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- La vita in acido (gastrico)
Questo articolo è il racconto ironico di una realtà quotidiana che, sono sicura, molti conoscono bene. Per fortuna, con un pizzico di leggerezza (e un po' di bicarbonato), si riesce ad andare avanti. Se lo stomaco è il secondo cervello, allora per qualcuno è un filosofo esistenzialista con tendenze autodistruttive. Sì, perché mentre alcuni vivono vite felici, mangiano sushi e dormono serenamente, altri combattono con dolori, attorcigliamenti e gastriti causate non dal peperoncino, non dal caffè, ma dalla… come dire… infinita capacità di complicarsi l’esistenza. Un grande classico. Ti svegli, cerchi di affrontare la giornata, ed ecco che arriva la fatidica telefonata di qualcuno che “non vuole disturbare”. C’è chi sente il telefono squillare e si emoziona, chi lo ignora, e poi quelli che si contorcono. Sanno già che, dall’altra parte, gli aspetta un fiume di parole, richieste e problemi che richiedono la loro attenzione immediata. Non importa chi sia. Anche solo lo squillo basta a provocargli quella fitta acida sotto lo sterno. E lo stomaco già urla: “Non rispondere!” C’è quella categoria di persone che giustifica ogni atto di scarsa logica o rispetto con la frase: “Sto passando un momento difficile”. Bene, chi non ne ha? Però lo stomaco non lo sa, e mentre tu scarichi i tuoi traumi, lui si piega su sé stesso come un origami, aggiungendo quel pizzico di dolore acuto che non guasta mai. C’è chi, per trovare qualcosa, non guarda davvero. Si gira attorno, osserva i muri come se avesse una vista ai raggi infrarossi e poi sbotta: “Non c’è!” Ora, ditemi, come si può spiegare allo stomaco che quel qualcosa è esattamente lì, sotto i suoi occhi? Non si può! Lui si contrae, la gastrite si amplifica, e si finisce per cercare quel “tesoro” mentre è in atto un’esplosione interna. Ci sono poi le conversazioni che iniziano con: “Ti devo dire una cosa”. Bene. Peccato che, per arrivare al punto, si passi per l’antica Roma, l’invenzione del telefono e il racconto della zia di un’amica che una volta ha visto un UFO. Nel frattempo, lo stomaco si chiede: “Riuscirà a finire prima che mi venga un’ulcera?” Spoiler: no. Ma abbiamo chi...poveretto, non lo fa apposta, ma ci mette del suo. Quando parla o fa qualcosa, lo stomaco non si arrabbia, no, si rattrista. Si piega su sé stesso e sussurra: “Va tutto bene…”. Perché a volte, più che il nervosismo, è la malinconia che crea quella bella sensazione di roccia incandescente nello stomaco. Dopo aver somatizzato rabbia, frustrazione e un pizzico di vergogna altrui, qualcuno arriva a dirti che sei tu il problema. E via di crampi! Ah, il colpo di grazia... Perché non basta il danno emotivo, serve anche quello fisico. Lo stomaco non dimentica, soprattutto dopo una frase così. Io provo a rilassarmi, a ignorare, persino a respirare profondamente. Ma ogni volta che ci provo, arriva un nuovo episodio, un’altra scena che il mio stomaco non riesce a digerire. La verità è che non si tratta di un problema di alimentazione, ma di “ gestione ”. Un medico potrebbe dirmi: “Devi rilassarti”. Eh, grazie, dottore. Lei ha mai provato a rilassarsi quando qualcuno ti scrive “posso chiamarti?” senza darti nemmeno il tempo di rispondere? Lo stomaco non si rilassa, si ribella. Se lo stomaco fosse un tribunale, io sarei sia l’accusato che il giudice. Perché, diciamolo, non è che la gastrite me la procurino solo gli altri. Anche io ci metto del mio: sono ipersensibile, mi agito facilmente, mi incastro nei pensieri come una mosca in un barattolo di miele. Però, anche riconoscendo i miei difetti, ammetto senza vergogna: non ce la