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Il problema non sono i galli.

  • 20 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Tre proverbi che in realtà raccontano la stessa storia: quella delle comunità, delle famiglie, dei luoghi di lavoro e perfino della politica

Una storia antica, che cambia vestiti nel corso dei secoli ma conserva sempre lo stesso copione: tante persone che parlano, discutono, consigliano, coordinano, supervisionano e molto meno persone che, semplicemente, fanno.

La sociologia la studia. La psicologia organizzativa la analizza. La politica, talvolta, ne offre esempi piuttosto interessanti.

La saggezza popolare, invece, l'aveva già capita da secoli!

Perché esistono verità così universali da non aver bisogno di grafici, statistiche o convegni. Bastano un pollaio, una chiesa e una cucina.

A Napoli, ad esempio, tre proverbi diversi descrivono perfettamente lo stesso fenomeno.

Il primo è forse il più immediato: "Quanno ’e galli so’ assaje, nun schiara maje juorno."

Il secondo avverte: "Troppi prevete dint’ ’a messa, a Madonna resta senza cappa."

Il terzo conclude: "Assaje cuoche guastano ’a cucina.”

A prima vista sembrano parlare di cose completamente diverse: galli, preti e cuochi.

In realtà parlano di noi. Di quella tendenza tutta umana a voler partecipare a ogni decisione, esprimere un'opinione su ogni argomento, dirigere ogni progetto e correggere il lavoro degli altri.

È il motivo per cui certe riunioni durano più delle attività che dovrebbero organizzare; per cui alcuni gruppi WhatsApp producono più messaggi che soluzioni; per cui esistono assemblee capaci di discutere per ore senza decidere nulla.

In altre parole: quando aumentano i direttori d'orchestra, spesso sparisce la musica.

Ed è qui che entrano in scena i tre proverbi.

Il primo: "Quanno ’e galli so’ assaje, nun schiara maje juorno."

A prima vista sembra una semplice immagine rurale. In realtà è una straordinaria sintesi di psicologia sociale.

Perché il proverbio non parla dei galli. Parla di potere, di ego, del bisogno umano di essere ascoltati, riconosciuti e, possibilmente, di avere l'ultima parola.

Tradotto in termini contemporanei: quando tutti vogliono comandare, nessuno riesce a fare davvero qualcosa. Non perché manchino le competenze o perché manchino le idee, ma perché l'energia viene consumata nel tentativo di stabilire chi debba guidare il gruppo, invece che nel raggiungere l'obiettivo.

È un principio universale.

In famiglia basta organizzare una vacanza per trasformare una cena in una conferenza internazionale. C'è chi propone il mare, chi la montagna, chi conosce un posto migliore, chi ha trovato un'offerta imperdibile e chi interviene soltanto per spiegare perché tutte le altre idee siano sbagliate. Dopo due ore di discussione non si è ancora deciso nemmeno il weekend.

In un condominio, invece, la sostituzione di una lampadina può assumere la complessità diplomatica di un negoziato tra Stati. Tutti hanno una proposta, una perplessità o un precedente da raccontare. La lampadina, nel frattempo, continua a restare spenta.

Nei gruppi WhatsApp (forse il laboratorio sociale più interessante del XXI secolo) la situazione non migliora. Nati per organizzare una festa, una recita scolastica o una cena tra amici, finiscono spesso per generare quarantasette opinioni, diciannove polemiche preventive e almeno tre persone che scrivono: "Per me va bene tutto", salvo poi contestare la decisione finale.

Sul lavoro il fenomeno assume forme più eleganti e professionali. Non si parla più di galli, naturalmente. Si parla di allineamenti, coordinamenti, tavoli di confronto, brainstorming e momenti di condivisione. Il principio, però, resta identico: più aumenta il numero delle persone che devono validare una decisione, più si riduce la velocità con cui quella decisione viene presa.

E così il proverbio napoletano continua a sopravvivere nei secoli perché racconta una verità semplice: le comunità funzionano quando le persone collaborano, non quando competono per il ruolo di comandante del pollaio.

Altrimenti i galli continuano a cantare tutta la notte e il giorno non arriva mai.

La versione religiosa dello stesso concetto è ancora più raffinata: "Troppi prevete dint’ ’a messa, a Madonna resta senza cappa."

Letteralmente: troppi preti dentro la messa e la Madonna resta senza mantello.

