top of page

Non è stress: è tilt identitario.

  • Immagine del redattore: giorgia dublino
    giorgia dublino
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è chi nella vita sembra un bradipo emotivo: si muove lento, parla lento, pensa troppo. Ti provoca gastrite solo a guardarlo. Si confonde la lentezza con la profondità. Poi arriva qualcuno più lucido, più rapido, e tutto quel pensare troppo non regge il confronto.

Non è stress: è tilt identitario. Lì il sistema va in crash.

Viviamo nell’epoca in cui la lentezza è diventata una posa morale.

Essere lenti significa essere “riflessivi”, “sensibili”, “complessi”. Chi prende tempo viene assolto, chi decide viene guardato con sospetto. Il problema è che non tutta la lentezza è consapevolezza. A volte è solo paura mascherata da introspezione.

Una lentezza che si racconta come profondità, ma che in realtà è molleria emotiva travestita da complessità.

Il bradipo emotivo non è pigro. Anzi, lavora tantissimo.

Lavora dentro. Analizza tutto, anticipa scenari, simula dialoghi che non avverranno mai, ripercorre frasi dette male nel 2009. È sempre stanco. E proprio per questo non agisce quasi mai.

Le pippe mentali diventano così una zona di comfort: finché penso, non rischio; finché penso, non scelgo; finché penso, posso dire che “non è il momento”.

Poi succede l’irreparabile.

Arriva qualcuno che è semplicemente più lucido. Non più intelligente, non più profondo. Solo più rapido nel collegare i punti. Uno che ascolta, decide, si muove.

E lì il bradipo emotivo va in tilt.

Perché quello che lui chiamava “complessità” improvvisamente appare per quello che è: un eccesso di pensiero senza direzione. Non è competizione: è l’impossibilità di stargli dietro. È smascheramento.

Non c’è una gara. Nessuno sta cercando di essere migliore dell’altro. Non c’è confronto esplicito, né volontà di primeggiare. Eppure lo smascheramento avviene perché la presenza dell’altro rende visibile ciò che prima era coperto dal racconto che uno faceva di sé.

Finché tutti si muovono allo stesso ritmo lento, la lentezza può essere scambiata per profondità.

Ma quando entra qualcuno che collega, decide e agisce con lucidità, quel ritmo si rompe.

E ciò che emerge non è inferiorità, ma assenza di direzione.

Lo smascheramento non dice: “tu sei meno capace”, ma “quello che chiamavi complessità forse era solo un modo elegante per non esporsi”.

È doloroso perché non arriva come un attacco. Arriva come una possibilità alternativa di fare, di stare, di essere! E quella possibilità, semplicemente esistendo, mette in crisi l’identità costruita.

La competizione presuppone due che corrono. Qui uno corre, l’altro resta fermo a spiegare perché correre è sopravvalutato. E la maschera cade.

Il tilt identitario arriva così: irritazione improvvisa, giudizio, fastidio fisico.

E la gastrite non è casuale.

Perché l’altro non sta facendo nulla di male. Sta solo mostrando una possibilità diversa di stare al mondo. E questo, per chi ha fatto della lentezza un valore assoluto, è destabilizzante.

Attenzione: non è un elogio della fretta.

La rapidità senza consapevolezza è altrettanto pericolosa. Ma esiste una differenza sottile e fondamentale tra lentezza e stallo. La prima è scelta. Il secondo è una scusa ben articolata.

Ci sono ambienti di lavoro in cui il pensiero non resta astratto. Luoghi in cui le decisioni non finiscono in un file, ma diventano subito visibili. Spazi dove ogni scelta ha un effetto immediato su chi entra, su chi guarda, su chi aspetta una risposta.

In questi contesti, la lentezza non è neutra. Si vede. Si sente. Si paga.

Qui il bradipo emotivo non può nascondersi dietro le parole. L’indecisione si traduce subito in vuoto operativo. E il tempo che lui pensa, qualcun altro lo usa. Non perché manchi l’analisi, ma perché manca il passaggio successivo: decidere e fare. E allora il pensiero, da risorsa, diventa attrito.

In questi ambienti c’è sempre qualcuno che regge il ritmo. Ha accettato che il lavoro reale richiede esposizione ed esporsi vuol dire scegliere davanti agli altri, sbagliare davanti agli altri, correggere davanti agli altri. Ed è spesso questa figura a risultare “troppo veloce”, “troppo diretta”, “poco riflessiva”; non perché lo sia davvero, ma perché rompe l’equilibrio lento su cui molti si sono assestati.

Il problema non è prendersi tempo. È fare della lentezza una bandiera morale.

Perché in un ambiente operativo, la profondità non è una qualità teorica.

È la capacità di stare dentro le conseguenze di ciò che si è scelto.

La verità scomoda (ma utile) è che in certi lavori non puoi permetterti di essere solo complesso. Devi essere anche presente, leggibile, reattivo.

La profondità vera non è restare fermi a pensare, ma decidere e fare, sapendo che poi non puoi fingere di non sapere.


Non è un’accusa.

È una diagnosi elegante.

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione

#FOLLOWME

Grazie!

myfeed

  • Facebook
  • Instagram

ARCHIVIO

  • Instagram
  • Facebook

© 2023 by Jorjette.

#followme

Grazie!

bottom of page