmo imparare a stendere meglio il fondotinta, ma a riconoscere quando stiamo solo cercando di essere all’altezza di uno standard che non ci appartiene. Forse possiamo anche non essere makeup artist, né hair stylist, né glow-guru. Possiamo semplicemente essere: disordinate, reali, imperfette. Ogni tanto stanche. Ogni tanto spettinate. Ogni tanto fiere. E se proprio dobbiamo truccarci, che sia per guardarci allo specchio e riconoscerci. Non per piacere a chi ci guarda mentre scrolla. E forse, in fondo, questo è il vero glow up: non piacere a tutti. Ma piacersi ogni tanto.

  • Su Rai1 cronache di un’Italia che applaude alla stupidità.

    Rai 1. Rete nazionale. Servizio pubblico. E intanto Mamma Pig è incinta. È il trionfo dell’assurdo travestito da intrattenimento, dell’infantilizzazione mascherata da leggerezza. E mentre il mondo reale affonda nei problemi veri, noi assistiamo, a reti unificate, alla cronaca rosa di Peppa Pig. Stavo facendo zapping, distrattamente. Quella distrazione da fine giornata, quella voglia di spegnere il cervello per un attimo. Poi l’occhio cade su un talk show dai colori sgargianti: divanoni arancioni, pubblico plaudente, luci soffuse da centro commerciale. E lì, nel bel mezzo del nulla, la frase che non ti aspetti, e che forse nessuno dovrebbe aspettarsi: “Cicogna in arrivo a casa di Peppa Pig: la mamma è incinta!” Mi sono chiesta se stessi sognando. O meglio, se stessi facendo un incubo grottesco. Ma no: era la realtà. O almeno quella che la TV italiana ci spaccia per tale. È tutto vero. Rai1. Programma del pomeriggio. Canone in bolletta. Applausi veri per una notizia finta. Perché la televisione generalista è ridotta a questo circo infantile per adulti? La televisione cerca disperatamente di sopravvivere in un’epoca in cui è stata superata da social, streaming e meme. E così, pur di fare ascolti, si butta sul trash travestito da “contenuto leggero per famiglie”. Il problema è che, più che “leggero”, il contenuto è semplicemente vuoto. Non importa se il contenuto sia sensato, utile, stimolante. L'importante è che sia assurdo abbastanza da far parlare di sé sui social. Che la notizia sia vera, inventata o semplicemente idiota, poco importa: se genera commenti, indignazione, condivisioni… allora funziona. Nel frattempo, l'informazione culturale dorme in seconda serata, il teatro è esiliato su canali digitali, e l’educazione civica viene sostituita dalla pancia rosa di Mamma Pig. Siamo passati da “La cultura rende liberi”  a “La TV ti intrattiene mentre ti spegne il cervello” . Diciamocelo: una parte di colpa è anche nostra. Noi che ridiamo per l’assurdità del momento, ma intanto condividiamo. Noi che ci indigniamo, ma clicchiamo. Noi che critichiamo, ma intanto alziamo lo share. La verità è che la mediocrità si alimenta proprio con questo consumo passivo e distratto, con questa leggerezza tossica che chiamiamo “relax”. Siamo diventati spettatori assuefatti, che trovano più interessante il pancione disegnato di un maiale animato che un dibattito sulla crisi climatica. E quando la TV ci tratta come bambini dell’asilo, noi nemmeno protestiamo. Anzi, le facciamo pure le coccole. Le alternative esistono, ma non piacciono al telecomando Esistono contenuti culturali, programmi di qualità, produzioni che meritano. Ma spesso sono nascoste, penalizzate, fuori dall’algoritmo della leggerezza. Il problema non è solo cosa ci viene proposto. È cosa scegliamo noi. Perché accendere la TV è un atto passivo. Ma decidere cosa guardare è un atto politico. Ogni click, ogni ascolto, ogni applauso finto alimenta un sistema che ha scelto di premiare il ridicolo invece del riflessivo. E domani cosa ci racconteranno? Oggi Mamma Pig è incinta. Domani magari vedremo George Pig in terapia di coppia. Dopodomani Peppa prenderà il bonus nido. E noi saremo sempre lì, davanti allo schermo, a ridere per non piangere… o forse a piangere mentre ridiamo. Nel frattempo, il Paese reale — quello fatto di problemi veri, stipendi bassi, scuole fatiscenti, cultura azzoppata — resta fuori campo, tagliato come un personaggio secondario. La mediocrità viene nutrita, applaudita e replicata. E la qualità, quella vera, finisce nella fascia oraria in cui tutti dormono… o su piattaforme a pagamento. Forse è arrivato il momento di cambiare canale. O meglio: di cambiare testa.

  • Scarta la carta o lista. Il dilemma.