È uno di quei proverbi che sembrano usciti da una scena teatrale napoletana. Si immaginano sacerdoti intenti a discutere liturgia, processioni, precedenze, dettagli organizzativi e questioni di principio mentre, proprio al centro della chiesa, la statua della Madonna aspetta ancora qualcuno che le metta addosso la cappa.

La genialità del proverbio sta tutta qui. Non denuncia la mancanza di persone, ma l'eccesso di persone concentrate sul coordinamento.

Perché il problema non è che nessuno sia presente. Al contrario. Sono presenti tutti… forse anche troppi.

Il problema è che ciascuno è così impegnato a dirigere, controllare, supervisionare o esprimere il proprio parere da dimenticare il motivo per cui si trova lì.

In altre parole: tutti coordinano, nessuno esegue.

È una dinamica sorprendentemente moderna.

Qualcuno propone. Qualcuno valuta. Qualcuno apre un tavolo tecnico. Qualcuno crea una commissione. Qualcuno suggerisce di raccogliere ulteriori elementi. Qualcuno ritiene opportuno approfondire. Qualcun altro invita alla prudenza.

Infine arriva qualcuno che convoca una riunione preparatoria alla riunione.

A quel punto il progetto esiste da mesi, le discussioni occupano pagine e pagine di verbali e tutti hanno contribuito con almeno un'opinione.

Tranne chi avrebbe dovuto semplicemente fare la cosa.

Perché esiste una sottile differenza tra partecipare a un processo e produrre un risultato: la prima attività genera interventi, la seconda genera conseguenze; la prima dà l'impressione di essere occupati, la seconda dimostra di essere utili.

Ed è probabilmente per questo che il proverbio continua a essere attuale dopo generazioni, perché descrive una delle tentazioni più antiche delle organizzazioni umane...

Così, mentre tutti discutono della cappa, della stoffa della cappa, del colore della cappa, del regolamento sulla cappa e della procedura per approvare la cappa, la Madonna continua a restare lì. Senza cappa.

La terza versione del teorema arriva dalla cucina: "Assaje cuoche guastano ’a cucina."

È probabilmente il proverbio più famoso dei tre e anche il più universale. Perché tutti, prima o poi, hanno assistito a una situazione del genere.

Un cuoco aggiunge sale, un altro aggiunge pepe.

Un altro corregge il sugo, un altro modifica la ricetta.

Un altro ancora decide che la nonna lo faceva diversamente.

Tutti intervengono con le migliori intenzioni.

Ed è proprio questo il punto.

Raramente i problemi nascono dalla cattiva volontà. Molto più spesso nascono dall'eccesso di volontà: dall'idea che ogni contributo debba necessariamente essere aggiunto a quelli precedenti; che ogni opinione debba lasciare una traccia. Che ogni persona debba mettere la propria firma sul risultato finale.

Così il piatto smette di avere una direzione. Non segue più una ricetta. Diventa la somma confusa delle decisioni di tutti e alla fine nessuno mangia davvero bene.

Perché ciascuno continua a pensare che il problema siano state le modifiche degli altri, mai le proprie.

Se ci pensiamo bene, gran parte dei problemi contemporanei nasce proprio da questo meccanismo.

Viviamo nell'epoca del contributo permanente, dove tutti aggiungono qualcosa e pochi si chiedono se fosse davvero necessario.

E così il proverbio napoletano ci ricorda una verità semplice ma scomoda: non sempre un'idea migliora quando viene modificata da molte persone.

A volte migliora quando qualcuno ha il coraggio di fermarsi e dire: "Basta. Il sugo è pronto."

Se c'è una cosa che accomuna questi tre proverbi è che nessuno di loro parla davvero di galli, preti o cuochi.

Parlano di noi.

Della nostra tendenza a credere che ogni situazione abbia bisogno della nostra opinione, del nostro consiglio o della nostra supervisione.

Eppure, molto spesso, le cose funzionano quando qualcuno smette di commentare e inizia a fare.

Per questo, dopo secoli, quei tre proverbi continuano a essere attuali.

Perché i galli cantano ancora, i preti discutono ancora e i cuochi correggono ancora le ricette degli altri.

Il problema è che il giorno continua a non arrivare, la Madonna resta senza cappa e il sugo rischia di bruciarsi.

Forse la saggezza popolare napoletana ci sta suggerendo una soluzione sorprendentemente moderna: meno protagonismo, meno coordinamento e più responsabilità.

In fondo, ogni tanto, qualcuno deve semplicemente prendere la cappa, accendere il fornello e smettere di cantare.

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