Grammatica involontaria dei corpi.
- giorgia dublino

- 2 giorni fa
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La camminata è una grammatica involontaria: dice ciò che la bocca non formula più.Lo sbandamento leggero, il zig zag senza scuse, l’ombrello brandito come un’estensione dell’ego, il corpo che occupa spazio senza percepirlo. Non è distrazione: è assenza di direzione interiore. Non è una diagnosi, ma una lettura del mondo.
Chi cammina così non sta andando verso qualcosa. Sta solo attraversando.
E quando non c’è direzione, non c’è nemmeno relazione: la vecchia diventa un ostacolo, la mamma col passeggino un intralcio logistico, l’altro un dettaglio sacrificabile.
Non è cattiveria. È disorientamento diffuso.
È gente che procede come procede la giornata: a colpi di notifiche, di urgenze inventate, di “scusa” non detto. Corpi senza bussola che occupano il presente come se fosse un corridoio di passaggio, non uno spazio condiviso.
Lo sbaraglio non è correre. È camminare senza saper stare.E chi osserva questo… chi ancora rallenta, scansa, aspetta… non è più educato: è semplicemente ancora orientato.
Il corpo è il primo luogo in cui la società si iscrive. Prima delle opinioni, prima dei post, prima dei discorsi: ci muoviamo. E nel modo in cui occupiamo lo spazio pubblico mostriamo il nostro rapporto con il mondo.
Camminare senza direzione, a zig zag, invadendo traiettorie altrui, non è semplice disattenzione: è la traduzione fisica di una crisi di orientamento simbolico.
Non sappiamo più dove stiamo, quindi non sappiamo più come stare.
Qui tornerebbe utile Erving Goffman: per lui la vita sociale è fatta di micro-rituali. La camminata è uno di questi. Quando i rituali minimi saltano (precedenze, sguardi, micro-aggiustamenti), non è caos: è erosione del patto sociale invisibile.
All’inizio del Novecento Georg Simmel osservava che la metropoli produceva individui nervosi, bombardati da stimoli, costretti a difendersi con l’indifferenza. Ma quella indifferenza era funzionale: serviva a sopravvivere. Eppure questa lettura non è universale.
Basta essere stati in Tokyo, o in qualsiasi grande città giapponese, per accorgersi che densità e disordine non coincidono.
Il Giappone è una metropoli estrema: milioni di persone, flussi continui, stimoli visivi e sonori incessanti.
Eppure la camminata è lineare, prevedibile, rispettosa. Nessuno zig zag inutili. Nessuna invasione dello spazio altrui. Gli ombrelli non sono armi. Il passo è coordinato, quasi coreografico.
Questo perché, a differenza dell’Occidente, l’indifferenza non è mai diventata disconnessione.
In Giappone non si educa l’individuo a “farsi largo”, ma a non disturbare il flusso.
Il corpo non è un’estensione dell’ego, ma un elemento di un sistema.
Qui il bombardamento di stimoli non genera sbandamento, perché esiste una disciplina del movimento, una consapevolezza spaziale appresa fin dall’infanzia, un forte senso di responsabilità implicita verso l’altro.
Non è gentilezza.
È codice culturale interiorizzato.
In Occidente, siamo oltre.
Non siamo solo sovrastimolati: siamo destrutturati.
Culturalmente, l’iperstimolo produce difesa; la difesa diventa indifferenza; l’indifferenza scivola nell’anomia, cioè nell’assenza di regole condivise.
La camminata scomposta non è più una difesa: è una perdita di coordinamento.
Non c’è più la “folla moderna” che scorre come un fiume; c’è un insieme di individui chiusi in sé che si incrociano senza coordinarsi. Le strade, le piazze, i marciapiedi non sono più percepiti come spazi di relazione, ma come zone di transito individuale.
Se lo spazio è solo attraversamento: l’altro non è un soggetto, è un ostacolo temporaneo, qualcosa da evitare o ignorare.
L’ombrello conficcato nei capelli altrui non è aggressività: è analfabetismo spaziale, muoversi come se lo spazio fosse vuoto mentre è, invece, abitato.
Cedere il passo a una persona anziana, proteggere una mamma col passeggino, evitare di colpire qualcuno con l’ombrello non sono atti di gentilezza: sono gesti di responsabilità sociale di base.
La stessa perdita di coordinamento si manifesta chiaramente alla guida.
Non si tratta solo di traffico o stress urbano. È un modo di stare nello spazio che si è spostato dall’attenzione condivisa alla sopravvivenza individuale.
In strada non si guida più insieme: si avanza, si frena, si sorpassa come se ogni altro veicolo fosse un impedimento personale. La precedenza diventa un’opinione. La corsia, un suggerimento. Il clacson, una forma di linguaggio emotivo primario.
Chi guida non legge più il flusso: lo forza.
Come nella camminata scomposta, anche qui non c’è strategia, ma reazione.
Non c’è direzione comune, ma una somma di traiettorie in competizione.
L’auto amplifica ciò che già accade a piedi: il corpo si chiude, l’attenzione si restringe, l’altro scompare come soggetto e resta solo come ostacolo mobile.
Non è assenza di leggi. È assenza di norme interiorizzate. Il codice c’è, ma viene negoziato, aggirato, reinterpretato in base all’urgenza del momento.
Così la strada, come il marciapiede, smette di essere uno spazio condiviso e diventa un campo di attraversamento competitivo.
Quando questi gesti scompaiono, non siamo davanti a persone cattive. Siamo davanti a persone stanche cognitivamente, saturate, scollegate.
La società ha spostato tutto sull’individuo: orientati da solo, proteggiti da solo, ottimizzati da solo
Il risultato? Corpi che non sanno più coordinarsi.
Chi cammina “bene”, ovvero chi rallenta, osserva, modula il passo, tiene conto degli altri,
oggi non è normale: è un deviante positivo, conserva un codice di convivenza mentre il sistema lo ha già dismesso. Camminare con direzione è dire: io so di stare in mezzo ad altri esseri umani.
Le persone non sono allo sbaraglio perché camminano male.
Camminano male perché sono allo sbaraglio.
Non nello spazio.
Nel senso.







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