Aggia fa’ ’o mio. Il resto si organizza.
- giorgia dublino

- 4 giorni fa
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Aggiornamento: 3 giorni fa
Nuovo anno, nuovo mantra. Quello della decompressione.
Non mollo il timone, smetto solo di reggere anche il mare.
È il lavoro fatto bene senza iper-controllo.
Il senso di responsabilità senza colpa.
La fiducia pratica, non mistica.
È molto semplice: faccio la mia parte, non il mondo intero.
A un certo punto, però, bisogna scegliere dove mettersi. Un nuovo posizionamento. Non riguarda cosa si fa, ma dove si sta.
Scegliere i contesti, non solo le azioni. Non entrare in stanze che ti chiedono di rimpicciolirti. Decidere dove vale la pena consumarsi.
Ed eccolo qui, in versione napoletana: Aggia fa’ ’o mio .
Non spiega.
Non giustifica.
Si sposta.
Per il mio 2026 è una dichiarazione di sovranità tranquilla. Niente eroismi. Niente vittimismo. Niente “e fatell tu”.
Nasce da una stanchezza precisa. Quella che non fa rumore, non piange, non urla. Quella che ti guarda allo specchio e dice: basta. Non basta nel senso teatrale. Basta nel senso logistico.
“Aggia fa’ ’o mio” non è menefreghismo. Non è egoismo. Non è neanche una ribellione.
È un atto amministrativo dell’anima.
Ci sono persone che per anni diventano quelle che aggiustano, quelle che capiscono, quelle che “vabbè, ci penso io”. Quelle che tengono insieme famiglie, uffici, relazioni, gruppi WhatsApp e pure le emozioni altrui.
Senza delega. Senza manuale. Senza ferie.
A Napoli questa cosa ha anche un nome implicito: “Nun te preoccupà.” Frase bellissima. Letale, se detta troppo spesso a sé stessi.
“Aggia fa’ ’o mio” non è una resa.
È una selezione.
Faccio la mia parte, non il supplizio universale. Prendo la mia responsabilità, non quella degli altri. Rispondo a ciò che mi compete, non a ciò che mi viene scaricato addosso per abitudine.
È una frase corta perché non deve convincere nessuno. Funziona solo se detta prima, non dopo.
È quella che ti ripeti quando stai per dire sì a qualcosa che ti svuota.
Quando ti chiedono un favore che in realtà è una delega tossica.
Quando senti arrivare il vecchio “e fatell tu” come un riflesso condizionato.
È una pratica. La disponibilità senza confini diventa sfruttamento. E bisogna scegliere dove stare, prima ancora di cosa fare.
Nella narrazione dominante, la disponibilità è sempre un valore positivo: essere presenti, collaborativi, flessibili, “di supporto”.
Maturità, affidabilità, spirito di squadra.
Il problema non è la disponibilità in sé, ma l’assenza di confini che la accompagna.
Dal punto di vista sociologico, la disponibilità illimitata produce una distorsione strutturale: quando un comportamento è costante, prevedibile e gratuito, il sistema lo ingloba.
Smette di riconoscerlo come scelta e lo trasforma in aspettativa.
Nei contesti poco strutturati (famiglie, gruppi informali, ambienti lavorativi senza ruoli chiari) la responsabilità si concentra sempre sugli stessi.
Non perché qualcuno lo decida apertamente, ma perché chi è affidabile viene caricato, chi regge viene messo alla prova, chi non protesta viene considerato disponibile.
Si crea una norma implicita: tu ci sei? allora tocca a te.
Questo meccanismo non è neutro; è profondamente genderizzato.
Colpisce soprattutto le donne, storicamente impegnate come ammortizzatori sociali dei contesti disfunzionali.
Non c’è un cattivo riconoscibile. Non c’è un ordine diretto.
Ci sono frasi minuscole: tanto lo fai tu; sei più brava a gestirla; sei quella che capisce.
Da sole sembrano innocue. Insieme costruiscono un sistema perfetto: tu dai, il sistema incassa.
Il risultato è molto concreto e per niente poetico: tempo, energia e competenze assorbite a flusso continuo, senza restituzione, senza riconoscimento, senza una vera possibilità di dire no.
Perché il no, in questi contesti, non è un’opzione: è visto come una rottura dell’equilibrio.
Peccato che l’equilibrio esista solo perché qualcuno lo regge.
In situazioni così, la retorica dell’autodeterminazione individuale non regge.
Quella roba tipo “basta volerlo”, “scegli tu”, “se ti pesa, cambia”. Bellissima sui post motivazionali, un po’ meno nella vita vera.
Perché quando sei dentro un sistema sbilanciato, non stai scegliendo in campo aperto. Stai scegliendo con le porte già chiuse, i ruoli già assegnati e qualcuno che ha già deciso che tanto ti adatti.
Non è sempre una questione di forza di volontà o di mindset.
A volte il problema non sei tu che scegli male. È il contesto che ti lascia una sola scelta possibile (e casualmente è sempre quella che ti stanca di più).
Dire “scelgo cosa fare” suona bene, ma le azioni sono già incanalate in un sistema che premia l’adattamento, guarda male il dissenso e chiama normalità il sovraccarico.
Puoi anche scegliere, ma scegli dentro un recinto.
Ecco perché la decisione vera non riguarda l’azione, ma il contesto.
Scegliere dove stare significa farsi domande scomode prima di dire sì: la responsabilità è distribuita o ricade sempre sugli stessi? Il confine tra aiuto e delega è chiaro o creativo? L’impegno è reciproco o a senso unico? Uscire è possibile o comporta automaticamente colpa e giudizio?
Altrimenti non è scelta. È manutenzione gratuita di un sistema sbilanciato.
Spostarsi da un contesto disfunzionale non è egoismo. È un atto politico silenzioso.
Quando una persona smette di essere “sempre disponibile”, il sistema non crolla. Si vede!
E quelle crepe non sono colpa di chi se ne va. Sono la prova che prima qualcosa reggeva solo perché qualcuno si consumava.
Aggia fa’ ’o mio.
Fine.
Non è una frase che migliora il mondo. Non salva nessuno. Non ripara sistemi rotti.
È una frase che ti rimette dentro al tuo.
E oggi, questo, è rivoluzionario.
Perché non nasce pulita né ispirata. Nasce dopo… Dopo aver spiegato, aver mediato, aver coperto buchi che non erano tuoi.
Nasce da un’usura e diventa, finalmente, una scelta.
Aggia fa’ ’o mio. E il resto, si organizza.







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