Se c’è un Architetto, avrei qualche domanda.
A Roma sono entrata in una chiesa e mi sono trovata nel mezzo di una messa coreana.
Detta così, niente di straordinario. Roma accoglie persone da tutto il mondo, una comunità celebra una messa, io apro una porta. Tutto possibile.
Il dettaglio è che da tempo mi sento legata all’Asia. A qualcosa, forse a qualcuno. Una sensazione che non so spiegare bene, ma che riconosco ogni volta che torna: una specie di familiarità con qualcosa che, almeno sulla carta, dovrebbe essermi lontano.
Poi entro in una chiesa e sento quelle voci.
E dai!
Non sto dicendo che qualcuno abbia organizzato una celebrazione per mandarmi un messaggio. Sto dicendo che, in quel momento, una sensazione privata ha incontrato qualcosa di concreto. E io mi sono fermata ad ascoltare.
Durante questi giorni a Roma è successo anche altro.
Siamo andati a mangiare in una trattoria. Una cameriera brasiliana ha detto di aver conosciuto Alberto, mio figlio, in un’altra vita. Parlando con Adriano, ha fatto riferimento al suo labbro. Poi ha iniziato a piangere e ha abbracciato Alberto.
È stato soprattutto quel riferimento al labbro a colpirmi. In mezzo a un pranzo, nel contesto più ordinario possibile, una persona parlava di mio figlio come di qualcuno che ricordava.
Non so che cosa abbia visto, associato o riconosciuto. Non conosco la sua storia. So che ha dato a quell’emozione una spiegazione precisa: un incontro avvenuto in un’altra vita. Io quella spiegazione non posso verificarla. Ma posso dire che le sue parole, il pianto e quell’abbraccio ci sono stati.
E che mi hanno lasciato delle domande.
In un’altra chiesa, in un momento diverso dalla messa coreana, mi ero soffermata su un occhio dentro un triangolo, circondato d’oro e di angeli. Da lì era partita una conversazione sul simbolo, sulla Provvidenza, sul Grande Architetto dell’Universo. E il mio pensiero era arrivato abbastanza rapidamente a Matrix. È una possibilità che faccio fatica a liquidare.
Immagino una struttura dietro quello che vediamo. Un sistema del quale conosciamo alcune regole, mentre ci sfugge l’insieme. Qualcosa che possiamo osservare soltanto dall’interno.
L’Architetto, insomma.
Con la differenza che io avrei parecchie domande e nessuno mi ha dato il recapito.
Mi rendo conto che una messa coreana, un simbolo religioso e le parole di una cameriera non dimostrano l’esistenza di un progetto. Il collegamento lo sto facendo io. Ed è proprio questo uno dei punti che mi interessano: quanto dei legami che riconosciamo è nelle cose e quanto nasce dal nostro modo di guardarle?
Se l’Asia occupa già uno spazio nei miei pensieri, è plausibile che io presti più attenzione a ciò che la riguarda. Se sto ragionando sull’idea di un creatore, un simbolo che incontro può diventare il punto di partenza per altre domande.
Il nostro sguardo partecipa a quello che vediamo. Tenerne conto mi sembra necessario. Ma non mi obbliga a fingere che certi episodi mi lascino indifferente.
Posso esserne colpita senza averne scoperto la causa. Posso raccontare una coincidenza senza trasformarla in una prova. Posso anche lasciare una domanda aperta, invece di chiuderla con la prima spiegazione disponibile, mistica o razionale che sia.
Poi ci sono le emozioni. Un altro pezzo di questa faccenda che mi incuriosisce.
Ci innamoriamo, ci respingiamo, sentiamo affinità immediate. A volte una persona ci attira prima ancora che sappiamo dire perché; altre volte ci irrigidiamo senza avere un motivo che riusciremmo a difendere in una discussione.
Mi viene da immaginarci come calamite. È una metafora: le relazioni non seguono una semplice regola dei poli. Ma descrive quella sensazione di essere mossi da qualcosa prima di averlo capito.
Quanto scegliamo consapevolmente? Quanto passa attraverso il corpo, la memoria, le associazioni, i segnali che riceviamo senza accorgercene?
E se fosse chimica?
Non mi sembra una risposta offensiva. Anche l’idea che un legame passi attraverso meccanismi biologici ha qualcosa di affascinante. Siamo corpi capaci di reagire gli uni agli altri, di modificarsi attraverso un incontro, una presenza, uno sguardo.
Ma spiegare come nasce un’emozione e capire cosa farne sono due problemi diversi.
Posso conoscere il meccanismo della paura e averla comunque. Posso comprendere qualcosa dell’attrazione e dover decidere se seguirla. Posso sentire una vicinanza fortissima e chiedermi quanto appartenga alla persona che ho davanti e quanto a me.
La spiegazione non prende le decisioni al posto mio.
È qui che tutto questo, per me, deve diventare concreto. Perché potrei continuare per ore a parlare di simulazioni, vite precedenti e architetture dell’universo. Mi interessa farlo. Ma poi c’è una giornata da vivere.
Non posso passare il tempo ad aspettare che qualcuno mi riveli il senso di tutto. E non voglio affidare ogni rinuncia all’idea che un giorno verrà ripagata. Che dopo capirò. Che tutto serviva. Che esiste un disegno e quindi, nel dubbio, conviene continuare a stringere i denti.
Costruiamo continuamente qualcosa per il futuro. Investiamo energie nel lavoro, nelle responsabilità, nella sicurezza. Rimandiamo un desiderio perché prima bisogna sistemare altro. Poi quell’altro produce un’altra necessità, un altro obiettivo, un’altra scadenza.
Il futuro finisce per avere sempre la precedenza sul tempo che abbiamo davvero a disposizione.
E quel tempo è limitato.
La vita può interrompersi senza aspettare che abbiamo finito di organizzarla. È una consapevolezza scomoda.
Non sto dicendo che basti mollare tutto e partire. La libertà dipende anche dalle condizioni materiali e certi inviti a “vivere davvero” suonano benissimo finché qualcuno deve pagare il conto.
Vorrei però poter mettere in discussione almeno una parte di quello che considero inevitabile.
Questo sacrificio serve ancora? Questo obiettivo lo desidero io? Quanto di me sto consumando per raggiungerlo? E cosa continuo a rimandare, convinta che ci sarà un momento più adatto?
Se esiste un sistema, alcune regole le facciamo rispettare benissimo anche da soli. Ci sentiamo in colpa quando riposiamo. Trattiamo la curiosità come una distrazione. Arriviamo dalle persone che amiamo con quello che resta delle nostre energie.
Prima di scoprire chi abbia progettato l’universo, forse posso cominciare da qui: guardare come sto usando la mia giornata.
A Roma ho ascoltato una messa in una lingua che non capivo. In un’altra chiesa ho guardato un simbolo che mi ha portata a ragionare su un possibile Architetto. In una trattoria, una donna ha parlato ad Adriano del labbro di nostro figlio, ha detto di ricordarlo da un’altra vita e lo ha abbracciato piangendo.
Non ho una spiegazione che tenga insieme tutto. Ho episodi distinti, reazioni, interrogativi. E la voglia di capire senza dover dichiarare risolto il mistero.
Se c’è un Architetto, le domande restano.
Nel frattempo, vorrei evitare di consegnargli anche la responsabilità delle mie scelte.
Per quelle, oggi, ci sono io.



















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