Insomnia, ma con le cuffie addosso
- 14 mag
- Tempo di lettura: 7 min
Ci sono canzoni che non arrivano quando stai bene.
Arrivano quando il cervello decide di fare il turno di notte senza autorizzazione sindacale.
E infatti, puntuale, negli ultimi giorni la mia colonna sonora è diventata Craig David – Insomnia (Thierry von der Warth Remix).
Non perché io abbia improvvisamente nostalgia del 2008 o voglia trasformarmi nella protagonista di un after movie di Ibiza… Ma perché alcune canzoni fanno una cosa molto precisa: ti tengono in piedi mentre dentro stai crollando.
La musica ha sempre avuto questo potere strano.
Non risolve. Non aggiusta. Non ti restituisce le persone. Non cancella il dolore.
Però ti accompagna nel caos senza chiederti di spiegarti… E in certi momenti è già tantissimo.
Io l’ho scritto tante volte: la musica aiuta. Aiuta più di molte frasi motivazionali da tazza Instagram. Più dei “devi essere forte”, più dei “il tempo aggiusta tutto”.
Che poi il tempo non aggiusta niente: al massimo riorganizza i mobili del trauma.
La verità è che certe canzoni diventano una specie di regolatore emotivo, un posto dove scaricare la rabbia senza distruggere il salotto. Un modo per trasformare l’ansia in movimento.
Perché quando parte quel remix di Insomnia io non mi sento “felice”.
È come se il cervello smettesse per qualche minuto di fare archivio del dolore e iniziasse semplicemente a respirare a tempo. E forse è per questo che continuiamo ad ascoltare le stesse canzoni in loop quando stiamo male.
Non perché ci piaccia soffrire. Ma perché il nostro sistema nervoso cerca qualcosa di prevedibile dentro il caos.
Una base. Un ritmo.
Una frase conosciuta.
Qualcosa che dica: “Ok. Sei devastata. Però sei ancora qui.”
La cosa assurda è che Insomnia parla di mancanza, assenza, notti senza sonno. Eppure quel remix dentro non mi crea buio. Mi crea energia… Quasi rabbia vitale.
Come se il dolore, a un certo punto, invece di schiacciarti decidesse di trasformarsi in carburante. Un carburante disordinato, certo.
Non zen. Più tipo: “Sto emotivamente collassando, però con un beat elettronico sotto.”
Ed è incredibile come il corpo reagisca alla musica prima ancora della testa, perché puoi raccontarti tutte le bugie che vuoi durante il giorno.
“Sto reggendo.” “Sto bene.” “Gestisco.”
Poi parte una canzone e il tuo sistema nervoso ti guarda negli occhi e dice: “Ah sì? Sicura?”
La musica tira fuori cose che il linguaggio non riesce a spiegare bene. Per questo certe persone elaborano parlando. Altre scrivendo. Altre correndo. Altre ancora mettendosi le cuffie alle due di notte fissando il soffitto come protagonisti di un videoclip emotivamente instabile.
Io evidentemente appartengo a una categoria ancora più specifica: quella che ascolta musica e scrive contemporaneamente, come se il cervello avesse deciso di trasformare il dolore in una specie di montaggio emotivo continuo.
E forse va bene così.
Perché in un periodo in cui tutto sembra avere troppo rumore (i pensieri, i ricordi, le assenze, le persone, i social, la testa) trovare una canzone che riesce a contenere quel caos senza soffocarlo è quasi una forma di sopravvivenza emotiva.
Che a volte è già una vittoria enorme.
E forse il gancio era proprio lì.
Nel fatto che per lui la musica non fosse mai “solo musica”.
Nel blog di papà (Vittorio Dublino Blog) ritorna spesso un’idea precisa: che gli esseri umani vivano dentro connessioni invisibili tra emozioni, immagini, simboli e percezioni. Parlava di sinestesia, di memoria emotiva, della capacità dei suoni di evocare mondi interiori.
E allora forse è per questo che questa canzone mi sta colpendo così tanto.
Perché Insomnia non mi sta solo entrando nelle orecchie. Mi sta attivando immagini, ricordi, tensioni, energia, assenza.... Come se il cervello cercasse disperatamente di trasformare il dolore in qualcosa che possa essere attraversato invece che subito.
