Meditazioni sull’impiccio.
- giorgia dublino

- 2 giorni fa
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La celebre massima popolare “Chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni” è un concentrato di saggezza spiccia, tipicamente italiana.
È la versione da vicolo della filosofia dello stoicismo urbano: ignora, evita, non ti impicciare… tieniti lontano dall’impiccio, e il karma non ti verrà a bussare.
Ma dietro la scorza ironica si nasconde un monito profondo: non sempre è utile (né sano) infilarsi nei problemi altrui, soprattutto quando non richiesto; la discrezione, a volte, è una forma di sopravvivenza civile.
Però c’è anche il rovescio della medaglia: e se tutti si facessero sempre i fatti loro?
Non ci sarebbero rivoluzioni. Né vicinato. Né umanità condivisa.
Come in ogni proverbio, il segreto è nell’equilibrio: Fatti i cazzi tuoi… ma ogni tanto, fai pure quelli degli altri. Sennò non campi: sopravvivi.
Farsi i cazzi degli altri è profondamente culturale.
È, a tutti gli effetti, un imprinting sociale: cambia da luogo a luogo, da epoca a epoca, da quartiere a quartiere.
L’interesse per i fatti altrui non è solo pettegolezzo: è controllo sociale, curiosità tribale, ma anche forma di affetto implicito.
In certe comunità, sapere chi è rientrato tardi, con chi esce tua figlia o chi ha cambiato auto non è solo impicciarsi… È partecipazione collettiva alla vita altrui, nel bene e nel male.
Fin da piccoli impariamo che in alcune culture l’individualismo è sacro: l’altro è un limite; in altre (come la nostra), l’interdipendenza è strutturale: l’altro è specchio, misura, destino condiviso.
In Italia, e soprattutto in contesti popolari o mediterranei, ci si fa gli affari altrui per senso di comunità, abitudine narrativa, mancanza di confini chiari… o tutte e tre le cose insieme.
Negli USA/Nord Europa regna il “Don’t ask, don’t tell”. L’invadenza è un’offesa. La privacy è un diritto sacro.
In Italia si porta “E che so’ muta?” Tacere davanti a qualcosa che accade è quasi colpa. A volte si rischia l’indifferenza, ma altre volte si coltiva un controllo sociale affettivo.
Quindi sì: è imprinting, ma non solo. È educazione sentimentale al contesto. È allenamento invisibile a come si sta con gli altri. E cambia anche con l’età: più sei piccolo, più ti dicono non parlare troppo. Più cresci, più ti dicono vatt’ a guarda’.
In Oriente la faccenda è diversa, ma altrettanto culturale. Solo che lì farsi i cazzi degli altri assume forme più sottili, più silenziose… ma non meno presenti.
È una questione di faccia (e di facciata).
Nei Paesi dell’Asia orientale l’interesse per la vita altrui esiste eccome, ma passa attraverso codici sociali più impliciti. Il rispetto per l’armonia del gruppo, il decoro e l’onore personale impongono una regola fondamentale: non si dicono le cose, ma si percepiscono; non si giudica apertamente, ma si osserva attentamente; non si fanno domande dirette, ma si capisce tutto dai silenzi.
L’osservazione è come un controllo sociale “gentile”.
In una società dove la collettività è al centro, tutti osservano tutti, ma nessuno lo fa apertamente.
È una forma di “sorveglianza armonica” e il disinteresse come forma di rispetto.
A volte, non farsi i fatti altrui è un dovere morale, perché entrare nel mondo privato di qualcuno equivale a violare la sua pace interiore.
Ma attenzione: questo non significa che non si giudichi. Anzi: in molti contesti orientali c’è un’enorme pressione sociale, solo che si manifesta attraverso l’esclusione silenziosa, lo sguardo laterale, l’etichetta spezzata.
Si fanno i fatti altrui in Oriente, ma lo fanno con lo stile del bonsai: tagliando solo i rami giusti, con grazia e senza mai ammetterlo.
Dove noi diremmo: “Ma che ha combinato ‘sta poveraccia col marito?” loro penseranno: “La sua aura oggi è più inquieta del solito. Forse ha bisogno di equilibrio.” (e poi, in privato, lo sapranno TUTTI).
In Oriente campano davvero cent’anni. E spesso lo fanno sui pizzi delle montagne.
E non è solo genetica. È cultura, ritmo, filosofia, distacco.
Il segreto? Si fanno (apparentemente) i fatti loro. Ma non per egoismo. Lo fanno per rispetto del tempo, della natura, degli altri, del silenzio.
Non vivono appiccicati, ma interconnessi.
Non evitano i problemi, ma li accettano senza ansia.
Non ignorano gli altri, ma non li sovrastano con la propria opinione.
E quando non ce la fanno più… si ritirano in alto, dove l’aria è fine, i pensieri pochi, e la vecchiaia si confonde con la saggezza.
E noi invece?
Noi diciamo “chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni”, ma poi stiamo attaccati a un telefono, a un gruppo WhatsApp che ti brucia il fegato, alla vita degli altri come se fosse un reality in prima serata.
Campiamo 80 anni, ma con l’ansia compressa nella cervicale.
Quindi sì, forse campano di più perché si fanno i fatti loro. Ma non per paura, né per disinteresse.
Per amore del vuoto, del silenzio, del rispetto dei cicli.
E quando parlano, pesano le parole.
Noi, invece, le lanciamo tipo coriandoli e poi ci stupiamo se restano incollate ovunque.






















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