Educazione emotiva a massimo volume.
- giorgia dublino

- 3 giorni fa
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Stamattina, colazione.
Io con il caffè ancora in fase embrionale, Giordana e Alberto già perfettamente operativi.
Parte la musica. Parte l’animazione. Parte il mondo che cambia.
E io penso: “Ma io avevo Sailor Moon…” Non lo penso con nostalgia triste. Lo penso con sincero stupore antropologico. Perché Sailor Moon era magia, ma era una magia lenta, rituale, ripetitiva; trasformazione, posa, nome gridato, nemico sconfitto.
Un mondo diviso in bene e male, con una grammatica emotiva comprensibile anche a chi, come me allora, stava ancora cercando di capire come si diventava grandi.
Poi guardo loro. Il cartone animato K-Pop Demon Hunters.
Ragazze che cantano, combattono, ballano, salvano il mondo e intanto gestiscono identità doppie, aspettative, pressione, performance.
Non sono solo eroine. Sono brand viventi, corpi narrativi, soggetti emotivi complessi. Qui non c’è più solo la trasformazione; c’è la prestazione.
Non basta essere forti: devi esserlo bene, davanti a tutti, senza sbavature.
Quando dico “sincero stupore antropologico” non è una posa intellettuale.
È una sensazione fisica: quella di chi si accorge di stare osservando una specie diversa crescere nello stesso salotto.
Non perché i bambini siano cambiati, ma perché è cambiato l’ecosistema simbolico in cui si formano.
Ogni generazione cresce dentro un ecosistema simbolico: un insieme di immagini, storie, archetipi, linguaggi e ritmi che, spesso in modo invisibile, insegnano come stare al mondo.
Non è solo intrattenimento. È educazione implicita.
L’errore più comune degli adulti è pensare che i contenuti per l’infanzia siano semplicemente “più moderni” o “più veloci”.
In realtà, ciò che è cambiato non è il contenitore, ma l’aria che circola dentro.
L’ecosistema simbolico degli anni ’80 e ’90 era costruito su una logica lineare. Il tempo narrativo procedeva per sequenze ordinate: attesa, trasformazione, scontro, risoluzione.
Questo modello rifletteva un mondo che, pur complesso, si presentava come comprensibile e, soprattutto, rimandabile.
Si cresceva per tappe. Si sbagliava prima di riuscire. Il futuro era lontano, e proprio per questo abitabile.
Oggi l’ecosistema simbolico è mutato perché è mutata la struttura del reale.
I bambini crescono immersi in un ambiente in cui i confini tra pubblico e privato, gioco e lavoro, identità e ruolo sono diventati porosi. Sono superfici che lasciano passare continuamente qualcosa. Come una spugna.
La narrazione contemporanea non accompagna più verso il mondo adulto: lo anticipa.
Le storie non insegnano più solo cosa è giusto o sbagliato, ma come gestire visibilità, pressione, giudizio.
Il conflitto non arriva dall’esterno: nasce dentro il personaggio.
Non si combatte più un nemico riconoscibile, ma una molteplicità di aspettative.
Questo cambiamento ha una conseguenza profonda: l’infanzia non è più un tempo separato e protetto, ma una zona di addestramento emotivo precoce.
Non è un’accusa. È una constatazione.
L’ecosistema simbolico attuale allena i bambini alla complessità prima ancora che alla semplicità.
Li espone a narrazioni in cui essere forti non significa vincere, ma reggere: reggere il fallimento, reggere lo sguardo degli altri, reggere il fatto che l’identità non è stabile, ma performativa.
In questo senso, le nuove eroine non sono solo figure di potere. Sono dispositivi culturali che insegnano come sopravvivere in un mondo iper-esposto, iper-connesso, iper-valutato.
La trasformazione non è più un momento rituale che separa il prima dal dopo.
È permanente.
Si è sempre attivi, sempre in scena, sempre osservabili.
Eppure, dentro questo ecosistema più duro, esiste un elemento nuovo e prezioso la fragilità non viene rimossa, viene narrata.
Le storie contemporanee ammettono la crisi, l’errore, il collasso. Non promettono salvezze definitive, ma alleanze temporanee. Il potere non è più individuale: è relazionale.
Questo dice molto del mondo che stiamo consegnando ai nostri figli.
Un mondo meno ingenuo, forse, ma anche meno ipocrita.
Il mio stupore antropologico nasce qui: nel riconoscere che i bambini non stanno crescendo più velocemente, ma stanno crescendo in un ambiente che chiede competenze simboliche più alte. E noi adulti, spesso, osserviamo tutto questo con le categorie di un ecosistema che non esiste più.
Io avevo eroine che vivevano in un tempo narrativo lento. Il male arrivava, si manifestava, veniva nominato, affrontato, sconfitto. Il mondo, per quanto minaccioso, restava decifrabile.
Oggi i bambini abitano storie che somigliano molto di più alla realtà adulta: identità multiple, aspettative incrociate, ruoli pubblici e privati che collassano uno sull’altro. Non esiste più un “prima” e un “dopo” la trasformazione. Si è sempre in scena.
Ed è questo che, da adulta, mi spiazza.
Perché queste narrazioni non preparano solo all’eroismo. Preparano alla gestione del carico; ad essere forti, essere visibili, essere coerenti, essere all’altezza. Tutto insieme. Subito.
Eppure…ed è qui che l’antropologia diventa meno pessimista… queste storie inseriscono un correttivo fondamentale: la vulnerabilità non è un difetto narrativo, è parte del personaggio.
Le nuove eroine sbagliano, crollano, si fermano, si rimettono insieme.
