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Ho messo un costume da uomo.

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Oggi ho deciso di mettermi un costume da uomo.

Non “stile uomo”. Non “modello boxer da donna”. Proprio un costume da uomo. A pantaloncino.

Sopra, un normalissimo triangolo.

E mentre mi guardavo ho pensato: ma esattamente, perché questa cosa dovrebbe sembrarci strana?

Abbiamo aperto l’armadio maschile anni fa e, con estrema nonchalance, ci siamo prese praticamente tutto.

La giacca sartoriale dal taglio maschile? Elegantissima.

La camicia oversize? Sexy.

I pantaloni larghi? Cool.

La felpa enorme? Ormai non sappiamo nemmeno più se sia da uomo o da donna.

Le sneakers? Unisex.

Le Birkenstock? Le Birkenstock ormai non hanno neanche bisogno di presentazioni.

Abbiamo preso tagli, volumi, scarpe, accessori e proporzioni dal guardaroba maschile e li abbiamo fatti nostri.

Nessuno vede una donna con un blazer maschile e pensa: Oddio, una giacca DA UOMO; vede semplicemente una donna con una bella giacca.

Poi arriviamo al costume e il cervello sembra riaprire due cassetti che credevamo di aver buttato via: DONNA. UOMO. Improvvisamente, ricompaiono i confini.

Ma è proprio qui che la questione diventa interessante, perché la moda non serve soltanto a coprirci.

Serve anche a renderci leggibili agli altri.

Quando incontriamo qualcuno non aspettiamo che ci racconti chi è. Il nostro cervello raccoglie informazioni immediatamente: postura, voce, gestualità, capelli, accessori e, inevitabilmente, vestiti.

L'abbigliamento partecipa alla costruzione dell'identità sociale e influenza il modo in cui attribuiamo caratteristiche a noi stessi e agli altri.

La psicologia sociale dell'abbigliamento studia proprio questa relazione tra dress, corpo, identità, comportamento e percezione sociale.

In altre parole, quando ci vestiamo non stiamo semplicemente mettendo insieme dei tessuti. Stiamo comunicando.

E lo facciamo applicando un codice che abbiamo imparato molto prima di poterlo mettere in discussione.

Rosa, azzurro. Gonna, pantalone. Tacchi, scarpe basse. Slip, boxer.

Non nasciamo sapendo che un boxer è “da uomo”; qualcuno ce lo insegna. Poi lo vediamo ripetuto migliaia di volte, nei negozi, nella pubblicità, sulle persone, nelle fotografie, nei film, nei cartelli WOMAN e MAN. A un certo punto non lo percepiamo più come una convenzione culturale. Ci sembra semplicemente normale.

Il costume da donna deve essere bikini, brasiliana, slip, culotte, intero, sgambato, con i laccetti, senza laccetti… possiamo scegliere praticamente qualsiasi cosa.

Purché, evidentemente, resti un costume “da donna”.

E allora oggi ho commesso il sacrilegio.

La cosa ancora più divertente è che pensavo di aver avuto chissà quale intuizione sovversiva. In realtà la moda, come spesso accade, era già arrivata prima di me.

I boxer maschili sono entrati da tempo nel guardaroba femminile: dalle passerelle allo street style sono diventati shorts, capi da indossare sotto blazer e camicie e simboli di un guardaroba sempre meno interessato alla distinzione rigida tra “lui” e “lei”.

E nell'estate 2026 il passaggio è arrivato praticamente fino al bagnasciuga: bikini abbinati a shorts dal taglio maschile sono ormai entrati anche nel linguaggio del beachwear.

Anzi, il vero colpo al mio ego è stato scoprire che persino il costume da bagno maschile indossato dalle donne era già stato raccontato anni fa come capo genderless, abbinato proprio a micro triangoli o camicie bianche.

Ed è probabilmente per questo che alcuni confini della moda possono sopravvivere anche quando razionalmente non hanno quasi più senso.

In fin dei conti, il punto non è il boxer. È l'aspettativa.

Se domani indossassi una camicia bianca da uomo sopra il costume, nessuno probabilmente ci farebbe caso.

Perché? Perché quello sconfinamento è già stato assimilato.

La moda ha ripetuto abbastanza volte l'immagine della donna con la camicia maschile da trasformarla da trasgressione a codice estetico.

Lo stesso è successo con il blazer. Con i jeans. Con le sneakers. Con moltissimi capi che oggi consideriamo tranquillamente femminili o unisex.

Quello che inizialmente rompe una norma, se viene visto abbastanza volte, può progressivamente smettere di essere percepito come una violazione.

Il nostro concetto di “normale”, dopotutto, è molto meno naturale di quanto immaginiamo.

È anche una questione di familiarità.

Ed ecco perché il mio boxer da bagno continua a sembrarmi più sovversivo di una giacca maschile. Non perché lo sia realmente. Ma perché siamo meno abituati a vederlo sul corpo di una donna.

E poi c'è il corpo… Ed è qui che secondo me il costume diventa ancora più interessante.

Perché una giacca veste il corpo. Un costume espone il corpo.

In spiaggia il confine tra abbigliamento e corpo diventa sottilissimo e, proprio per questo, le aspettative legate alla femminilità diventano molto più evidenti.

