Il sergente Hartman nelle vendite.
- 3 giorni fa
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In ogni team di vendita, prima o poi, compare lui. Non importa il settore, il prodotto o il budget: può vendere assicurazioni, software, abiti o sogni. Dentro, è sempre lui: Gunnery Sergeant Hartman.
Quello che entra nella stanza e trasforma i numeri in un giudizio morale. Quello che non parla di obiettivi, ma di colpa. Quello che non chiede: pretende.
“Se non chiudi, non vali.”
“Non voglio scuse.”
“Qui dentro si performa.”
E il paradosso è che, spesso, funziona. Perché urlare fa vendere. Ma solo per un po’.
La leadership autoritaria ha un potere seduttivo. È semplice, chiara, non lascia spazio all’ambiguità. Ha il fascino della durezza. In contesti ad alta pressione, la paura è un acceleratore: riduce il rumore mentale, spinge all’azione, crea focus.
In fondo si sa: quando qualcuno alza la voce, la tensione cresce, il team si compatta, le call aumentano, le chiusure migliorano. Nel breve periodo, i numeri rispondono.
Questo è il motivo per cui il modello Hartman non è mai morto. È sopravvissuto alle mode manageriali, ai corsi di coaching e alle slide sull’empatia. Perché la paura produce risultati immediati.
Ma la paura non crea venditori. La paura crea esecutori.
Un venditore vero ascolta, crea relazione, sperimenta, costruisce fiducia. Non va in guerra: avvia una negoziazione emotiva. E le emozioni non si comandano.
Nel cinema, il sistema Hartman implode con una tragedia. Nella realtà, implode in silenzio.
Succede così: le persone smettono di proporre idee, fanno il minimo indispensabile, aspettano il weekend o il giorno libero, cambiano azienda appena possono.
Non c’è un evento. C’è un lento svuotamento.
Le metriche non lo vedono subito.
La verità scomoda è che molti team performano non grazie alla pressione, ma nonostante la pressione. Vendono perché hanno talento, senso etico, fiducia nel prodotto, rispetto per il cliente. E qui la leadership autoritaria prende il merito di qualcosa che non ha creato.
Il vero paradosso delle aziende moderne è che pretendono autonomia, spirito critico, relazioni autentiche e customer experience memorabili. Vogliono persone intraprendenti, creative, quasi imprenditori in miniatura. Poi, però, costruiscono sistemi in cui la paura è l’unico incentivo davvero chiaro.
Ti dicono di essere proattivo, ma guai a uscire dallo script. Ti chiedono di pensare, purché la tua conclusione coincida con la loro. Invocano autenticità, ma solo se rientra nei tempi, nei KPI e nelle linee guida del brand.
È un po’ come voler crescere adulti indipendenti allevandoli in un collegio militare, con la differenza che almeno lì nessuno parla di empatia nelle slide.
La verità è che molte aziende non vogliono davvero autonomia. Vogliono obbedienza evoluta: persone che sembrino libere, purché facciano esattamente quello che ci si aspetta da loro. Perché la libertà, se presa sul serio, genera imprevedibilità. E l’imprevedibilità fa paura. Molto più della concorrenza.
È come voler formare imprenditori trattandoli come soldati.
La fiducia, purtroppo per molti manager, non nasce sotto minaccia. Non germoglia tra una mail in maiuscolo e un meeting convocato con oggetto “URGENTE”. Non cresce nemmeno grazie alla famosa frase “non voglio scuse, voglio risultati”, che in genere produce solo una cosa: scuse migliori.
Esiste però una terza via. Ed è la più scomoda di tutte. Non è morbida. Non è rilassante. Non è quel posto zen dove tutti si abbracciano e meditano tra una call e l’altra.
È disciplina. Ma con un senso. E soprattutto con una direzione.
È quella strana combinazione per cui le persone sanno esattamente dove devono arrivare, senza sentirsi costantemente sotto processo. Dove i feedback sono diretti, ma non umilianti. Dove la responsabilità non è una parola motivazionale da kickoff, ma una pratica quotidiana. Dove l’allenamento è continuo, non un corso una tantum con slide color pastello e biscotti secchi.
Allo stesso tempo, è anche un ambiente in cui non devi recitare la parte del perfetto infallibile. Dove puoi sbagliare senza che l’errore diventi un’identità. Dove imparare non è un segno di debolezza, ma una condizione per restare.
Il problema è che questa strada è lenta. All’inizio sembra inefficiente. Non dà la scarica immediata di adrenalina che produce la paura. Non fa esplodere i numeri in una settimana. Fa qualcosa di molto più irritante per chi ama le soluzioni rapide: costruisce.