    In fila davanti alla scuola, il chiacchiericcio dei genitori diventa una fonte inesauribile di ispirazione. Stavolta il tema caldo è una festa di compleanno. Ci sono momenti, nella vita di un genitore, in cui ci si trova a riflettere su temi esistenziali. E non parlo di filosofia o politica, ma di questioni molto più pratiche e ardue da gestire: l’organizzazione di una festa di compleanno per bambini. “Hai già preso il regalo per la festa di sabato?” – chiede una mamma. “Sì, ho messo i soldi sulla lista”, risponde l’altra, con aria di chi ha fatto il suo dovere. “Lista? Ah non andiamo a sentimento!?”, interviene un terzo genitore, pronto a difendere la bellezza della sorpresa. Ed eccolo lì, il dibattito che si ripropone puntualmente: lista regali o scarta la carta? C’è chi, come me, preferisce la lista: una scelta pratica, quasi strategica. Si sceglie un negozio di riferimento (giocattoli, libreria, abbigliamento) e si guida la scelta degli invitati per evitare doppioni e oggetti indesiderati per il festeggiato, ma anche per i genitori che devono trovare un posto per tutto quello che entra in casa. La lista regali è il rifugio sicuro di chi vuole ridurre al minimo il rischio di incidenti diplomatici. Funziona così: si sceglie un negozio! Pro: ✅ Evita regali doppi o indesiderati. ✅ È utile per chi non sa cosa comprare. ✅ Permette di scegliere regali in linea con i gusti e le esigenze del festeggiato. ✅ Riduce il rischio di accumulare oggetti inutili in casa. Contro: ❌ Tende a eliminare il fattore sorpresa. ❌ Alcuni la vedono come un’imposizione poco elegante. ❌ Può risultare scomoda per chi vuole acquistare altrove o preferisce un regalo più personale. Per molti genitori la lista è un modo per mantenere il controllo su ciò che entra in casa: perché, diciamolo, nessuno vuole ritrovarsi con tre copie dello stesso puzzle da 100 pezzi o con l’ennesimo peluche gigante che diventerà un ingombro più che un amico del bambino. Ma la lista non è solo una questione di ordine e praticità. È anche un atto di difesa contro il caos che caratterizza l’altra scuola di pensiero: quella dello “scarta la carta”. Lo “scarta la carta” è per chi crede che l’apertura dei regali sia parte integrante della festa. Il festeggiato apre ogni pacchetto uno dopo l’altro, circondato da amici e parenti. Sorpresa, felicità, stupore… e poi il dramma. Perché c’è sempre, sempre, almeno un bambino che in quel momento si innamora follemente del regalo appena scartato e lo vuole per sé. Lo sguardo rapito, la mano che si allunga, il fatidico “anche io lo voglio!”, seguito da un pianto inconsolabile. E qui inizia il vero spettacolo, quello dei genitori che devono improvvisarsi esperti di diplomazia: Strategia della distrazione: “Guarda, ci sono le bolle di sapone!” Falsa promessa: “Magari te lo porta Babbo Natale…” Ma la realtà è che i bambini vivono il momento del regalo come una questione di vita o di morte. Se vedono un gioco che desiderano, scatta l’istinto di sopravvivenza: lo vogliono subito, senza compromessi. Molti genitori preferiscono far scartare i regali a casa, lontano dalla confusione, ma non tutti rinunciano a quello che per molti è il clou dell’evento. E poi c’è un altro dilemma: cosa si regala a un bambino? Giocattoli: sempre una certezza, ma bisogna azzeccare quelli giusti. Alcuni genitori preferiscono evitare giochi rumorosi, ingombranti o con mille pezzi. Libri: una scelta intelligente, ma bisogna conoscere bene i gusti del festeggiato. Abbigliamento: pratico, ma rischioso: taglia sbagliata, stile non gradito… insomma, una scommessa. Esperienze: biglietti per un parco giochi, un laboratorio creativo, una giornata in fattoria didattica. Un trend in crescita, ma meno immediato per il bambino. Ogni genitore ha il suo stile e il livello di resistenza al caos. C’è chi vuole avere tutto sotto controllo e chi invece accetta il rischio del “lo voglio anch’io” come parte dell’esperienza. Alla fine, l’importante è sopravvivere al compleanno con il minor numero possibile di crisi esistenziali (dei bambini e degli adulti). Forse il vero segreto è organizzare la festa in un parco e sperare che il divertimento all’aria aperta batta il dramma del pacchetto regalo. Ma lo sappiamo tutti: ci sarà sempre un bambino che vorrà proprio quel gioco. Esattamente quello. Alla fine della festa, il vero regalo più atteso non è per i bambini, ma per i genitori: un bel bicchiere di prosecco. E qualche minuto di silenzio.

  • Delusione o nulla.

