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Il diritto di essere fragili.

1 giorno fa
Tempo di lettura: 8 min

Non è soltanto una questione di lacrime. È ciò che quelle lacrime rappresentano: la possibilità, per un uomo, di avere paura, sentirsi perso, non avere una soluzione, chiedere aiuto, smettere per un momento di essere quello che deve “reggere”.

Ed è proprio da qui che nasce una domanda più grande: abbiamo imparato a dire agli uomini che possono essere fragili. Ma abbiamo imparato davvero ad accettarli quando lo sono?



Negli ultimi anni abbiamo iniziato a parlare molto di più di vulnerabilità: del diritto di ammettere di essere stanchi, di avere paura, di non riuscire sempre a sostenere tutto. Abbiamo cominciato a mettere in discussione l’idea che essere forti significhi necessariamente non crollare mai, non chiedere aiuto, non mostrare le proprie difficoltà.

Una parte importante di questo cambiamento ha riguardato le donne.

Abbiamo dato voce alla fatica nascosta dietro il dover essere contemporaneamente madri presenti, compagne, professioniste, donne indipendenti, sicure, capaci di occuparsi degli altri senza perdere sé stesse. Abbiamo iniziato a raccontare il peso delle aspettative, del corpo, della maternità, del lavoro, delle relazioni e di quella richiesta, spesso contraddittoria, di riuscire a essere tutto e a farlo possibilmente bene.

Era necessario farlo. E continua a esserlo.

Ma proprio mentre imparavamo a riconoscere quanto possa essere pesante dover corrispondere continuamente a ciò che ci si aspetta da una donna, forse abbiamo parlato meno di ciò che accade dall’altra parte. Perché anche agli uomini è stato consegnato un modello da rispettare. Diverso, certamente, ma non per questo privo di conseguenze.

All’uomo è stato insegnato molto presto che deve essere forte, controllato, affidabile. Che deve saper affrontare i problemi, trovare soluzioni, proteggere, sostenere. E soprattutto che alcune emozioni possono essere provate, certo, ma sarebbe preferibile non mostrarle troppo.

Non voglio mettere sullo stesso piano esperienze storiche e sociali differenti, né trasformare la fragilità in una competizione tra uomini e donne. Mi interessa un’altra domanda: se abbiamo finalmente imparato a riconoscere il peso di ciò che chiediamo alle donne, siamo altrettanto capaci di vedere il peso di ciò che continuiamo a chiedere agli uomini?

Per molto tempo alla donna è stato concesso di essere fragile, purché non fosse troppo forte. All’uomo è stato concesso di essere forte, purché non fosse troppo fragile. Abbiamo iniziato, finalmente, a smontare la prima gabbia, ma dovremmo avere il coraggio di guardare anche la seconda.

C’è una parola che, secondo me, racconta bene ciò che abbiamo chiesto agli uomini per generazioni: reggere.

Reggere la famiglia, reggere economicamente, reggere la paura. Reggere il fallimento, il dolore. Reggere persino quando non c’è più niente da reggere.

L’uomo affidabile è stato a lungo quello che non perde il controllo, che trova una soluzione, che protegge, che sa cosa fare quando gli altri non lo sanno. E questa aspettativa non è scomparsa semplicemente perché oggi parliamo di più di emozioni e vulnerabilità. Continua a vivere nel nostro linguaggio, nelle famiglie, nelle relazioni e, spesso senza rendercene conto, anche nelle aspettative che abbiamo nei confronti degli uomini.

A parole, molte cose sono cambiate. Non ci sorprende più sentir dire che un uomo può avere paura, sentirsi fragile, chiedere aiuto. E affermare che un uomo può piangere dovrebbe ormai essere quasi scontato.

Ma tra riconoscere un diritto e accettare davvero ciò che comporta c’è una differenza.

Il pianto, in fondo, è soltanto la parte visibile. Dietro possono esserci paura, smarrimento, senso di impotenza, bisogno di essere sostenuti. Può esserci, soprattutto, un momento in cui quell’uomo non riesce più a essere quello che abbiamo sempre pensato dovesse “reggere”. Ed è lì che si misura quanto siamo realmente cambiati: non quando diciamo che un uomo può piangere, ma quando lo vediamo fragile e riusciamo a non considerarlo, per questo, meno forte, meno affidabile o meno uomo.

Perciò la domanda non è se un uomo possa piangere. La domanda è se siamo davvero pronti a guardarlo mentre lo fa.