faccio più. Prendiamo il telefono, per esempio. Non è solo il suono a farmi scattare, ma la mia reazione automatica: oddio, cosa sarà successo stavolta? Ho questo talento speciale di immaginare scenari apocalittici prima ancora di rispondere, e non appena apro bocca, il mio stomaco è già in sciopero. Sì, sono io che reagisco così, ma qualcuno vuole spiegarmi perché non si può mai telefonare solo per dire: “Ciao, come stai? Va tutto bene!” Poi c’è il mio problema con gli oggetti smarriti, o meglio, con chi non li cerca come farei io. Perché io sono di quelle che, quando cerca qualcosa, lo trova. Certo, magari sbuffo, ma alla fine salto fuori con il risultato. Quando invece vedo qualcuno che si gira attorno a caso, puntando gli occhi ovunque tranne che nel punto giusto, mi si attivano i nervi gastrici. E sì, magari dovrei essere più paziente, meno polemica. Lo so. Ma come si fa? E qui lo ammetto: anche io, a volte, mi perdo nei meandri dei miei racconti. Però c’è un limite. Quando ascolto qualcuno partire da lontano per arrivare al dunque, mi chiedo perché io non riesca mai a bloccare queste epopee verbali. Il mio stomaco si contrae, mentre dentro di me una voce urla: Arriva al punto! Ma non lo dico. Perché? Perché ho paura di sembrare scortese. E così, la gastrite vince ancora. Poi c’è il mio grande difetto: mi sento responsabile per tutto e per tutti, e questo è un lavoro straordinario che lo stomaco non vuole più fare. A volte mi sembra di essere in un film drammatico in cui lo stomaco recita il ruolo della vittima sacrificale. Un po’ come in “Il diavolo veste Prada”, dove la povera Andy finisce per somatizzare tutte le pressioni e richieste assurde della sua boss Miranda Priestly. Solo che, nel mio caso, Miranda non è una sola: sono tante piccole Mirande che si aggirano nella mia vita, chiedendo, criticando e dimenticando che io ho, appunto, un limite. Oppure, prendiamo “Inside Out”: mi immagino la mia Rabbia che preme un pulsante gigante nello stomaco ogni volta che qualcuno mi esaspera. Il problema è che le altre emozioni (Tristezza, Gioia, persino Disgusto) sembrano tutte impegnate a fare altro, lasciando lo stomaco da solo a gestire il disastro. Secondo la psicologia somatica, lo stomaco è uno dei principali organi in cui il nostro corpo trattiene emozioni non elaborate. La rabbia repressa, il senso di colpa, la frustrazione e persino le interazioni sociali quotidiane possono manifestarsi come sintomi fisici. Se poi aggiungiamo il peso della responsabilità collettiva che ci auto-imponiamo (quello che la sociologia chiama carico emotivo delle relazioni) ecco che il mio stomaco diventa il campo di battaglia di dinamiche interpersonali che non riesco a gestire fino in fondo. Siamo sinceri: io non sono una vittima innocente. Certo, le persone attorno a me sanno come accendere i miei nervi gastrici, ma io ci metto del mio, con la mia incapacità di lasciar correre, il mio voler controllare sempre tutto. Il mio non voler deludere: forse è questo il vero problema. Forse è proprio questo il punto: non voler deludere. Essere sempre lì, pronti a risolvere, ascoltare e persino capire chi non capisce noi. E così, mentre il mio stomaco si contrae, il carico emotivo aumenta e io continuo a credere, ingenuamente, che sia mio dovere tenerlo in equilibrio. Alla fine, però, lo stomaco è stanco. Va bene riconoscere i propri difetti, ma magari, cari “stimolatori di gastrite”, dateci un taglio anche voi. Perché un conto è ammettere i miei errori, un altro è continuare a sentirmi così. Quindi, sì, sarò responsabile, ma ora scusatemi: il bicarbonato mi chiama.
- Occhio al fuorigioco! Il fenomeno degli allenatori da divano.