    Ah, la vita! Quante volte ci illudiamo di dover vivere un’esistenza impeccabile, libera da errori, fallimenti e, ovviamente, delusioni. Ma chi ha mai detto che la perfezione sia davvero così affascinante? In fondo, sono proprio le sfumature delle esperienze negative a regalarci le lezioni più "preziose". Perché, diciamocelo, affrontare una delusione… per quanto dolorosa, è infinitamente più interessante che restare immobili, a godersi la dolce monotonia di non rischiare nulla. Oggi il successo è celebrato come l’unico standard di valore. Fin da piccoli ci viene insegnato che il raggiungimento di obiettivi ambiziosi è l’unico traguardo degno di nota, mentre il fallimento viene etichettato come segno di debolezza o inadeguatezza. E non è solo colpa delle vecchie tradizioni: i social media hanno deciso di unirsi al coro, amplificando questa cultura del "tutto o niente". Instagram, Facebook, TikTok… Queste piattaforme ci offrono un continuo spettacolo di momenti patinati e trionfi da copertina. In un feed costellato di immagini impeccabili, le incertezze, le difficoltà e i fallimenti rimangono relegati dietro le quinte, come se fossero semplicemente troppo noiosi per essere mostrati. Così, ci ritroviamo a confrontare la nostra realtà, tanto ordinaria, con un ideale irraggiungibile, generando quel delizioso mix di inadeguatezza e ansia che ormai conosciamo a memoria. Il bombardamento costante di successi digitali può far nascere una paura paralizzante del fallimento. E allora, molti scelgono la via “sicura”, evitando ogni forma di rischio per non compromettere la loro immagine impeccabile. Ma attenzione: scegliere la sicurezza a tutti i costi equivale a rinunciare a quelle scintillanti opportunità di crescita personale. Senza cadute, quelle piccole meraviglie, come potremmo imparare a reinventarci e a scoprire quel misterioso potenziale che si dice sia dentro di noi? Ironia della sorte, il fallimento, per quanto doloroso, è il passaggio obbligato verso il successo. Basta pensare a Thomas Edison: l’uomo che, dopo aver "fallito" migliaia di volte, ha finalmente inventato la lampadina, illuminando non solo le case, ma anche il mondo intero. Edison stesso scherzava dicendo di non aver fallito, ma di aver semplicemente scoperto migliaia di modi per non far funzionare una lampadina. Ogni suo insuccesso è stato un prezioso spunto per migliorare, per analizzare le scelte sbagliate e affinare la sua capacità di adattamento. Così come Edison ha trasformato ogni fallimento in una lezione indispensabile, anche noi possiamo imparare a vedere le nostre esperienze negative come i mattoni di una resilienza che ci rende, se non dei supereroi, almeno un po’ più forti e consapevoli. Accettare la nostra vulnerabilità e abbracciare gli ostacoli significa, in fin dei conti, riconoscere che ogni caduta è solo un altro passo verso una versione migliore di noi stessi. Rinunciare a rischiare per timore di delusioni? Che scelta così “innovativa”! Perché uscire dalla propria zona di comfort quando si può godere della rassicurante monotonia della stagnazione? La paura del fallimento è quel dolce freno che ci tiene lontani dalle nuove opportunità – perché, davvero, chi vorrebbe mai scoprire quel misterioso potenziale nascosto? Certo, una vita senza rischi promette un benessere immediato, ma a quale prezzo? Meglio restare fermi, evitando l’intrigante avventura della crescita personale. E poi, diciamocelo, prendersi dei rischi, anche a costo di subire delusioni, è come tuffarsi in un mare di incertezza per scoprire, con un pizzico di ironia, il coraggio di reinventarsi. Accettare la possibilità di deludersi diventa così un’arte raffinata: ogni passo incerto, ogni caduta spettacolare e ogni risalita trionfante si trasforma in una pennellata sul capolavoro della nostra vita. Le cicatrici emotive, quelle adorabili testimonianze dei momenti difficili, si trasformano nei simboli irresistibili di resilienza e crescita personale, trasformando ogni errore in un trofeo d’onore. In sostanza, una vita vissuta pienamente non è una sequenza di successi ininterrotti… troppo banale, diciamocelo, ma un mosaico variegato di esperienze, dove anche le delusioni occupano il loro giusto, ironicamente prezioso, spazio. E allora, perché non abbracciare ogni caduta, ogni delusione, e trasformarla in un’opportunità per crescere? Dopotutto, nella grande ironia della vita, è proprio nelle imperfezioni che risiede la vera bellezza. Approfondiamo? In psicologia non è certo visto come una condanna eterna, né come una punizione divina (non stiamo parlando di un giudizio universale, eh!). Piuttosto, viene considerato come una tappa fondamentale di quel strano e tortuoso viaggio che chiamiamo crescita personale. Un po’ come un viaggio in macchina: a volte ti perdi, ma quelle deviazioni ti portano in posti che non avresti mai immaginato. Ora, diversi approcci psicologici ci svelano il segreto: se lo guardi da un altro punto di vista, superare un fallimento non è solo un passo indietro, ma una gigantesca opportunità di apprendimento e sviluppo. Insomma, se si impara a prenderlo con filosofia, il fallimento può diventare il miglior insegnante che tu abbia mai avuto! È come se la vita ci dicesse: "Ehi, fermati un attimo, c'è una lezione qui per te!" Diversi approcci teorici ci ricordano che, se impariamo a reinterpretare quel piccolo scivolone con un sorriso, ogni inciampo può trasformarsi in una divertente opportunità di apprendimento e sviluppo. Secondo la teoria del growth mindset, ideata dalla psicologa Carol Dweck, le persone che credono nella possibilità di sviluppare le proprie capacità vedono il fallimento come un feedback utile e un’opportunità di miglioramento. Al contrario, chi adotta una mentalità