Non vengono salvate da un principe, ma da una rete.
Il potere non è solitario. È collettivo.
Guardo Giordana e Alberto e capisco che non stanno “consumando” un cartone animato.
Stanno assorbendo una grammatica del mondo molto più complessa della mia.
E io, che pensavo di assistere a un semplice salto estetico, mi ritrovo davanti a una mutazione culturale silenziosa.
Non fa rumore. Ma cambia tutto. Ed è qui lo scarto.
Non generazionale, ma strutturale.
Il mondo che raccontavamo ai bambini concedeva tempo. Quello che raccontiamo oggi chiede lucidità precoce, autocontrollo, gestione emotiva, multitasking identitario.
Il bene e il male non sono più netti, ma sono intrecciati, internalizzati, performativi.
Eppure c’è forza, amicizia e soprattutto il messaggio che puoi essere fragile e potente nello stesso momento.
Forse Sailor Moon ci insegnava a credere nella magia.
Queste nuove eroine, invece, insegnano a reggere il mondo senza smettere di sentire.
È cambiato il peso che diamo all’infanzia.
E loro, senza saperlo, lo portano già addosso.
Non si tratta solo di un cartone animato, né semplicemente di come sia cambiata l’estetica.
C’è qualcosa di più profondo che tiene tutto insieme. E ha una soundtrack impeccabile.
Il brano Golden non è solo una colonna sonora.
È metanarrazione. Una soundtrack che non accompagna: governa.
C’è un dettaglio che chiarisce più di molte analisi teoriche questo cambiamento: la musica.
Non fa da sottofondo.
Non commenta.
Non addolcisce.
Comanda il ritmo emotivo.
La canzone non serve a rendere memorabile una scena, ma a strutturare l’esperienza.
È intensa, epica, carica di tensione. Parla di forza, caduta, risalita. Di identità che si spezza e si ricompone davanti allo sguardo degli altri.
Non è musica per bambini.
È musica su cosa significa crescere oggi.
Queste narrazioni insegnano ai bambini non solo a riconoscere le emozioni, ma a sostenerle ad alto volume.
Il messaggio non è “puoi farcela”. È: “puoi farcela mentre tutti ti guardano”.
La soundtrack non accompagna l’eroina, ma la espone. La mette in scena. La trasforma in corpo pubblico.
Ed è esattamente questo il mondo che i bambini abitano: un mondo dove anche l’intimità ha un ritmo, una metrica, una performance.
Quando Giordana e Alberto ascoltano quella musica, non stanno solo guardando una storia.
Stanno imparando come suona il mondo.
Non è una metafora poetica. È una constatazione concreta, quasi fisica.
Giordana e Alberto sono due bambini profondamente musicali. Non perché studino musica in modo strutturato o perché “siano portati”, ma perché reagiscono al suono prima ancora che al significato.
Colgono i cambi di ritmo, le tensioni, le accelerazioni improvvise. Capiscono quando qualcosa sta per esplodere emotivamente, anche senza parole.
Ed è qui che la musica smette di essere intrattenimento e diventa alfabeto emotivo.
Le colonne sonore di oggi non insegnano solo cosa provare, ma come reggere ciò che si prova.
Abituano all’intensità, all’overdrive emotivo, al fatto che il mondo non parla piano.
Il ritmo è alto. Le emozioni arrivano tutte insieme. Non c’è silenzio preparatorio. Non c’è pausa rituale.
Per bambini musicali, questo è potentissimo e ambivalente.
Da un lato affinano una sensibilità straordinaria. Dall’altro imparano molto presto che il mondo non abbassa il volume per nessuno.
E forse è questo che mi colpisce più di tutto: loro non stanno solo crescendo dentro il mondo.
Stanno imparando a intonarsi al mondo.
Noi avevamo melodie che accompagnavano. Loro hanno soundscape che avvolgono, trascinano, chiedono presenza costante.
La musica non li protegge. Li prepara.
E io, guardandoli muoversi a tempo, cantare senza capire fino in fondo il testo ma cogliendone perfettamente l’urgenza, mi rendo conto che stanno costruendo un’intelligenza emotiva fondata sull’ascolto prima ancora che sul linguaggio.
Stanno imparando quando entrare. Quando reggere una nota. Quando stare in silenzio.
Stanno imparando come suona il mondo, ma anche come non stonare dentro di esso.
Mi accorgo di aver aperto una finestra su una mutazione culturale profonda. Irreversibile.
Questo cartone non è “basato sulla musica” per caso. Il fatto che sia un prodotto Sony non è un dettaglio neutro.
Qui la musica non è decorazione. È struttura.
È come se il racconto dicesse ai bambini, senza dirlo apertamente: questo è il livello di intensità a cui dovrai stare.
Il suono anticipa il mondo reale: veloce, stratificato, emotivamente denso, senza pause lunghe.
Un mondo in cui saper ascoltare non significa solo godere, ma orientarsi.
Questo tipo di narrazione funziona come un addestramento sottile. Sensoriale.
Non è manipolazione nel senso grossolano del termine. È qualcosa di più raffinato e potente: modellazione percettiva.
L’industria culturale non insegna cosa pensare. Insegna a che frequenza vibrare.
Mentre noi discutevamo se un cartone fosse “adatto” o “educativo”, qualcuno ha iniziato a chiedersi se fosse intonato al mondo che verrà.
Questo prodotto non sta solo raccontando una storia. Sta facendo prove di accordatura.
E Giordana e Alberto, che colgono il ritmo prima ancora del senso, non stanno solo guardando.
Stanno imparando a stare in tempo.
Con il mondo.






















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