Quando le sneakers reggono la vita.
- giorgia dublino

- 20 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Ieri sono entrata in un grande store di sneakers nel centro commerciale e ne sono uscita avvilita.
Non per i prodotti. Per l’aria.
File di sneakers ammassate come figurine, pareti urlanti, zero silenzio visivo. Tutto sembrava chiedermi di scegliere in fretta, di aderire a qualcosa senza capirlo davvero. Non era un problema di brand…c’erano tutti…ma di senso.
In quel momento ho capito una cosa semplice e scomoda: la scarpa da ginnastica, oggi, è diventata un fatto sociale prima ancora che un oggetto di moda. E quando il contesto smette di raccontarla, resta solo il rumore.
Io amo le Adidas, ora soprattutto.
Ma non è sempre stato così.
In adolescenza erano Vans e Converse: scelte identitarie, quasi militanti. Poi Londra, a sedici anni, un’edizione limitata Adidas tutta colorata. Un gesto impulsivo, una dichiarazione di esistenza. Oggi cerco altro. Non appartenenza.
Questo articolo nasce da lì: da una visita in store che non mi ha fatto venire voglia di comprare, ma di capire. Perché nella moda non conta solo cosa vendi, ma l’idea di vita che stai mettendo sugli scaffali.
C’è chi sceglie le scarpe come sceglie un’identità: una volta per tutte.
E poi ci siamo noi. Quelle che amano più di un modello Adidas e non sentono il bisogno di giustificarsi. Perché no, non è indecisione. È stratificazione. Non è una fissa. È un sistema emotivo modulare.
La scarpa da ginnastica è l’unico oggetto del guardaroba che non ha mai finto di essere neutro.
Dice sempre qualcosa, anche quando crediamo di usarla “solo perché è comoda”.
Questa sua natura diventa evidente soprattutto in adolescenza, quando la sneaker non accompagna: schiera.
Le Vans erano appartenenza. Skate, pavimenti consumati, il bisogno di dire “non sono come voi”, anche se poi lo eravamo tutti nello stesso modo.
Le Converse erano teatro emotivo: tela sottile, caviglie scoperte, personalità esibita. Non importava se facevano male, se si bucavano, se pioveva. Dovevano parlare. E parlavano forte.
In quella fase la sneaker era simbolo, presa di posizione, identità urlata. Non serviva che fosse comoda. Serviva che fosse nostra.
A un certo punto succede una cosa strana: smettiamo di voler essere riconoscibili a colpo d’occhio. La scarpa da ginnastica cambia funzione. Non deve più dimostrare. Deve reggere.
Lavoro, città, figli, imprevisti, giornate storte e giornate lucidissime. Una buona sneaker non commenta. Tiene il passo.
Da adulte non cerchiamo più la scarpa “giusta”. Cerchiamo quella coerente. La sneaker diventa equilibrio tra corpo e immagine, compromesso intelligente e alleata silenziosa. Non è più “cool contro comoda”. È una domanda diversa: quanto mi sostiene oggi?
E qui si capisce una cosa importante: chi ama davvero le scarpe da ginnastica non è fedele a un modello, ma a una funzione emotiva.
Non rinnego le Vans.
Non rinnego le Converse.
Erano perfette per quella fase: fragile, teatrale, radicale.
Ma oggi non mi servono scarpe che parlano al posto mio.
La scarpa da ginnastica è l’unico elemento del guardaroba che attraversa tutte le fasi della vita senza perdere rilevanza. Cambia funzione, cambia linguaggio, cambia pubblico. Ma resta.
Non esistono scelte casuali. Esistono fasi.
In adolescenza la sneaker non è un prodotto: è appartenenza. Vans e Converse funzionavano, e funzionano, perché parlano un linguaggio chiaro fatto di tribù, riconoscimento, opposizione simbolica. In store, questo target non cerca comodità né versatilità: cerca affermazione. Il valore percepito non sta nella performance del prodotto, ma nella narrazione. La scarpa deve dire “io sono questo”, anche a costo di essere scomoda.