fissa lo interpreta come una conferma definitiva delle proprie limitazioni. In quest’ottica, il fallimento diventa un banco di prova per rafforzare le competenze, trasformando un’esperienza negativa in una spinta verso il cambiamento. Il fallimento, inevitabilmente, innesca reazioni emotive come delusione, tristezza e una temporanea perdita di autostima. Tuttavia, la psicologia contemporanea sottolinea l’importanza dell’auto-compassione: riconoscere che il fallimento è parte integrante dell’essere umano e che, invece di giudicarsi duramente, è utile trattarsi con la stessa gentilezza riservata a un amico in difficoltà. Questa prospettiva aiuta a contenere l’impatto emotivo negativo e a favorire una ripresa più rapida. Numerosi studi in psicologia positiva evidenziano come il fallimento possa rafforzare la resilienza, ovvero la capacità di adattarsi e riprendersi dalle difficoltà. Le esperienze di insuccesso, se vissute in un contesto di supporto e apprendimento, diventano una palestra per lo sviluppo di strategie di coping efficaci. La resilienza non solo permette di superare gli ostacoli, ma prepara l’individuo ad affrontare sfide future con maggiore consapevolezza e determinazione. Non va dimenticato che la percezione del fallimento è fortemente influenzata dal contesto culturale e sociale. In una società che celebra esclusivamente il successo, il fallimento può assumere una connotazione stigmatizzante, rendendo ancora più difficile l’accettazione delle proprie sconfitte. Tuttavia, storie di grandi innovatori e leader – come Thomas Edison, che ha trasformato migliaia di fallimenti in passi necessari per l’invenzione della lampadina – dimostrano come il fallimento possa rappresentare il seme del successo futuro. Accettare i propri errori, sviluppare una mentalità di crescita, praticare l’auto-compassione e rafforzare la propria resilienza sono elementi chiave per trasformare il fallimento in una leva per il successo personale. Imparare da ogni esperienza negativa significa, in ultima analisi, scoprire e potenziare il proprio potenziale nascosto. Carol S. Dweck – Mindset: La psicologia del successo Dweck esplora il concetto di “growth mindset”, evidenziando come la convinzione nella possibilità di evoluzione delle proprie capacità trasformi il fallimento in un'opportunità di apprendimento. Kristin Neff – L’autocompassione Neff approfondisce il tema dell'auto-compassione, sottolineando l'importanza di trattarsi con gentilezza nei momenti di difficoltà, fondamentale per trasformare il fallimento in una tappa di crescita. American Psychological Association (APA) L’APA offre numerosi articoli e risorse sul tema della resilienza, evidenziando come le esperienze di fallimento possano rafforzare la capacità di adattamento e ripresa dopo le difficoltà. Barbara L. Fredrickson – La teoria dell’ampliamento e della costruzione delle emozioni positive Questo studio approfondisce come le emozioni positive possano aiutare a “costruire” risorse personali, rendendoci più resilienti di fronte al fallimento. George A. Bonanno – Resilienza umana Bonanno analizza la capacità dell’essere umano di riprendersi da eventi traumatici e fallimenti, sottolineando che le esperienze negative sono spesso il seme per una crescita personale inaspettata.

  • Tra lavoro, famiglia e un affettuoso golden retriever.

    Se c'è una cosa che ho imparato nella vita, è che non c'è mai un momento sbagliato per seguire i propri sogni. Solo negli ultimi due anni ho preso una decisione che potrebbe sembrare insolita per alcuni, ma che per me rappresenta un passo fondamentale verso il mio futuro: ho deciso di intraprendere il percorso di laurea. Questa scelta non è stata affatto facile. Mi sono posta molte domande e ho valutato attentamente i pro e i contro. Tuttavia, alla fine, ho capito che non c'era motivo di aspettare ulteriormente. La passione per il mio campo di studio e il desiderio di approfondire le mie conoscenze hanno prevalso su qualsiasi dubbio o incertezza. Il tempo è stato il mio nemico numero uno, con un lavoro impegnativo, due meravigliosi bambini che richiedono la mia attenzione e un affettuoso Golden Retriever che è parte integrante della nostra famiglia. Ho già vissuto diverse esperienze e ho acquisito competenze che mi saranno sicuramente utili nel mio percorso accademico. Ho imparato l'importanza della determinazione e della costanza nel perseguire i propri obiettivi, e so che queste qualità saranno mie alleate durante gli anni di studio. Inoltre, questa scelta è stata motivata anche dalla necessità del mondo del lavoro. Essere imprenditrice con un background consolidato è sicuramente un punto di forza, ma ho capito che in alcune realtà aziendali, l'aver ottenuto un titolo accademico può fare la differenza. Questo percorso mi darà la possibilità di accedere a nuove opportunità e di dimostrare che la mia determinazione e le mie competenze vanno oltre le esperienze imprenditoriali. Molte persone potrebbero chiedersi come sia possibile conciliare tutto. La risposta è semplice: il desiderio di crescita personale mi danno la motivazione e la determinazione necessarie per affrontare ogni sfida che si presenta. Una delle ragioni principali che mi ha spinto verso questa decisione è l'importanza dell'educazione come strumento di empowerment. Non importa quanto tempo sia passato dalla nostra ultima esperienza accademica, la volontà e la dedizione possono superare qualsiasi ostacolo. Un viaggio intenso e ricco di crescita, ma sono determinata ad affrontarlo con coraggio e dedizione. Sono pronta a superare ogni ostacolo e a raggiungere il traguardo che mi sono prefissata. E chissà quali nuove opportunità e scoperte mi riserverà il futuro. Sono pronta a lasciarmi sorprendere.