Il costume femminile non deve semplicemente permetterci di entrare in acqua. Deve valorizzare, slanciare, sgambare… e sostenere, modellare, scoprire nel punto giusto e coprire nel punto giusto. Persino quando crediamo di scegliere liberamente tra cento modelli diversi, moltissime di quelle alternative ruotano intorno alla stessa domanda: come appare il mio corpo?

La ricerca sul rapporto tra abbigliamento e corpo mostra infatti che determinati capi e modalità di esposizione corporea possono intrecciarsi con processi di auto-oggettivazione: in alcune situazioni finiamo per osservare il nostro corpo quasi dall’esterno, immaginando continuamente come viene percepito dagli altri.

Ed ecco che arriva il boxer.

Largo. Comodo. Non sgambato. Non costruito necessariamente per valorizzare il sedere e non particolarmente interessato a far sembrare la gamba più lunga.

In pratica compie un piccolo gesto quasi scandaloso: smette di chiedere al corpo femminile di essere continuamente esposto nel modo più favorevole possibile.

Forse è anche questo che mi ha divertita tanto nell'indossarlo.

Non stavo cercando di capire se mi slanciasse. Mi piaceva.

Fine.

Eppure i vestiti non modificano soltanto il modo in cui gli altri ci guardano. Possono influenzare anche il modo in cui noi percepiamo noi stessi.

In psicologia esiste un concetto particolarmente interessante: enclothed cognition.

L'ipotesi è che ciò che indossiamo possa interagire con il nostro modo di pensare, sentire e comportarci attraverso due elementi: il significato simbolico attribuito al capo e l'esperienza fisica di indossarlo.

Al di là dei singoli esperimenti, resta interessante il principio generale: ciò che indossiamo può avere effetti psicologici anche su di noi. Ed è una cosa che, probabilmente, sperimentiamo continuamente senza darle un nome.

Ci sono vestiti nei quali ci sentiamo più autorevoli. Altri nei quali ci sentiamo invisibili. Altri ancora ci fanno sentire sexy, protetti, eleganti, vulnerabili, potenti o semplicemente comodi.

Il capo rimane un pezzo di tessuto.

Ma noi, dentro quel pezzo di tessuto, possiamo sentirci leggermente diversi.

E allora forse il mio costume da uomo non riguardava affatto il desiderio di sembrare maschile.

Anzi. Con il triangolo sopra continuavo a sentirmi perfettamente femminile.

Solo che quella femminilità non dipendeva più dall'obbligo di indossare uno slip femminile.

Ed è una differenza enorme.

Prendere un capo maschile non significa diventare meno femminili. Forse questa è la convenzione più interessante da rompere.

Per molto tempo abbiamo trattato maschile e femminile come due estremi opposti: se aggiungi qualcosa da una parte, automaticamente devi sottrarre qualcosa dall'altra.

Ma nell'esperienza reale l'identità funziona in maniera molto più complessa. Possiamo incorporare codici differenti senza perdere quello che siamo.

La letteratura sulla comunicazione attraverso l'abbigliamento sottolinea proprio come il dress possa esprimere appartenenze reali o desiderate, definire confini tra gruppi ma anche diventare strumento di espressione e scoperta personale.

Posso indossare una giacca maschile senza sentirmi meno donna.

Posso mettere scarpe considerate unisex.

Posso scegliere volumi oversize.

E posso evidentemente indossare anche un costume boxer.

Non sto necessariamente rifiutando la femminilità.

Sto decidendo personalmente quali elementi impiegare per costruirla.

Ed è forse questa la parte più contemporanea della moda: non l'abolizione delle differenze, ma la libertà di combinarle.

Alla fine, quindi, che cosa ho fatto?

Niente di rivoluzionario. Non ho abbattuto il patriarcato con un costume a pantaloncino e un triangolo… Peccato, perché sarebbe stato decisamente pratico!

Ho semplicemente preso un capo dal reparto sbagliato. O, forse, dal reparto che abbiamo deciso essere quello sbagliato.

Eppure mi è bastato per accorgermi di una cosa.

Ci sono convenzioni che abbiamo superato così bene da aver dimenticato che un tempo esistevano. E ce ne sono altre che continuiamo a rispettare senza sapere bene perché.

La moda è interessante proprio per questo.

Perché sembra parlare di vestiti, ma molto spesso parla di identità, appartenenza, desiderabilità, corpo, genere, sicurezza e libertà.

Ogni volta che scegliamo cosa indossare ci muoviamo da qualche parte tra due bisogni profondamente umani: essere riconosciuti dagli altri e riconoscerci noi stessi.

A volte le due cose coincidono.

A volte no.

E forse lo stile personale comincia davvero proprio lì.

Nel momento in cui smettiamo di domandarci: “Questo si può mettere?” e iniziamo a domandarci: “Perché penso che non si possa mettere?”

Io oggi quella domanda me la sono fatta davanti a un costume da uomo e alla fine l'ho messo comunque.

Triangolo sopra. Boxer sotto.

D'altra parte abbiamo già rubato agli uomini blazer, camicie, pantaloni, felpe e scarpe.

Non vedo perché avremmo dovuto fermarci proprio sulla spiaggia.

Le calze bianche nelle Birkenstock, invece, restano fuori discussione... In quelle aperte, sia chiaro; perché con quelle chiuse davanti le metto pure io.

Le convenzioni si rompono, sì. Ma con una certa coerenza estetica.

Una rivoluzione alla volta.

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