Nel lungo periodo, però, succede una cosa quasi scandalosa. Le persone diventano autonome. Pensano. Si prendono responsabilità. Restano. E i risultati smettono di dipendere dall’umore del capo.
Perché, alla fine, la differenza è tutta lì: la paura crea esecutori. La disciplina consapevole crea venditori.
Il vero coraggio non è alzare la voce. Quello lo sanno fare tutti. Basta avere due corde vocali funzionanti e un minimo di frustrazione accumulata.
Il vero coraggio è restare quando le cose non funzionano.
Restare lì, senza il piacere catartico di urlare, e farsi domande scomode.
Cosa non ho insegnato davvero?
Dove non ho ascoltato, perché avevo già deciso di avere ragione?
Quale paura sto creando, mentre penso di creare performance?
Qui entra in gioco quella cosa di cui tutti parlano e pochi praticano: l’intelligenza emotiva. Non quella da post LinkedIn con la foto in bianco e nero e la citazione di qualcuno morto da tempo. Quella vera. Quella che ti costringe a gestire prima te stesso, invece di gestire gli altri.
Perché la verità è che l’intelligenza emotiva non è una qualità gentile. È una disciplina. È scomoda. È faticosa. È il contrario del lasciare che la frustrazione esca dalla bocca sotto forma di urla motivate.
Significa accorgersi che non sei arrabbiato con il team, ma con il fatto che non controlli tutto. Che la rabbia nasce dall’ansia. Che l’ansia nasce dalla paura di fallire. E che quella paura, se non la riconosci, diventa l’unico linguaggio che parli.
Significa tollerare il silenzio quando una persona non risponde subito. Non riempirlo con giudizi. Non trasformare ogni errore in un processo pubblico. Significa non scambiare la tua urgenza per una verità universale.
È saper distinguere tra pressione e umiliazione. Tra chiarezza e aggressività. Tra responsabilità e colpa.
L’intelligenza emotiva, quella vera, è capacità di regolazione. Prima di pretendere autoregolazione dagli altri. È chiedersi: sto alzando il tono per far crescere qualcuno o per calmare me stesso?
Ed è una domanda che, purtroppo, non puoi delegare.
È un lavoro quotidiano. Invisibile. Non misurabile. E proprio per questo, rivoluzionario.
Perché un team non è fatto di numeri. È fatto di persone. Di teste. Di cuori. Di storie che non entrano in nessun report. Un team non è un sistema nervoso. E i sistemi nervosi reagiscono. Assorbono. Restituiscono.
Conoscere il team non è un lusso. È la base.
Sapere chi ha paura di sbagliare, chi ha bisogno di riconoscimento, chi reagisce alla pressione e chi invece si blocca non è psicologia da salotto. È strategia.
Perché quando non conosci le persone, ti affidi solo al controllo. E il controllo, prima o poi, fallisce.
Quando invece le conosci, costruisci fiducia. E la fiducia regge anche quando i numeri non tornano, quando il target è lontano, quando il mercato cambia.
Non è buonismo. È lucidità. Non è empatia decorativa. È intelligenza operativa.
Guidare con la paura è facilissimo. È la scorciatoia emotiva del management. Non richiede strategia, visione o pazienza. Richiede solo un tono di voce più alto della media. O, in alternativa, l’atteggiamento uappo: quella sicurezza ostentata, un po’ teatrale, per cui non serve nemmeno urlare.
Perché a volte non è la voce a fare paura. È il clima. E il clima, come si sa, non compare in nessun report.
In fondo, ’o tipo uappo non urla: vibra... E la vibrazione si sente anche quando non parla.
Guidare con consapevolezza, invece, è lavoro. Quello vero. Quello noioso. Quello che non fa scena. Quello che non ti fa sentire potente nell’immediato, ma credibile nel tempo.
Il sergente Hartman non sparirà. La vera domanda è: chi vogliamo diventare quando siamo sotto pressione?
Io, a volte, lo sento dentro. Quando i numeri non tornano. Quando il target è lontano.
Poi mi ricordo una cosa molto poco cinematografica, ma terribilmente concreta: non sto addestrando soldati. Sto allenando persone.
E la differenza, purtroppo per chi ama le soluzioni rapide, si vede solo nel lungo periodo.
Ma si vede. Sempre.
Nota per chi prende tutto alla lettera.
Quando parlo di “urlare” non intendo necessariamente il volume della voce. Non è un problema di decibel. È una metafora. Mi riferisco a quel modo di approcciare le persone aggressivo, giudicante, ansioso e spesso pure maleducato, travestito da leadership. Quello stile per cui la tensione viene scambiata per competenza, la rigidità per autorevolezza e la paura per strategia.
Per capirci: non è una questione di corde vocali 😌






















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