  • Il Ritmo sarcastico delle Lancette.

    Nella frenesia quotidiana, molti di noi si trovano ad affrontare sfide nella gestione del tempo, un elemento chiave per il successo e il benessere. Personalmente, mi ritrovo a non portare a termine alcuni lavori, consapevole fin dall'inizio che forse non saranno completati. Tuttavia, osservo con curiosità il contrasto con coloro che sembrano pianificare diligentemente le proprie giornate, apparentemente immersi in un costante impegno. Paradossalmente, però, spesso si ritrovano in ritardo o nel ciclico ritornello del "sto tornando" o “sto finendo”, che si trasforma, poi, in una lista di scuse. Mi sono imbattuta, anche, in risposte che giustificano il costante stato d'urgenza di molte persone, le cui affermazioni risultano essere "ci sono delle priorità, delle scadenze". Tuttavia, personalmente, trovo ironicamente che la mia unica scadenza tangibile sia quella relativa alla freschezza dei miei yogurt in frigorifero. Questa apparente dicotomia tra le esigenze reali e le affermazioni di priorità mi spinge a scrutare più a fondo le dinamiche complesse che guidano la gestione del tempo in un mondo, per come dicono tutti, costantemente in movimento. La prospettiva concettuale e psicologica sulla gestione del tempo evidenzia che il tempo in sé non è il fattore determinante, ma piuttosto come viene utilizzato.  Cominciamo con una citazione motivante: "Non è il tempo che abbiamo, ma come lo usiamo, che determina ciò che realizziamo." - Lou Holtz . Il concetto che il tempo in sé non sia il fattore determinante, ma piuttosto come viene utilizzato, affonda le radici nella psicologia della gestione del tempo. Lou Holtz, attraverso la sua citazione, mette in luce il potere di dirigere consapevolmente le nostre azioni e decisioni nel tempo disponibile. Da un punto di vista psicologico, la percezione del tempo è soggettiva e influenzata da fattori emotivi e cognitivi. La teoria dell'elasticità temporale suggerisce che la nostra percezione del tempo può variare in base all'esperienza e all'impegno mentale. Pertanto, dedicare attenzione e sforzi consapevoli a ciò che facciamo in un determinato periodo può estendere la nostra percezione di ciò che siamo in grado di realizzare. Sfatando il mito della quantità di tempo, si mette in luce l'importanza di concentrarsi sulla qualità delle attività svolte. La psicologia della realizzazione e della gratificazione immediata può giocare un ruolo significativo: concentrarsi su compiti significativi può portare a una maggiore soddisfazione personale e, di conseguenza, a una percezione di successo. La gestione efficace del tempo agisce come catalizzatore del successo poiché coinvolge anche la psicologia della pianificazione e dell'organizzazione. Creare una struttura temporale chiara e definire obiettivi concreti può ridurre lo stress e aumentare la motivazione, influenzando positivamente le nostre performance. Dobbiamo, quindi, considerare il tempo non come un vincolo rigido, ma come una risorsa flessibile e modellabile attraverso scelte consapevoli. Dopo ulteriori ricerche, ho fatto mia una “perla di saggezza”: "Le priorità sono non cosa tu fai, ma ciò che fai prima di tutto." Il concetto di priorità di Stephen R. Covey va oltre una semplice organizzazione delle attività quotidiane; si estende nella sfera più profonda delle nostre scelte e valori personali. Covey ci suggerisce di considerare la priorità come una questione di sequenza temporale e di dare la precedenza a ciò che è veramente significativo. Dal punto di vista concettuale, questo principio si basa sulla teoria dell'effetto domino nelle decisioni. Identificando e dando priorità alle attività che hanno un impatto significativo sulla nostra vita, generiamo un effetto a catena positivo che si riflette in una maggiore soddisfazione personale e nel raggiungimento dei nostri obiettivi. Psicologicamente, la pratica di dare priorità consapevolmente può contribuire a ridurre lo stress decisionale. L'idea di concentrarsi sulle cose più importanti prima di tutto è collegata al concetto di "carico cognitivo", dove la mente umana può affrontare solo un numero limitato di decisioni in un dato periodo. Prioritizzando, semplifichiamo il processo decisionale e creiamo un approccio più chiaro ed efficiente alle nostre attività. Inoltre, Covey sottolinea l'importanza di una riflessione continua sulle nostre azioni quotidiane. Questo aspetto psicologico invita a una forma di autoconsapevolezza che, nel contesto della gestione del tempo, si traduce in un'attenta valutazione delle attività che intraprendiamo. Questa riflessione può contribuire a modellare le nostre priorità in evoluzione, adattandole alle fasi diverse della nostra vita e alle sfide che incontriamo. Nel mondo un po' pazzo della gestione del tempo, dove le priorità sembrano un rebus e le scuse volano in giro come polvere, ci ritroviamo a ballare tra le lancette dell'orologio. In questo teatro dell'assurdo, dove le scadenze sono più liquide dei miei yogurt in frigo, la saggezza di Covey risplende sarcastica e ci chiediamo se le nostre azioni rispecchino davvero ciò che è "veramente significativo". Il "carico cognitivo" suona più come una scappatoia elegante per dire "mi spiace, non posso occuparmene", e dedicare tempo a riflettere sulle nostre azioni sembra un lusso, ma forse è giunto il momento di considerare la gestione del tempo come un'arte un po' stravagante. Qui, l'orologio assume il ruolo di uno spettatore sarcastico nel nostro perpetuo gioco di destrezza con il tempo.

  • Bisogna semplicemente sorridere e mandare a Fanculo.

