Non siamo diventati più stupidi.
- 3 giorni fa
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Per anni ci hanno detto che ogni generazione diventava più intelligente della precedente. Che il mondo migliorava, che la scuola funzionava, che il cervello umano si evolveva come una startup ben finanziata.
Poi, a un certo punto, qualcuno ha iniziato a dire il contrario... Che i ragazzi leggono meno. Che l’attenzione è crollata. Che il pensiero profondo è in crisi.
E allora la domanda è diventata improvvisamente scomoda: stiamo diventando più stupidi?
La risposta è no, ma stiamo diventando diversi.
Per decenni il quoziente intellettivo medio è aumentato; gli studiosi lo chiamavano effetto Flynn.
Non era magia. Era contesto.
Migliore nutrizione, scuole più strutturate, ambienti più stimolanti. Soprattutto, un mondo che chiedeva sempre più capacità astratte: ragionare, pianificare, interpretare simboli.
Poi è arrivato il digitale. Non come strumento. Come ecosistema.
Non è un dettaglio.
Un ecosistema cambia il modo in cui il cervello lavora.
Oggi non siamo meno intelligenti, ma siamo allenati a sopravvivere in un ambiente di distrazione continua. E la profondità non è scomparsa, ma è diventata opzionale.
Prima, per sapere qualcosa, dovevi cercarla davvero. Non bastava digitare una domanda; se non capivi una parola, non esisteva una chat pronta a rispondere.
Esisteva il vocabolario. Quello pesante. Quello che occupava mezzo zaino e tutta la pazienza.
Al liceo, le versioni di latino non si risolvevano con un copia-incolla mentale. Si apriva il dizionario, si cercava una parola alla volta, si sbagliava; si ricominciava; si perdeva tempo.
E quel tempo non era uno spreco. Era allenamento.
Allenamento alla frustrazione.
Alla concentrazione.
Alla lentezza.
Era un tempo che costruiva un muscolo invisibile: la capacità di restare dentro una difficoltà senza scappare.
Oggi l’informazione è immediata, ma la competenza non lo è.
Non è che prima fossimo più intelligenti, è che eravamo costretti a restare più a lungo dentro il processo.
E il processo, a volte, è ciò che crea il pensiero.
Chi è nato tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 ha vissuto una condizione rara: infanzia analogica, adolescenza digitale. Abbiamo giocato senza smartphone. Abbiamo letto senza notifiche. Abbiamo imparato a concentrarci su una sola cosa. Poi abbiamo sviluppato competenze digitali.
Siamo cresciuti nel silenzio e viviamo nel rumore.
Questa doppia alfabetizzazione è una ricchezza.
Ma anche una fatica.
E qui arriva il punto più interessante. Perché oggi la generazione ponte è diventata genitore.
Cresciuta nella lentezza, educa nella velocità.
Siamo quelli che dicono ai figli: “concentrati”, ma poi controlliamo le notifiche mentre loro parlano. Siamo quelli che ricordano la noia come un terreno fertile, ma riempiamo ogni minuto dei bambini per paura che restino indietro. Siamo quelli che hanno imparato a cercare, ma offrono risposte immediate.
Non per incoerenza. Per sopravvivenza, perché il mondo è cambiato più velocemente di noi.
E forse è proprio qui che nasce il fraintendimento più grande.
Quando osserviamo i ragazzi di oggi, non vediamo solo loro.
Vediamo anche la nostra fatica di adattamento.
Proiettiamo sui figli la nostalgia per un tempo che non tornerà e la paura per un futuro che non conosciamo. Così, senza accorgercene, trasformiamo un cambiamento cognitivo in un giudizio morale.
Eppure non è la prima volta che succede.
Il vero problema non è la GenZ . È troppo facile dire: “i giovani non sanno più pensare”.
Ogni generazione accusa la successiva di superficialità.
Platone lo faceva già. Nei suoi dialoghi (soprattutto nel Fedro), mette in bocca a Socrate una critica durissima alla scrittura. Temeva che rendesse le persone meno capaci di ricordare, più dipendenti da un sapere esterno, più inclini all’apparenza che alla comprensione.
Socrate sosteneva che: la scrittura indeboliva la memoria, faceva sembrare sapienti persone che non lo erano, creava una conoscenza superficiale, sostituiva la vera comprensione con una forma di apparenza.
In altre parole, per lui la scrittura era un “Google antico”. Una tecnologia nuova, e faceva paura.
Come oggi fanno paura smartphone, ChatGPT, TikTok.
Questo non significa che tutte le critiche siano infondate. Significa che ogni rivoluzione cognitiva crea ansia. Nel Medioevo si criticavano i giovani perché leggevano troppo romanzi, nell’Ottocento si accusava la stampa popolare, nel Novecento la televisione, oggi i social.
Quando cambia il modo di pensare, chi è cresciuto prima percepisce la perdita.
Chi cresce dopo sviluppa nuove competenze.
Lo schema è sempre lo stesso: i vecchi vedono ciò che si perde, i giovani vivono ciò che si guadagna.
La verità sta in mezzo.
La scrittura non ha distrutto la memoria, ma l’ha trasformata.
Il digitale non distruggerà il pensiero, lo trasformerà.
Il problema non è il cambiamento. È la consapevolezza del cambiamento.
Il punto non è la capacità, ma il contesto.
Le nuove generazioni elaborano informazioni molto più rapidamente, filtrano meglio l’overload e sviluppano intuizioni visive e associative. Ma hanno meno occasioni di allenare la concentrazione lunga, la lettura profonda e la riflessione senza stimoli.
Non perché non possano, ma perché l’ambiente non lo richiede.
Se non alleniamo la profondità, non perdiamo solo capacità cognitive. Perdiamo autonomia.
Chi non sa fermarsi reagisce invece di scegliere e consuma invece di comprendere. Si informa senza formarsi.
La profondità è una forma di libertà. Non è nostalgica. È strategica.
Oggi i bambini non hanno meno stimoli. Ne hanno troppi.
Non è la scarsità il problema. È l’abbondanza.
La sfida non è insegnare loro a sapere. È insegnare loro a restare: restare dentro un pensiero, una difficoltà, una relazione, un’emozione. Restare senza scorrere.
Non serve demonizzare il digitale, ma serve progettare attenzione.
Allenare velocità e lentezza, intuizione e riflessione, connessione e silenzio.
Per libertà. Perché il cervello si adatta sempre.
La domanda è: a cosa vogliamo adattarci?






















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