La sneaker diventa scelta consapevole quando smetti di voler essere riconosciuta immediatamente. Qui cambia ruolo: non deve più spiegare chi sei, deve funzionare nei contesti. È in questa fase che entrano…o tornano, le Adidas. Non come moda passeggera, ma come sistema: lavoro, città, quotidianità complessa, tempo frammentato.
Il cliente adulto non compra un prodotto. Compra continuità tra i ruoli.
La sneaker non compete più con il tacco: compensa. Diventa mediazione tra corpo e immagine, alleata delle giornate lunghe, elemento di stabilità estetica. Il consumo non è più aspirazionale: è strategico.
Il valore si sposta da “quanto mi rappresenta” a “quanto mi sostiene”.
È qui che le Adidas mi mostrano una forza specifica nel retail contemporaneo: non impongono un’identità, la accompagnano. La loro trasversalità per età e ruolo, l’essere riconoscibili senza risultare invadenti, credibili nello streetwear come nel contesto professionale, le rende coerenti con una cliente che vive più ruoli nella stessa giornata e facilmente integrabili in una logica di cross-selling.
Quando succede questo, la sneaker smette di essere solo un prodotto e diventa un indicatore. Un termometro culturale. Attraverso di lei si leggono i cambiamenti del corpo, del tempo, del lavoro, della vita.
Se ieri per me erano Vans e Converse e oggi sono Adidas, non è incoerenza. È percorso.
Nel retail non vince chi urla di più: vince chi sa leggere le transizioni. E la sneaker, più di ogni altro oggetto, le rende visibili.
È dentro questa logica che si capisce il successo di brand come le New Balance. Non puntano a piacere, ma a legittimarsi. Ed è qui che vincono.
Non lavorano sull’identificazione emotiva primaria, ma su un altro piano: comfort dichiarato, estetica imperfetta ma “giusta”, validazione sociale indiretta. Il cliente non compra New Balance perché le ama. Le compra perché si sente autorizzato a farlo.
Il famoso “non mi piacciono, però le metto” è una miniera d’oro. Significa che il prodotto ha superato la barriera del gusto ed è entrato nel territorio della funzione culturale. Risponde a un bisogno più profondo del “mi sta bene” (come è successo con Birkenstock o UGG).
Le New Balance funzionano perché non chiedono di essere cool. E quando un prodotto viene scelto nonostante il gusto personale, ha già vinto.
Esplodono in un momento preciso, fatto di corpi stanchi, vite ibride, rifiuto dell’estetica performativa. Sono le scarpe di un’epoca che dice: “Non devo dimostrare niente. Devo reggere.” Una clientela disincantata le riconosce subito.
È proprio questo cambio di priorità che diventa evidente quando si osservano le persone nei luoghi del consumo reale. Il centro commerciale, visto da fuori, sembra solo un luogo di passaggio. Vissuto da dentro, invece, è uno degli osservatori sociali più precisi che esistano. Qui i target non sono categorie astratte: li vedi camminare, fermarsi, tornare indietro, confrontarsi senza dirlo. Il confronto è fisico, avviene nei corridoi, davanti alle vetrine, nei passi che rallentano o accelerano.
In questo contesto la sneaker smette di essere una scelta privata. Diventa una scelta esposta. Ci cammini dentro, mentre ti guardi intorno e vieni guardata. Il centro commerciale rende visibile non quello che dici di volere, ma quello che alla fine scegli.
E lavorandoci lo capisci subito: nel Mall non vince chi ha il prodotto “migliore” in senso assoluto. Vince chi intercetta lo stato d’animo dominante di quel momento. Chi capisce se le persone stanno cercando rassicurazione, leggerezza, riconoscimento o semplicemente qualcosa che regga la giornata.
È da questa osservazione quotidiana che nasce una convinzione più ampia: la scarpa da ginnastica non racconta chi siamo, ma come stiamo cercando di stare.
In un’epoca che chiede adattamento continuo, la sneaker è il compromesso più onesto tra corpo, tempo e identità.
Capirlo non è un vezzo culturale. È parte del mestiere.






















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