    In un mondo che si muove a ritmi frenetici, dove l'incessante bisbiglio delle voci si confonde con il ronzio di sottofondo delle nostre vite quotidiane, mi ritrovo sempre più stufa. Stufa delle persone che non ascoltano veramente, quelle che si perdono nei meandri delle proprie convinzioni, incrollabili e assolute. Stufa di chi si pavoneggia nel ruolo di "dio" o di “tuttofare”, ostentando una presunzione che soffoca lo spazio per la genuina interazione umana. Questa sensazione di esasperazione mi è stata recentemente ispirata da due persone importanti nella mia vita, apparentemente frustrate per motivi diversi, ma in fondo legate da un comune disappunto. Condividendo con loro in privato questa citazione di Charles Bukowski, ho trovato un momento di profonda riflessione: "Uno poi si stanca di spiegarsi, di parlare, di cercare in tutti i modi di farsi capire. A volte bisogna semplicemente sorridere e mandare a fanculo." La verità è che siamo immersi in un oceano di comunicazione, ma affogati nella solitudine del non essere ascoltati. Questo pensiero, così crudo e sincero, mi ha aperto gli occhi su un aspetto cruciale della nostra esistenza sociale e personale. Charles Bukowski, emblematico nella letteratura underground americana e noto per la sua scrittura cruda e senza fronzoli, ha trascorso gran parte della sua vita a Los Angeles, dove ha dipinto con parole vivide e spesso sconcertanti le realtà della vita urbana, dell'alienazione, della povertà, e delle sue lotte personali con le relazioni, l'alcool e l'esistenza stessa. La citazione scelta incapsula in modo potente l'atteggiamento cinico e spesso disincantato di Bukowski nei confronti della vita. Queste parole risuonano con una qualità atemporale, esprimendo un sentimento di frustrazione verso il dover costantemente giustificarsi o adattarsi alle aspettative altrui. In questo contesto, Bukowski non si limita a esprimere un semplice disprezzo per le norme sociali convenzionali; ci invita piuttosto a considerare il potere liberatorio di abbandonare la lotta per la comprensione reciproca quando questa diventa opprimente. Ci sfida a valutare quando sia giusto ritirarsi, sorridere e, in senso figurato – o no!, "mandare a fanculo" le aspettative e i giudizi degli altri. Oltre a essere una semplice espressione di frustrazione, rappresenta un punto di svolta emotivo, un momento in cui il tentativo di comunicare e connettersi genuinamente con gli altri diventa un peso insostenibile. Questo "stancarsi" non è solo fisico o mentale, ma anche emotivo e spirituale. È il riconoscimento che, nonostante i nostri migliori sforzi, a volte non siamo compresi o apprezzati come meritiamo. Collegando questa idea alla libertà personale e all'autenticità, Bukowski tocca un nervo scoperto nell'esperienza umana. In un mondo che spesso premia la conformità e scoraggia la divergenza, affermare la propria individualità diventa un atto di coraggio. La citazione incarna la resistenza contro la pressione di adattarsi alle aspettative altrui, sottolineando l'importanza di rimanere fedeli a sé stessi anche di fronte all'incomprensione. Nel contesto professionale, questa citazione assume un'ulteriore dimensione di rilevanza. Molte persone si trovano a lavorare in ambienti dove, nonostante la loro competenza e dedizione, si scontrano con superiori che possono essere percepiti come inadeguati. La sensazione di lavorare sotto la guida di qualcuno che non solo non riconosce il tuo valore, ma potrebbe anche ostacolare il tuo progresso professionale, è incredibilmente frustrante. Bukowski, dal mio punto di vista, diventa un portavoce per chi si sente sottovalutato e incompreso nel proprio ambiente di lavoro. Il suo invito a "sorridere e mandare a fanculo" non è semplicemente un gesto di ribellione; è un richiamo a riconoscere il proprio valore e a cercare ambienti in cui questo sia rispettato e celebrato. In questo senso, la citazione di Bukowski può essere vista come un incoraggiamento a cercare la propria libertà e soddisfazione professionale, anche se ciò significa rompere con le convenzioni o le aspettative del luogo di lavoro tradizionale. Scegliere di ritirarsi o di rifiutare le convenzioni sociali, come il distacco volontario o il rifiuto di partecipare, può essere interpretato come un segno di dissenso o di critica sociale. Questo gesto sfida le norme stabilite e solleva domande importanti riguardo alla sostenibilità del nostro attuale stile di vita. Rappresenta un rifiuto consapevole della superficialità e dell'inautenticità che spesso permeano le interazioni sui social media, promuovendo un'esistenza più autentica e meno filtrata. Il valore del silenzio e del ritiro dalle interazioni sociali è un aspetto affascinante. Il silenzio, spesso sottovalutato, può essere un potente strumento di comunicazione. In contrasto con il rumore incessante, il silenzio può esprimere ciò che le parole non riescono a dire. Può indicare riflessione, disaccordo, empatia, o addirittura resistenza. In alcuni contesti, scegliere di rimanere in silenzio può essere una forma di espressione più forte che parlare. Questo atto può servire per imporre una pausa necessaria in una conversazione, permettendo sia a noi stessi che agli altri di riflettere più profondamente su ciò che è stato detto o su ciò che rimane non detto. La mia relazione personale con il silenzio risale ai miei primi anni di vita. Crescendo, sono stata spesso "accusata" dai miei genitori di non rispondere, di non prendere posizioni, e di guardare gli altri con un'aria che veniva interpretata come sfida o superficialità. Questa tendenza al silenzio, piuttosto che essere vista come una forma di comunicazione in sé, era spesso percepita come un segno di ribellione o di disinteresse. Tuttavia, riflettendo su quelle esperienze, mi rendo conto che il mio silenzio non era un segno di disimpegno, ma piuttosto una modalità di comunicazione a sé stante. In alcuni casi, il silenzio può essere una risposta ponderata, una scelta di non partecipare a dinamiche che si sentono opprimenti o inautentiche. Per un bambino o un adolescente, scegliere di rimanere in silenzio può essere un modo per affermare la propria individualità e per processare internamente le proprie emozioni e pensieri, specialmente in un ambiente dove si sentono incompresi o soverchiati. Questa mia esperienza personale evidenzia come il silenzio possa essere frainteso, specialmente quando chi ci circonda si aspetta modelli di comunicazione più tradizionali o espliciti. Inoltre, mostra come, fin da giovani, possiamo utilizzare il silenzio come uno strumento per navigare e reagire alle nostre relazioni e al mondo intorno a noi. Nel mio caso, il silenzio non era un rifiuto di comunicare, ma piuttosto una ricerca di uno spazio personale dove poter riflettere e crescere. In questo senso, il silenzio può essere visto come un atto di autodeterminazione, un modo per preservare la propria integrità interiore in un contesto che potrebbe altrimenti sembrare soffocante. Il silenzio può anche essere un indicatore che stiamo elaborando internamente le nostre esperienze, sentimenti e opinioni, prima di condividerle con gli altri. Questo processo interiore è cruciale per lo sviluppo di un senso di sé autonomo e per la costruzione di una comunicazione autentica e significativa. E quindi… quando è il momento giusto per sorridere e mandare a fanculo? Personalmente, credo che ci sia un tempo per tutto, ma quando si tratta di dire basta, non si dovrebbe aspettare che la situazione diventi insopportabile. Invece di permettere che le circostanze si accumulino fino al punto di esplodere, è spesso più saggio e salutare prendere una decisione decisa e agire subito. Questa filosofia si allinea con l'idea di autodeterminazione e rispetto di sé. Invece di sopportare passivamente situazioni negative, stress o rapporti tossici, c'è un potere nell'agire tempestivamente. "Mandare a fanculo" non deve necessariamente essere un gesto di rabbia o disperazione; può essere un'affermazione calma e deliberata dei propri limiti, un segno di autostima e di consapevolezza personale. È un atto liberatorio, che offre un senso di sollievo e di chiarezza. Invece di rimanere intrappolati in cicli di frustrazione o in relazioni malsane, scegliamo di fare spazio per ciò che è veramente importante e salutare per noi. Questo non significa agire in modo impulsivo o senza considerazione, ma piuttosto riconoscere e onorare i nostri bisogni, i nostri valori e la nostra salute mentale. Sia che ci troviamo in contesti privati o professionali, la capacità di imporre i nostri limiti è essenziale non solo per il nostro benessere psicologico, ma anche per la nostra salute fisica. Ignorare il nostro bisogno di rispetto e di autostima può portare a una somatizzazione, in cui lo stress emotivo e mentale si manifesta in problemi fisici, influenzando negativamente la nostra salute. Il rispetto di sé va oltre la semplice autostima; è un aspetto fondamentale del nostro benessere complessivo. Quando ci troviamo in situazioni in cui i nostri valori, i nostri bisogni o la nostra integrità vengono costantemente compromessi, il nostro corpo può iniziare a manifestare questi conflitti interni. Questi segnali non devono essere ignorati. È cruciale riconoscere che il prendersi cura di sé non è un atto egoistico, ma piuttosto una necessità per mantenere sia la nostra salute mentale che fisica. "Sorridere e mandare a fanculo" non è solo un gesto simbolico di liberazione, ma può essere un passo vitale verso la salvaguardia della nostra salute in senso ampio.

