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La Genesi non torna.

1 giorno fa
Tempo di lettura: 6 min

Dovevamo fare i compiti di storia. Tra l’uscita da scuola e, guarda un po’ il caso, il primo incontro di catechismo, ci siamo fermati al Riot, un posto dove ci sentiamo a casa.

Un pomeriggio di compiti con Alberto, otto anni, tra la Genesi, l’origine del mondo e domande alle quali “perché sì” non basta.

Una pagina da leggere, il racconto della creazione, Dio che mette ordine nel mondo. Sette giorni per lui. Per noi, evidentemente, il pomeriggio non sarebbe bastato.

Iniziamo.

Alberto legge che la terra era vuota e deserta, immersa nel buio, e che lo spirito di Dio volava sopra le acque.

Si ferma.

Se la terra era vuota, come faceva a esserci l’acqua?

Io guardo la pagina. Poi guardo lui.

Avevo previsto di supportarlo con i compiti di terza elementare. Non avevo previsto di dover chiarire la disponibilità delle risorse idriche prima della creazione.

Tra l’altro, proprio ieri, alla riunione, gli insegnanti ci avevano chiesto di lasciar fare i bambini. Lasciarli provare, anche sbagliare, senza intervenire.

E mo’? Lo lascio sbagliare o chiedo agli insegnanti una revisione della Genesi? Perché lui i compiti li sta facendo, è la creazione che non gli torna.

Provo a spiegare che “vuota” può significare senza abitanti, senza piante, senza animali. Che l’acqua c’era già. Che le parole, in questo racconto, vanno capite nel loro contesto.

Ma Alberto non è ancora convinto. Mi chiede di mandare una foto della pagina a ChatGPT, così possiamo capirci meglio. E nella stessa riunione ci siamo beccati una bella lavata di capo anche sul suo utilizzo. Oggi lo abbiamo coinvolto direttamente nella revisione della Genesi.

Ormai siamo in tre davanti al problema. L’acqua continua a esserci, le certezze cominciano a scarseggiare.

Arriviamo al terzo giorno: le acque si raccolgono e compare l’asciutto.

Altra domanda: la terra asciutta è una parte o tutto il mondo?

Giusto. Perché prima “terra” sembra voler dire il mondo intero, poi soltanto la parte dove puoi mettere i piedi senza bagnarti. Noi adulti passiamo da un significato all’altro con una certa disinvoltura. Lui vuole sapere esattamente di cosa stiamo parlando.

A un certo punto il verdetto arriva: “È confusionevole.”

E devo riconoscere che un po’ lo era diventato davvero.

Poi il discorso si allarga. Alberto osserva che quando una persona muore e ne nasce un’altra, la Terra continua a funzionare.

Questa osservazione mi ferma più delle altre. Fino a poco prima cercavo di spiegargli dove fosse l’acqua. Adesso devo capire cosa vuole sapere quando parla di qualcuno che muore.

Mi colpisce questo passaggio: da come comincia il mondo a come continua, anche quando la vita di una persona finisce. Non so se nella sua testa sia tutto già collegato. Vorrei ascoltarlo abbastanza da scoprirlo, senza riempire subito la sua domanda con una risposta mia.

Con le parole “vita” e “morte” mi viene anche meno voglia di rispondere in fretta. Mi chiedo quanto spiegare, quali parole usare, come essere sincera senza spaventarlo. Lui ha aperto una questione enorme con la naturalezza con cui, poco prima, mi chiedeva dell’asciutto.

E infine arriva alla domanda che contiene tutte le altre: “come nasce il mondo?” e aggiunge: “comunque alla fine Dio era già sulla Terra”.

Siamo partiti da una pagina di compiti e siamo arrivati all’origine dell’universo. Io ero disponibile fino alla merenda.

A un certo punto mi dice: “e se ti dicessi che non è possibile che Dio stava sull’acqua che nemmeno esisteva? Non è che è stato fatto tutto dalla natura per fatti suoi?”.

Ecco, adesso propone anche un’altra spiegazione. Parte da quello che non gli torna e prova a immaginare come potrebbero essere andate le cose. Quel “e se” mi colpisce: mi sta portando una sua ipotesi, vuole vedere cosa ne penso.

Io ero arrivata al Riot con un bambino e una pagina di storia. Ora ho davanti un bambino che mi chiede di confrontare due spiegazioni sull’origine del mondo. E siamo ancora prima del primo incontro di catechismo.

A quel punto proviamo a distinguere il racconto religioso della creazione dalla spiegazione scientifica della formazione della Terra. La Genesi, il Big Bang, le stelle, i pianeti.

Cerco di fare ordine!

Gli rispondo che non abbiamo ancora tutte le risposte su come sia cominciato tutto. Che esistono diversi racconti della creazione e che la scienza cerca di ricostruire la storia dell’universo attraverso le prove. Su molte cose sappiamo parecchio; su altre continuiamo a cercare.

E mentre glielo dico penso che, in fondo, posso concedermi anch’io di non sapere tutto. Lui mi ha proposto un’ipotesi. Posso ascoltarla senza dover chiudere l’origine dell’universo prima del catechismo.

Gli dico che è libero di pensare quello che ritiene più convincente. Non deve essere d’accordo con me o con la pagina di storia per forza.

Mentre cerco di spiegargli come nasce il mondo, lui mi ricorda che sta cominciando a costruirsi un pensiero suo.