Papà probabilmente avrebbe detto che è normale.
Che la mente umana funziona così.
Che noi colleghiamo continuamente emozioni, simboli, suoni e significati per non perdere completamente il senso delle cose. E forse avrebbe anche detto che gli esseri umani vivono da sempre dentro i simboli.
Le stelle, i numeri, i sogni, le coincidenze… non perché siano formule magiche, ma perché ci aiutano a dare una forma all’assenza.
“La conoscenza non deve uccidere lo stupore.”… Anzi. “Il pensiero più profondo sia proprio quello che riesce a stare in equilibrio tra razionalità e meraviglia. (DECIMO UOMO)”
Ed è incredibile perché io adesso sto facendo esattamente questo.
Non sto rinunciando alla logica. Sto semplicemente dicendo: “Ok, magari è un caso. Però questo caso mi parla.” Ed è una differenza enorme!
Perché la mente cerca spiegazioni, ma il dolore cerca connessioni.
Allora una stella diventa “la sua”.
Un numero sotto una costellazione diventa un segno.
Una bambina che sceglie proprio quella luce nel cielo diventa quasi un filo invisibile tra generazioni.
E forse anche una canzone funziona così.
Perché ci sono brani che diventano coordinate emotive. Non li ascolti soltanto. Li abiti.
Un remix elettronico può trasformarsi in una stanza mentale dove il caos finalmente trova ritmo. Dove l’ansia smette di essere rumore e diventa battito. Dove il dolore non sparisce, ma almeno riesce a respirare.
Papà parlava spesso di come suoni, simboli ed emozioni rendano la mente più ricettiva, più aperta alle connessioni profonde, ed è assurdo pensare che proprio adesso io stia vivendo esattamente quella cosa.
Perché Insomnia non mi sta salvando dal dolore.
Mi sta aiutando a restarci dentro senza spegnermi.
Probabilmente mio padre non avrebbe mai voluto una fede cieca nelle cose inspiegabili. Però avrebbe difeso fino alla fine il diritto umano di interrogarsi sul mistero.
Di non ridurre tutto soltanto a “non significa niente”.
Forse è questo che mi ha lasciato davvero: non una risposta definitiva, ma il coraggio di restare dentro le domande senza smettere di amare.
La musica, le stelle, le coincidenze… nella mia testa adesso si stanno intrecciando tutte nello stesso posto emotivo.

Perché mentre Craig David diventava la mia valvola di sfogo, succedeva anche un’altra cosa assurda: Giordana e Alberto sceglievano una stella, dicendo che il nonno avrebbe giocato a calcio con Diego Armando Maradona.
Non una stella qualsiasi.
Epsilon Hydrae.
E immediatamente il pensiero è andato a tutte quelle connessioni impossibili che, quando stai vivendo un dolore enorme, iniziano a sembrarti emotivamente reali.
Ed è qui che ritorna lui. Il suo modo di pensare.
Perché papà probabilmente non avrebbe detto: “È un segno soprannaturale.” Ma nemmeno: “Non significa niente.”
Avrebbe fatto quella cosa tutta sua. Quella specie di equilibrio tra pensiero critico e meraviglia umana. Avrebbe detto che la mente collega. Che gli esseri umani costruiscono mappe simboliche per sopravvivere emotivamente al caos.
Che la musica, le stelle, i numeri e i ricordi diventano linguaggi interiori.
E allora improvvisamente tutto si tiene.
La notte insonne.
Insomnia nelle cuffie.
La sensazione di essere sospesa tra dolore e adrenalina.
Due bambini che scelgono una stella nel cielo.
Il numero 10 sotto una costellazione.
Mio padre che parlava di connessioni, percezioni, significati nascosti dentro le esperienze umane. E forse è per questo che quella canzone mi entra dentro così tanto.
Perché non parla solo di insonnia. Parla di assenza che continua a muoversi nella testa anche quando il mondo fuori si spegne.
E il remix elettronico amplifica tutto questo.
Trasforma il dolore in movimento.
La malinconia in battito.
L’assenza in frequenza.