  • Il circo mediatico (in)nevato: il caso Roccaraso.

    Il caso Roccaraso è solo l’ultimo esempio di un fenomeno ormai consolidato: la realtà viene modellata dai trend social più di quanto ci piaccia ammettere. La viralità non è più solo un effetto collaterale della rete, ma è diventata il motore principale delle dinamiche sociali. Cosa significa? Significa che un evento non ha bisogno di essere davvero rilevante per guadagnarsi la ribalta nazionale. Basta che sia divertente, divisivo o assurdo abbastanza da generare interazioni, perché oggi l’informazione si basa sulla logica della visibilità. Chi fa parlare di sé, esiste. Chi non lo fa, sparisce. Ed è qui che entrano in gioco TikTok e le figure virali come Rita De Crescenzo, capaci di trascinare migliaia di persone in un vero e proprio pellegrinaggio social, che sia per ballare in strada, per seguire una moda assurda o per invadere una località di montagna senza alcuna pianificazione. La viralità è diventata più forte della programmazione, dell’organizzazione e persino del buon senso. Non c’è più bisogno di promuovere una destinazione con una campagna turistica ben studiata: basta che un video TikTok raccolga abbastanza commenti e condivisioni per trasformare un paese semi-deserto in un evento mediatico nazionale. Non importa se poi la neve è poca o se la località non è pronta ad accogliere orde di turisti dell’ultimo minuto. Il punto non è più l’esperienza in sé, ma l’atto stesso di partecipare al fenomeno. E a qualcuno fa comodo così. Più si alza il volume sulle sciocchezze, più i problemi reali restano in secondo piano. Oggi parliamo di Roccaraso, domani di un nuovo tormentone TikTok, e nel frattempo nessuno si chiede perché un genitore debba sudare sette camicie per trovare un posto in un asilo pubblico o perché una pensione dignitosa sembri più lontana di un impianto sciistico senza fila. Ma tranquilli: il prossimo fenomeno virale è già dietro l’angolo. E quando arriverà, saremo pronti a dimenticarci di Roccaraso esattamente con la stessa velocità con cui l’abbiamo reso un caso nazionale. Doveva essere una tranquilla stagione invernale, fatta di sciate, bombardini e bambini che si rotolano nella neve. E invece no. Benvenuti nel caso nazionale di Roccaraso, il tormentone che nessuno voleva, ma di cui ormai siamo tutti ostaggi. E io? Io trovo tutto questo ridicolo. Forse la cosa più coerente sarebbe stata non parlarne affatto. Ma ormai il danno è fatto, quindi tanto vale tuffarsi in questa follia collettiva con il giusto spirito critico. Tutto è iniziato con l’assalto turistico senza precedenti: 20.000 persone, perlopiù dalla Campania, sono piombate su Roccaraso in un weekend, trasformando la località abruzzese in un’inaspettata protagonista della cronaca nazionale. Le autorità sono corse ai ripari con controlli, prenotazioni obbligatorie e bus respinti ai confini del paradiso sciistico. I residenti hanno alzato gli occhi al cielo, mentre il resto d’Italia si divideva tra chi gridava all’invasione e chi difendeva il diritto a godersi la montagna. E poi è arrivato il grande problema: la neve ...o meglio, la sua assenza. Perché tra i pochi centimetri di bianco e le piste non proprio idilliache, alcuni turisti si sono sentiti traditi. “Dov’è la neve che ho visto su TikTok?” avranno pensato, mentre si guardavano attorno in cerca di un colpevole. A questo punto, la domanda è lecita: perché tutto questo rumore per una gita fuori porta? Davvero l’informazione nazionale non aveva altro di meglio da fare? Forse no. O forse il circo mediatico e social ha semplicemente trovato il suo giocattolo preferito: una storia di turismo selvaggio? C’era. Stereotipi regionali pronti a infiammare il dibattito? Anche. Il po t ere di TikTok nel plasmare la realtà? Ancora una volta, protagonista assoluto. D’altronde, se oggi una località può diventare un caso nazionale grazie a un trend su TikTok, domani potremmo ritrovarci Rita De Crescenzo a dettare la prossima destinazione turistica. E a giudicare da come vanno le cose, non sarebbe neanche troppo strano. Ed ecco servito il perfetto caso da chiacchiera infinita. E così, mentre la politica è in stallo (e forse è meglio non approfondire troppo, perché altrimenti dovremmo parlare di promesse elettorali evaporate come neve al sole), l’economia non offre colpi di scena (se non per ricordarci che il nostro stipendio continua a essere falcidiato da tasse e rincari), e il calcio si prende una pausa dai suoi drammi, il caso Roccaraso diventa l’argomento di punta. Un diversivo perfetto, che fa parlare senza far riflettere . A essere onesti, non c’è niente di nuovo sotto il sole o sotto la neve, per restare in tema. Il turismo di massa esiste da sempre. Il sensazionalismo mediatico pure. La voglia di scatenare polemiche inutili? Anche quella non è mai mancata. Ma la vera domanda è: perché continuiamo a cascarci? Forse perché queste non-notizie funzionano come una sorta di anestetico collettivo. Parlare di Roccaraso è più facile che affrontare la realtà di un Paese in cui le famiglie fanno i conti con l’inflazione mentre gli aiuti si assottigliano sempre di più. Il welfare è sempre più selettivo (per non dire assente) e gli asili nido pubblici sono spesso una chimera. Il sistema pensionistico tiene in ostaggio generazioni di lavoratori, che a 60 anni si sentono dire che “non ci sono le condizioni per andare in pensione”, mentre contemporaneamente si lamentano i giovani che “non vogliono lavorare”. Le tasse tagliano le gambe anche a chi ha uno stipendio alto, che però in busta paga vede ben poco. Parlare di questo sarebbe scomodo. Creerebbe malcontento. Aprirebbe discussioni che chi governa preferirebbe evitare. Quindi meglio concentrarsi su 20.000 turisti in Abruzzo, su due autobus respinti e su un pezzo di montagna che si è ritrovato più affollato di un centro commerciale il 24 dicembre. A prescindere dal "caso Roccaraso", c’è una morale più grande da cogliere. Se vi va di andare in montagna, fatelo pure, ma senza aspettarvi di trovare la cartolina che avete visto su Instagram. La realtà è sempre meno patinata dei social, e ormai dovremmo saperlo. Allo stesso modo, non credete a tutto quello che vedete su TikTok: un video virale può rendere qualsiasi destinazione irresistibile, ma non è certo un bollettino meteo affidabile. Una ripresa ben montata può far sembrare paradiso anche un parcheggio innevato con due centimetri di neve sporca. Ma soprattutto, attenzione alle tempeste mediatiche inutili. Se una notizia vi sembra eccessivamente gonfiata, probabilmente lo è. Ci sono argomenti che scaldano gli animi e fanno impennare le interazioni sui social, e questo spesso basta per trasformare un non-evento in un caso nazionale. Fate caso a quello di cui non si parla. Se tutta l’attenzione è concentrata su Roccaraso, chiedetevi quale tema più importante è stato messo in secondo piano. Perché il vero problema non è la neve, né i bus, né i turisti entusiasti o maleducati. Il vero problema è che il Paese è pieno di questioni irrisolte, e troppo spesso siamo distratti dalle fiere del nulla. E a qualcuno fa comodo così.

