Vomero. Sabato ore 22:00.
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Tornare al Vomero il sabato sera alle 22:00 non è più uno spostamento.
È un’esperienza immersiva; una specie di parco tematico della sopravvivenza urbana.
Prima di tutto: le macchine.
Non parcheggiate, ma appoggiate, in equilibrio precario su marciapiedi, scalinate, attraversamenti pedonali e, se possibile, anche su qualche anziano distratto.
A Napoli abbiamo inventato una nuova categoria: non il parcheggio creativo. Il parcheggio narrativo: ogni auto racconta una storia di disperazione, urgenza e totale fiducia nell’assenza dello Stato.
Poi ci sono loro: i parcheggiatori.
Figure ormai istituzionali: più presenti delle strisce blu, più organizzati di molti uffici pubblici, più capillari dei servizi sociali. Occupano marciapiedi, scale, incroci, porzioni di spazio che nemmeno l’urbanistica aveva immaginato. Una volta le scale servivano per salire. Oggi servono anche per fare cassa.
E mentre pensi che ormai nulla possa sorprenderti, succede altro. Un’auto parcheggiata sul marciapiede. Non a lato. Non in doppia fila. Direttamente sul marciapiede.
Dentro, un ragazzo. Alle 22. Si faceva una striscia di cocaina. Sul marciapiede. In macchina. Con la stessa tranquillità con cui qualcuno mangia un cornetto.
Nessuna fretta. Nessuna paura. Nessun senso di essere fuori posto.
È questo il punto.
Non è lo scandalo. È la normalizzazione.
La sensazione che tutto sia possibile, perché nessuno guarda, nessuno interviene, nessuno esiste.
Intorno, una coreografia perfetta: motorini che si muovono come blatte, in sciami coordinati, con la convinzione mistica di essere immortali. Glovo, Deliveroo, Uber Eats e varianti della logistica esistenziale che attraversano incroci e marciapiedi con la stessa serenità con cui noi attraversiamo il soggiorno di casa.
E mentre cerchi di non investire nessuno, capisci una cosa: il problema non è il traffico. È la trasformazione urbana.
Perché non era così.
Prima i bar non erano ovunque.
C’erano zone, identità, equilibri. Il caos del sabato sera aveva una geografia. A San Pasquale, per esempio; si andava lì se volevi la folla. Il resto dei quartieri respiravano.
Oggi invece la sequenza è questa: ristorante – bar – ristorante – bar – due bar – parrucchiere – sei parrucchieri – altro bar – sushi – pub – lounge – aperitivo – gin – poke – parrucchiere.
Non è pluralismo commerciale. È monocultura.
Il quartiere non è più un luogo. È un flusso continuo.
La città si è trasformata in una piattaforma: esperienze rapide, consumo veloce, permanenza breve. Mangiare, bere, parcheggiare dove capita, ripartire.
..È l’algoritmo applicato allo spazio urbano.
Il problema è che le città non sono piattaforme. Sono organismi.
Hanno bisogno di pause. Di silenzio Di scuole, librerie, botteghe, presidi sociali. Di anziani seduti fuori. Di bambini che giocano senza essere investiti da un monopattino elettrico lanciato a trenta all’ora.
E in mezzo a tutto questo, i residenti: quelli che devono tornare a casa, che hanno figli, non un gin tonic, che il giorno dopo lavorano.
La verità è che oggi i residenti sono diventati un fastidio. Un ostacolo al fatturato.
Il problema non è la movida; questa è vita. Il problema è quando la vita di alcuni diventa la fatica di altri.
Quando il diritto al divertimento diventa diritto all’occupazione dello spazio pubblico. Quando la libertà di impresa diventa desertificazione urbana.
La politica urbana non è decidere se i bar devono chiudere alle 2 o alle 3, ma è decidere che una città deve poter vivere senza diventare invivibile. È pianificare. Equilibrare. Distribuire. Proteggere.
Perché quando un quartiere diventa solo consumo, perde la sua funzione sociale.
Diventa un non-luogo, che non creano comunità.
E mentre cerchi un parcheggio impossibile, con i fari che illuminano un altro SUV parcheggiato a testa in giù su un marciapiede, pensi che forse la vera domanda non è: “Dove parcheggio?”, ma “Per chi è questa città?” …Per chi ci vive? O per chi ci passa?
Poi arriva il lunedì. Tutto normale.
Le strade non tornano civili... A Napoli non lo sono mai davvero, ma il lunedì sono semplicemente meno incivili del sabato.
I marciapiedi riappaiono… O forse riappaiono sotto l’immondizia.
Le scale tornano a essere scale, con un odore indefinito, a metà tra vomito e indifferenza.
I parcheggiatori evaporano come nebbia al sole. O meglio: si istituzionalizzano, occupando le strisce blu. E tu, residente, resti comunque senza posto.
I motorini immortali spariscono, ma solo per qualche ora. Poi riappaiono all’improvviso, come se non se ne fossero mai andati, da qualche angolo, da qualche senso vietato.
La cocaina, invece, diventa improvvisamente più rara...
E tu sei lì, alle 8 del mattino, in macchina.
Posto di blocco. “Documenti?”
E per un attimo ti viene da rispondere: documenti o coscienza?
Perché il punto non è il controllo. ma quando il controllo arriva solo quando è facile. Quando controllare significa fermare chi lavora... Non chi occupa. Non chi degrada. Non chi trasforma lo spazio pubblico in una zona franca temporanea.
E allora capisci che la domanda non è più solo urbanistica. È politica.
Che città vogliamo essere? Una città che tollera tutto per dodici ore e poi pretende ordine per le altre dodici? Una città che punisce la normalità e normalizza l’eccezione? O una città che protegge chi la vive ogni giorno?
Perché alla fine, più che i documenti, quello che manca davvero è una direzione.






Commenti