Perché accettare teoricamente la vulnerabilità maschile è semplice. Accettarla quando compare davanti a noi lo è molto meno.

Quando nostro marito dice di avere paura. Quando nostro padre, quello che abbiamo sempre visto risolvere qualsiasi problema, improvvisamente non sa cosa fare. Quando un amico ammette di sentirsi perso. Quando un collega crolla. Quando un figlio ormai adulto dice: "Non ce la faccio". Quando, per una volta, la persona alla quale siamo abituati ad appoggiarci ha bisogno di appoggiarsi a noi.

È lì che le nostre convinzioni vengono davvero messe alla prova, perché la fragilità dell’altro non riguarda mai soltanto l’altro.

Quando crolla qualcuno che abbiamo sempre percepito come forte, vacilla anche una parte della sicurezza che avevamo costruito intorno a lui.

È anche per questo che la vulnerabilità maschile può metterci a disagio: non perché non crediamo che gli uomini abbiano emozioni, ma perché, molto più profondamente, continuiamo ad avere bisogno che almeno qualcuno regga.

Eppure, se insegniamo per generazioni a qualcuno che alcune emozioni non sono compatibili con ciò che dovrebbe essere, quelle emozioni non scompaiono. Cambiano forma.

La paura può diventare controllo, il dolore silenzio, la vergogna distanza. La frustrazione può diventare rabbia, la solitudine isolamento e la sensazione di fallimento può trasformarsi nell’incapacità di chiedere aiuto.

Non perché ogni uomo reagisca così, né perché il genere determini automaticamente il modo in cui una persona gestisce le proprie emozioni, ma perché anche le emozioni hanno bisogno di un linguaggio. E se alcune parole vengono percepite come proibite, finiamo per utilizzarne altre.

Un bambino che sente ripetersi non piangere, fai l’uomo, non avere paura, non impara a non avere paura. Impara che quella paura non deve essere vista.

Ed è molto diverso.

Quel bambino cresce. Diventa un adolescente, un compagno, un marito, un padre, un collega. Poi, un giorno, gli chiediamo: "Perché non mi dici quello che provi?".

Forse dovremmo domandarci anche quanto spazio gli abbiamo insegnato ad avere per farlo.

E qui arriva probabilmente la parte più scomoda, perché sarebbe troppo semplice attribuire tutto a una generica “società”.

Quella società siamo anche noi.

Molte donne oggi dicono di desiderare uomini sensibili, capaci di comunicare, compagni emotivamente presenti, padri affettuosi, uomini che non abbiano paura di mostrare ciò che provano. Ed è un cambiamento enorme rispetto al passato.

Ma esiste una domanda che dovremmo avere il coraggio di farci: quanto siamo realmente preparate alla vulnerabilità maschile quando non è quella elegante, consapevole e ben raccontata che immaginiamo?

Perché la fragilità vera raramente arriva ordinata. Può essere confusa, silenziosa, può rendere una persona insicura. Può farle perdere temporaneamente quella capacità di decisione, protezione o controllo che magari era proprio una delle cose che amavamo di lei.

È facile dire di volere un uomo capace di mostrare le proprie emozioni. È più difficile quando quell’emozione è paura; quando dice di non sapere cosa fare, quando fallisce, quando ha bisogno di essere rassicurato o quando, per una volta, non riesce a essere quello che sostiene tutti gli altri.

Ed è qui che rischiamo una contraddizione.

Chiediamo agli uomini di abbandonare un vecchio modello di mascolinità, ma qualche volta continuiamo a desiderare la sicurezza che quello stesso modello ci garantiva. Vogliamo che siano vulnerabili, ma possibilmente senza smettere di essere forti. Che parlino delle loro paure, ma continuino comunque a sapere cosa fare. Che chiedano aiuto, ma non troppo.

Che piangano. Purché poi si rialzino abbastanza velocemente.

E allora forse non abbiamo ancora accettato davvero la vulnerabilità. Abbiamo semplicemente accettato una versione più presentabile della forza.

Questo, però, non significa trasformare la vulnerabilità in un alibi. Riconoscere la sofferenza di un uomo non vuol dire giustificarne qualsiasi comportamento. La paura non giustifica il controllo, il dolore non giustifica la violenza e la frustrazione non giustifica l’aggressività. La sofferenza può aiutarci a comprendere l’origine di alcuni comportamenti, ma comprenderli non significa assolverli.