  • Chi controlla il Dibattito Sociale oggi?

    Ah, Facebook, il paladino della libertà di espressione… o almeno così ci vuole far credere. Negli ultimi anni, la piattaforma ha introdotto una serie di "rivoluzionari" aggiornamenti, promettendo di proteggere gli utenti da contenuti dannosi e di rendere il mondo un luogo più connesso e armonioso. Che dolce utopia! Ma guardando più da vicino, ci si accorge che non si tratta solo di piccoli ritocchi tecnici: stiamo parlando di un colosso digitale che, con un algoritmo qua e un filtro là, decide chi può alzare la mano e chi deve restare zitto nell’aula magna di internet. Insomma, non sono aggiornamenti, ma vere e proprie svolte culturali mascherate da innovazione. Perché il vero potere non sta solo nel farci parlare, ma nel decidere chi ascolta cosa. Oggi, i social media sono le nuove piazze globali, luoghi in cui miliardi di persone si incontrano per confrontarsi, scontrarsi o semplicemente condividere storie. Tuttavia, dietro l'apparente neutralità di queste piattaforme si cela un potere enorme: quello di decidere chi può parlare e cosa vale la pena ascoltare. Questa dinamica è al centro della trasformazione digitale che viviamo ogni giorno, con implicazioni profonde per temi come la rappresentazione, l'inclusività e la libertà di pensiero. Da sempre, il modo in cui parliamo di identità fuori dagli schemi, diversità e sfide sociali ha il potere di riscrivere la storia. Ma cosa succede quando è il sistema stesso a tirare i fili del dibattito, decidendo cosa mettere in vetrina e cosa nascondere nel retrobottega? Prendiamo gli imperatori romani, veri maestri nell’infrangere le norme sessuali della loro epoca. Adriano, ad esempio, visse alla luce del sole la sua storia d’amore con Antinoo, tanto che, dopo la morte del giovane, decise di farlo diventare un dio. Ma attenzione: questa "libertà" non era per tutti. Per i comuni mortali, certe relazioni erano tollerate solo fino a un certo punto. Insomma, un conto è essere l’imperatore, un altro è essere il panettiere di Pompei. Facciamo un salto avanti di qualche secolo e arriviamo a Oscar Wilde, il ribelle della società vittoriana. Brillante, famoso e… processato per la sua relazione con Lord Alfred Douglas. Condannato ai lavori forzati per "indecenza grave", Wilde divenne un simbolo di resistenza, mostrando al mondo che la società dell’epoca preferiva zittire chi non seguiva le regole piuttosto che accettare la diversità. A pensarci oggi, fa rabbia e tenerezza insieme. E poi c’è la Gioconda, che non poteva certo mancare in questa storia. Leonardo da Vinci ci ha lasciato uno dei più grandi enigmi artistici di sempre: un ritratto che, secondo molti, sarebbe un autoritratto "travestito". Maschile o femminile? Chissà! Di sicuro, la sua ambiguità ha continuato a far parlare e dimostra che le identità fluide non sono un’invenzione moderna, ma hanno sempre affascinato e sfidato i confini culturali. In ogni epoca, insomma, parlare di diversità ha sempre significato fare un atto di potere. Perché più se ne parla, più si creano spazi per resistere, affermarsi e, magari, cambiare le regole del gioco. Oggi, piattaforme come Facebook si comportano come i nuovi "imperatori" del discorso pubblico, decidendo chi merita visibilità e come. Ma niente corone d’oro o toghe imperiali: qui si parla di algoritmi, moderazione dei contenuti e scelte editoriali che determinano quali narrazioni emergono e quali, invece, finiscono nel dimenticatoio digitale. Ad esempio, le campagne LGBTQ+ spesso si trovano a fare i conti con restrizioni e avvisi di “violazione delle linee guida”, mentre contenuti discriminatori sembrano trovare un comodo angolino dove prosperare. Insomma, i social media non sono il luogo imparziale che a volte vorremmo immaginare, ma macchine potentissime che decidono cosa vediamo e, soprattutto, cosa pensiamo. La semiotica ci mostra che ogni immagine, ogni parola che appare nei nostri feed ha un peso culturale e politico. Se una piattaforma decide di promuovere la foto di una famiglia omogenitoriale o di censurare un bacio tra uomini, non si limita a comunicare: sta modellando percezioni, ideologie e credenze. Questo potere di selezione è immenso, capace di costruire o distruggere realtà. La storia, invece, ci insegna che parlare, raccontare e rappresentare è il primo passo verso il cambiamento. Quando Wilde fu condannato, si accese un dibattito sull’omosessualità. Quando Keith Haring dipinse muri contro l’AIDS, portò alla luce un’epidemia che molti avrebbero preferito ignorare. Oggi, nel mondo digitale, il dibattito non solo si espande, ma accelera, raggiungendo chiunque abbia una connessione internet. I social media sono piazze globali dove miliardi di persone si incontrano, ma ogni piazza ha i suoi vigilanti. Facebook, Instagram e altre piattaforme offrono spazi per visibilità e dialogo, ma spesso agiscono come silenziosi "custodi" del discorso pubblico. Le scelte algoritmiche decidono quali temi salgono sul palco e quali restano dietro le quinte. E qui il paradosso: post che celebrano la diversità possono essere etichettati come “contenuti sensibili”, mentre narrazioni più ostili, guarda caso, trovano più spazio. In definitiva, i social media non sono solo luoghi di confronto, ma laboratori dove si decide cosa merita attenzione. E per chi cerca di cambiare il mondo, imparare a decifrare segni e simboli è il primo passo per non cadere nella rete… in tutti i sensi. Chi decide cosa merita di essere visto? E quali sono le conseguenze di queste scelte sulla percezione pubblica? Sono domande che ogni tanto dovremmo farci mentre scorriamo i nostri feed. Nulla di ciò che vediamo online è lì per caso: ogni post, ogni immagine, è il risultato di una decisione – e spesso di una strategia – che non solo ci mostra una fetta di realtà, ma ci insegna anche come guardarla. È qui che la semiotica si rivela un superpotere: ci aiuta a decodificare questi processi e a vedere il filo invisibile che lega contenuti, scelte e significati. Ma attenzione, il digitale non è solo controllo e censura: può essere anche resistenza. Movimenti come #LoveWins, che ha celebrato la legalizzazione del matrimonio egualitario negli Stati Uniti, o iniziative come It Gets Better , che danno voce ai giovani LGBTQ+ per combattere il bullismo, dimostrano come la tecnologia possa ribaltare lo status quo. Questi spazi digitali si trasformano in megafoni globali, capaci di amplificare storie e creare reti di supporto. Certo, non sono perfetti, ma è innegabile che abbiano il potenziale per trasformare il dialogo e generare cambiamenti concreti. La rappresentazione, quindi, non è solo una questione di "essere visti": è una questione di scelte. Ogni post che condividiamo, ogni video che finisce nei nostri feed, contribuisce a costruire un panorama culturale che può spingere verso l'inclusione o, al contrario, alimentare le divisioni. È qui che entra in gioco una responsabilità enorme: quella di utenti, aziende e creatori di contenuti. Perché scegliere cosa raccontare e come farlo non cambia solo il presente, ma modella anche il futuro del dibattito pubblico. E, come abbiamo detto prima, più un tema viene discusso, più diventa difficile ignorarlo. Perché il segreto è questo: parlarne. Più lo facciamo, più alimentiamo il dibattito. E più lo alimentiamo, più diventa complicato fermarlo o farlo sparire. Il potere della conversazione sta tutto qui: creare spazi dove le persone possano confrontarsi e riflettere, anche quando il tema in questione fa storcere il naso o divide le opinioni. Judith Butler lo dice bene: "La realtà è costruita attraverso performance sociali e discorsi mediatici." E se c’è una cosa che il digitale sa fare bene, è trasformare quei discorsi in megafoni potenti. Parlare, raccontare, rappresentare. Tre azioni semplici che, però, possono cambiare la società. Ma attenzione: quando un tema diventa visibile – soprattutto sui social – si entra in un campo minato. La visibilità è un’arma a doppio taglio: può illuminare e portare accettazione, ma anche polarizzare e creare conflitti. Immaginiamo un argomento che per anni è stato un tabù, nascosto sotto il tappeto. Quando finalmente si comincia a parlarne, quel tema esplode sulla scena pubblica, incontrando sostenitori entusiasti… e oppositori agguerriti. È il prezzo della visibilità: da un lato, parlare di qualcosa significa legittimarlo. Dall’altro, può attirare odio e resistenze. Sui social media, poi, il fenomeno si amplifica: gli algoritmi amano i contenuti che fanno discutere, specialmente quelli divisivi. Un post che celebra la diversità o una campagna pubblicitaria inclusiva può generare amore, ma anche scatenare commenti velenosi. Eppure, quando un argomento entra nel dibattito pubblico, qualcosa cambia. Anche se la conversazione è inizialmente polarizzante, il fatto stesso di parlarne lo rende parte della realtà collettiva. La visibilità diventa un motore di trasformazione, capace di allargare i confini dell’accettazione sociale, anche quando le resistenze sembrano insormontabili. Il digitale amplifica tutto questo. Ogni tema diventa accessibile a tutti, ma ognuno lo interpreta a modo suo, attraverso il filtro delle proprie esperienze e pregiudizi. È vero, la visibilità rende l’odio più evidente. Ma attenzione: ciò che vediamo online non è sempre la realtà dominante. Spesso è solo la parte più rumorosa. Allo stesso tempo, quella visibilità diventa una fonte di ispirazione per molti, che trovano il coraggio di unirsi al cambiamento. La responsabilità, quindi, non è solo delle piattaforme che decidono cosa mettere sotto i riflettori, ma anche di chi partecipa al dibattito. Serve consapevolezza: riconoscere quando un contenuto è manipolatorio, promuovere storie costruttive e creare spazi di confronto sicuri. Perché, per quanto rischiosa, la visibilità resta un’opportunità. Se gestita con rispetto, può alimentare il progresso e avvicinare quella società più inclusiva che, in fondo, tutti sogniamo. Oscar Wilde, nel pieno delle polemiche e delle condanne che lo circondarono, disse: "L’uomo è meno se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità." Oggi, i social media offrono quella maschera a miliardi di persone, rendendo possibile una visibilità senza precedenti. Ma con essa arriva anche la responsabilità di scegliere quali verità raccontare e come farlo. La visibilità non è mai stata neutrale, né lo è oggi. Come ai tempi di Wilde, ogni storia narrata o censurata contribuisce a modellare la società. E anche se i dibattiti che ne nascono possono sembrare confusi o dolorosi, il semplice fatto di parlarne porta già il cambiamento. Dopotutto, la conversazione, nelle sue mille forme, è il primo passo per trasformare idee in realtà. Wilde lo sapeva bene: le parole, una volta dette, hanno il potere di resistere al tempo e di plasmare il futuro.

  • Instagram
  • Facebook

© 2023 by Jorjette.

#followme

Grazie!

bottom of page