Come se il cervello cercasse disperatamente di sincronizzare quello che sente con qualcosa di esterno.
Forse è anche questo che facciamo quando elaboriamo un lutto: cerchiamo frequenze compatibili con il vuoto.
Una canzone.
Una stella.
Una frase letta anni prima.
Una coincidenza che razionalmente magari non significa nulla… ma emotivamente ci tiene in piedi.
E no, non credo che papà avrebbe voluto che smettessi di ragionare.
Però credo che sarebbe stato felice di vedere che non ho smesso di sentire meraviglia.
Perché nel suo modo di vedere il mondo razionalità e stupore non erano nemici.
Erano due modi diversi di restare umani.
Esiste un concetto della fisica quantistica chiamato non-località: l’idea che possano esistere connessioni che non funzionano secondo la logica classica della distanza.
Fenomeni che sembrano continuare a influenzarsi anche separati nello spazio.
E no, non sto dicendo che la fisica quantistica dimostri magicamente la sopravvivenza dell’anima o che Diego Armando Maradona stia giocando a pallone con mio padre dentro Epsilon Hydrae.
Sto dicendo però che forse il dolore funziona in modo molto simile: continua a creare connessioni anche quando la distanza dovrebbe averle spezzate.
E allora una canzone riesce a toccarti nel punto esatto in cui stai crollando.
Una stella scelta da due bambini diventa improvvisamente importante.
Una coincidenza smette di essere solo una coincidenza e diventa un modo per sentirsi ancora vicini.
Forse non è scienza. Forse è semplicemente umano.
Papà sarebbe il primo a prendermi in giro per una semplificazione del genere.
Però credo che lui avrebbe trovato interessante un’altra cosa: il fatto che gli esseri umani continuino a sentirsi connessi anche quando la presenza fisica non esiste più.
Ed è assurdo perché il lutto ti fa proprio questo effetto.
Ti accorgi che una persona non è più “localmente” qui… ma continua a comparire ovunque.
In una canzone.
In una frase.
In una coincidenza.
In un gesto che improvvisamente fai identico al suo.
In due bambini che guardano una stella e costruiscono una storia.
È come se la mente rifiutasse l’idea che l’amore possa interrompersi semplicemente perché un corpo smette di esserci.
E allora cerca connessioni.
Non per ingenuità. Per sopravvivenza emotiva.
Forse è anche questo che sto facendo mentre ascolto Insomnia in loop e scrivo di stelle, simboli e assenze. Sto cercando una forma di continuità dentro una frattura enorme.
E in fondo la musica funziona esattamente così.
È non-locale pure lei.
Perché una canzone registrata anni fa da qualcuno che non ti conosce riesce improvvisamente a entrare nel punto più preciso della tua vita emotiva.
Attraversa tempo, spazio, esperienze diverse… e arriva lo stesso.
Un beat elettronico creato per tutt’altri motivi diventa il sottofondo del tuo dolore.
Una voce estranea riesce a dire qualcosa che tu non riuscivi nemmeno a formulare.
E forse è questo che papà cercava di spiegare quando parlava di connessioni profonde tra percezione, emozione e coscienza.
Che gli esseri umani non vivono soltanto dentro la materia. Vivono dentro reti invisibili di significati.
Dentro memorie condivise.
Simboli. Frequenze emotive.
Associazioni mentali.
Presenze interiori.
E allora magari la non-località, nel dolore, non è una teoria scientifica da usare male sui social per sentirsi mistici. Forse è semplicemente questa sensazione devastante e bellissima per cui qualcuno continua a esistere dentro di te anche quando non puoi più toccarlo.
E sinceramente?
Credo che papà avrebbe sorriso davanti a questa riflessione.
Poi probabilmente avrebbe aperto altre quindici parentesi filosofiche, corretto metà delle mie interpretazioni quantistiche e trasformato tutto in un dibattito interdisciplinare di tre ore.
Ma forse il punto era proprio questo: accettare che esistano connessioni che non possiamo spiegare del tutto, ma che continuiamo comunque a sentire.
Dentro questa connessione invisibile tra musica, pensiero e amore che continua a muoversi anche nell’assenza.



















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