Anzi, parlare seriamente di vulnerabilità maschile significa fare esattamente il contrario della deresponsabilizzazione: significa dare agli uomini più strumenti per riconoscere ciò che accade dentro di loro prima che quell’emozione debba trasformarsi in qualcos’altro per riuscire a uscire.

Significa poter dire di essere tristi, di avere paura, di sentirsi inadeguati, stanchi o soli. Significa poter ammettere un fallimento o riconoscere di avere bisogno di aiuto. Parole apparentemente semplici, ma non per tutti ugualmente facili da pronunciare.

E poi ci sono i nostri figli.

Ed è probabilmente qui che la questione diventa ancora più importante.

Oggi stiamo crescendo una generazione di bambini ai quali diciamo qualcosa di molto diverso rispetto al passato. Diciamo ai nostri figli maschi che possono piangere, che possono avere paura, che possono essere dolci e chiedere aiuto, che non devono vergognarsi delle proprie emozioni.

Ed è giusto. Ma dobbiamo fare attenzione a non limitarci a cambiare il vocabolario lasciando intatte le aspettative, perché un bambino impara molto più da ciò che vede che da ciò che gli diciamo.

Possiamo ripetergli mille volte che «un maschio può piangere», ma poi osserverà come reagiamo quando piange suo padre. Ascolterà come parliamo di un uomo che ha fallito, come giudichiamo quello che non guadagna abbastanza, quello che non sa prendere una decisione, quello che attraversa un periodo difficile, quello che chiede aiuto o ammette di avere paura.

Ed è lì che imparerà davvero cosa significa essere uomo.

Forse allora il nostro compito non dovrebbe essere insegnargli un nuovo modello di mascolinità perfetta, perché anche quello diventerebbe un’altra gabbia: l’uomo moderno, sensibile ma forte, presente ma indipendente, emotivo ma equilibrato, determinato ma dolce, vulnerabile ma mai troppo.

Un’altra lista di cose da essere.

Dovremmo fare qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile: permettergli di essere una persona.

Una persona che può proteggere gli altri e attraversare un momento in cui ha bisogno di essere protetta; che può essere il punto di riferimento della propria famiglia e, in un periodo difficile, avere bisogno che sia quella stessa famiglia a sostenerla. Può avere successo e sentirsi comunque insicura, prendere decisioni importanti e avere paura di sbagliare, essere coraggiosa e sentirsi smarrita. Può persino fallire senza che quel fallimento definisca il suo valore.

Forse è proprio questo l’equivoco che dovremmo superare: abbiamo raccontato forza e fragilità come se fossero due condizioni incompatibili, come se la presenza dell’una cancellasse necessariamente l’altra. E invece una persona non smette di essere forte nel momento in cui mostra una debolezza, così come non perde la propria autonomia perché, in una fase della vita, ha bisogno degli altri.

Essere vulnerabili non significa essere incapaci. Significa riconoscere che esistono momenti nei quali le risorse che abbiamo non bastano e che ammetterlo non dovrebbe modificare il valore che attribuiamo a una persona.

Vale anche per il pianto. Abbiamo finito per considerarlo quasi il simbolo definitivo della fragilità, quando in realtà non rappresenta necessariamente un crollo o una resa. A volte è semplicemente il modo più immediato con cui un’emozione trova spazio, senza essere nascosta, controllata o trasformata in qualcos’altro. Si può piangere perché si è feriti, spaventati, stanchi, commossi, sopraffatti. Nessuna di queste cose rende automaticamente deboli.

Ed è qui che torniamo all’uomo e a ciò che ancora oggi ci aspettiamo da lui. Può essere quello che protegge senza essere condannato a proteggere sempre. Può assumersi responsabilità senza dover fingere che non gli pesino mai. Può essere padre, compagno, figlio, professionista, punto di riferimento per qualcuno e, contemporaneamente, attraversare momenti nei quali non ha risposte, non sa quale direzione prendere o semplicemente ha bisogno di aiuto.

Riconoscere tutto questo non significa sottrargli forza. Significa, semmai, smettere di misurare quella forza sulla sua capacità di nascondere ciò che prova.

A questo punto, forse, non dovremmo più chiederci se gli uomini abbiano il diritto di essere fragili. Naturalmente ce l’hanno.

La domanda più difficile riguarda noi.

Quando finalmente smettono di nasconderlo, siamo davvero pronti a non guardarli diversamente?

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