Una libertà che vorrei accompagnare con la voglia di cercare, confrontare le spiegazioni e cambiare idea, tenendo presente che non tutte le risposte sono ugualmente dimostrate. A otto anni posso dirgli: “Puoi farti un’idea tua. Continuiamo a fare domande e a capire cosa sappiamo e cosa invece crediamo di sapere”.

Ed è lì che mi fermo a pensare.

Alberto stava leggendo con attenzione. Seguiva quello che le parole gli facevano immaginare e, quando qualcosa non tornava, lo diceva. Cercavo di portare avanti il racconto; lui mi riportava alla frase precedente.

Da adulti ci viene facile riempire i passaggi mancanti. Sappiamo già dove vuole arrivare una storia, riconosciamo le espressioni, sorvoliamo sulle ambiguità. Un bambino di otto anni può fermarsi proprio lì: nel punto che abbiamo saltato.

E chiederci conto dell’acqua.

Alberto mi lascia spesso così: con una risposta pronta che, dopo la sua domanda, pronta non è più.

Mi colpisce il percorso che fa. Parte da una parola, la prende sul serio e segue il ragionamento finché qualcosa non torna. “Vuota” significa vuota. Se c’è l’acqua, allora dobbiamo chiarire cosa intendiamo. Se diciamo “terra”, dobbiamo decidere se parliamo del pianeta o dell’asciutto. Non posso cambiare significato a metà spiegazione e sperare che lui, cortesemente, sorvoli.

Io sorvolo su parecchie cose. Lui evidentemente sta ancora verificando le condizioni di volo.

E più provo a spiegare, più mi accorgo che ascolta anche i passaggi ai quali io do meno peso. Una risposta può risolvergli un dubbio e contemporaneamente fargliene venire un altro. Io penso di aver chiuso la questione dell’acqua; lui sta già controllando dove fosse Dio.

È questo che mi lascia basita: la strada che riesce a fare partendo da una pagina di terza elementare. Dalla terra vuota passa alle acque, dalle acque all’asciutto, poi alle persone che nascono e muoiono mentre il mondo continua. Io ho ancora il dito sulla riga da leggere. Lui è arrivato a chiedersi come sia cominciato tutto.

Non sempre capisco subito il collegamento. A volte una sua osservazione mi sembra arrivare da un altro discorso. Poi gli chiedo di spiegarsi e scopro che, per lui, un filo c’è.

Devo avere la pazienza di farmelo mostrare, invece di riportarlo immediatamente al punto in cui ero rimasta io.

Ecco, la pazienza.

Perché raccontato dopo è un pomeriggio bellissimo, pieno di domande e scoperte. Mentre succede, io vorrei anche finire i compiti. Posso essere affascinata dal suo ragionamento e, nello stesso momento, sperare che la prossima domanda riguardi qualcosa di gestibile. Il plurale di “acqua”, per esempio. Non l’origine della materia.

Per domani, sinceramente, spero in un esercizio sulle doppie.

Ma quando dice "È confusionale" (cit. confusionevole) mi tocca fermarmi. Ha otto anni e riesce a mettere in discussione anche una risposta. Io, invece, a volte mi accontento di una frase ben formulata.

Con lui mi accorgo di quanto spesso confonda ciò che mi è familiare con ciò che ho davvero capito. Quel racconto lo conosco. Spiegarne ogni passaggio è un’altra faccenda.

La sua curiosità ha questo effetto su di me: mi costringe a guardare di nuovo cose sulle quali avevo smesso di farmi domande. Alberto ascolta una risposta e ci ragiona sopra. La collega a quello che sa, ne segue le conseguenze e, se un pezzo non torna, me lo riporta indietro.

Mi lascia basita questa sua capacità di trovare una domanda dentro una spiegazione che io consideravo conclusa. Vorrei custodire quella curiosità anche nei pomeriggi in cui sono stanca e un “perché sì” mi farebbe risparmiare parecchio tempo.

E forse una parte del nostro rapporto sta anche qui: lui si fida abbastanza da chiedermi, io devo riuscire a dirgli che non so tutto. Posso cercare insieme a lui, ripensare una risposta, ammettere che prima mi sono spiegata male. E lasciargli il tempo di arrivare alla sua conclusione, anche quando non coincide con quella che avevo preparato.

Ieri ci hanno chiesto di lasciarli fare.

Oggi Alberto ha fatto: ha letto, ragionato e individuato un problema. Sono io che mi sono ritrovata senza istruzioni.

Perché sul quaderno posso controllare una risposta. È molto più difficile capire quanto intervenire davanti a un pensiero che sta prendendo forma. Per me, ma immagino anche per gli insegnanti: quando aiutare, quando aspettare e quando lasciare che una domanda porti fuori dalla pagina.

Lo guardo e mi sorprende che sia già così suo. Io posso accompagnarlo, ma non posso prevedere dove andrà a finire.

Oggi è finito alla Genesi.

Non abbiamo risolto tutti i misteri dell’universo. Abbiamo però scoperto quanto lavoro può esserci dentro una domanda apparentemente semplice, e quanto sia difficile spiegare bene qualcosa che pensavamo di aver capito.

Prima di rispondere in fretta, bisogna capire dove si è fermato lui.

Dio, nel racconto, il settimo giorno si riposa.

Io aspetto di finire i compiti.

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