Ogni settimana, come un rito immancabile, milioni di tifosi si trasformano in esperti di tattica, veri e propri allenatori da divano. Dopo ogni partita, il mondo si riempie di tecnici improvvisati, pronti a spiegare con tono solenne ciò che si sarebbe dovuto fare e ciò che mai e poi mai andava fatto. È un fenomeno che segue un copione preciso: si accende al triplice fischio, esplode sui social, nei bar e nei gruppi WhatsApp, per poi dissolversi nel giro di 48 ore. Ma basta una nuova partita per riaccendere la fiamma dell’esperto calcistico, e il ciclo riparte, inarrestabile. Il calcio è passione, discussioni animate e, soprattutto, una scusa perfetta per sentirsi esperti… almeno per un paio di giorni! Questo meccanismo ciclico non è solo un fenomeno di costume, ma racconta qualcosa di più profondo: il calcio è un linguaggio universale che crea appartenenza. Nel 2013 avevo sviluppato il progetto Supporters Azzurri, un’analisi sul tifo calcistico non solo come passione sportiva, ma come fenomeno sociale, culturale ed economico. Il calcio, con la sua capacità di aggregare, creava un senso di appartenenza che andava oltre il semplice evento sportivo. Il mio progetto mirava proprio a valorizzare questo aspetto, studiando il legame tra tifoseria, marketing sportivo e identità collettiva. L’idea alla base era quella di coinvolgere aziende in strategie di comunicazione innovative, capaci di sfruttare non solo la visibilità degli eventi calcistici, ma anche l’emozione e la fedeltà dei tifosi. Oggi, rispetto al 2013, il tifo ha subito una trasformazione radicale. La digitalizzazione ha reso il calcio sempre più globale e sempre meno legato alla dimensione locale dello stadio. I social media hanno moltiplicato le voci, permettendo a chiunque di diventare opinionista, ma hanno anche creato un nuovo tipo di tifoso: quello ‘virtuale’, che discute di calcio 24/7 senza mai mettere piede sugli spalti. Eppure, nonostante i cambiamenti, una cosa resta immutata: il calcio continua a essere un potente collante sociale, un’arena in cui la gente cerca identità e appartenenza. A tal riguardo, ho deciso di pormi delle domande e cercare delle risposte. Esiste una spiegazione scientifica per questo fenomeno? Il fenomeno degli "allenatori da divano" rientra in un comportamento psicologico ben studiato: il Dunning-Kruger Effect . Per dirla semplice, si tratta di quella simpatica tendenza umana a sopravvalutare le proprie competenze in un campo di cui, in realtà, si sa poco o nulla. Dopo aver visto una partita (o meglio, qualche highlights e i commenti sui social), ci si sente improvvisamente esperti di tattica, capaci di spiegare perché l’allenatore ha sbagliato tutto e come avrebbe dovuto agire. In ambito sportivo, ci sono anche studi sulla falsa percezione delle proprie abilità atletiche: una ricerca dell’Università di Chicago ha dimostrato che chi guarda sport con regolarità tende a convincersi di saperlo praticare meglio di quanto sia realmente in grado. Tradotto: il tizio che dice “quel rigore lo segnavo pure io” probabilmente ha la coordinazione di un sacco di patate. Infine, il fenomeno si lega anche alla cultura del tifoso: il calcio non è solo uno sport, ma un'identità, una fede . E quando la propria squadra gioca, ci si sente parte attiva, anche se l’unico sforzo fisico fatto è stato prendere il telecomando dal divano. Insomma, il mix perfetto di illusione di competenza, passione sportiva e la magia del “col senno di poi”. Quali meccanismi sociali si attivano dopo una partita? A livello sociale, il fenomeno degli allenatori da divano è un mix di dinamiche psicologiche e di appartenenza che si attivano automaticamente, quasi come un riflesso incondizionato. Il calcio non è solo sport, è tribù . Sostenere una squadra è un atto identitario, una forma di appartenenza quasi viscerale. Dopo una partita, il tifoso sente il bisogno di rafforzare il legame con il gruppo, che sia il branco di amici, il bar sotto casa o la community online. Commentare la partita diventa quindi un rituale sociale, un modo per sentirsi parte di qualcosa. Nel calcio, chi guarda da fuori ha sempre ragione. Perché? Perché non deve prendere decisioni reali. Il mister deve fare scelte in pochi secondi, con mille variabili da considerare. L'allenatore da divano, invece, parla dopo, col senno di poi, e con la calma di chi può analizzare ogni dettaglio senza pressioni. Questo crea l’illusione di essere più competenti di chi sta davvero sul campo. Una vittoria scatena l’euforia, una sconfitta è un dramma greco. In entrambi i casi, il tifoso ha bisogno di sfogare. Se la squadra ha vinto, ecco partire gli elogi all’allenatore (che fino alla settimana prima era un incapace). Se ha perso, si cercano colpevoli: l’allenatore, l’arbitro, la pioggia, il destino cinico e baro. È lo stesso meccanismo che scatta quando discutiamo di politica al bar: più che argomentare, dobbiamo sfogare frustrazioni e sentirci parte di una fazione. L’arena del dibattito è infinita, e chiunque può dire la sua e dire la propria opinione è quasi un obbligo, perché chi non commenta non esiste. Dopo una partita, l’allenatore da divano seleziona solo i dettagli che confermano le sue teorie. Se da mesi dice che il centravanti è scarso e quello sbaglia un gol, ecco la prova definitiva. Se invece segna una tripletta? “Eh, ma era un caso”. Questo è il classico bias di conferma, il filtro mentale che ci fa vedere solo quello che vogliamo vedere. E poi? Tutto si ripete. Il ciclo della vita del tifoso è semplice: pre-partita : "Oggi vinciamo sicuro" / "Sarà dura" durante la partita : "Dai che ce la facciamo" / "Questa squadra fa schifo" post-partita : "Te l'avevo detto" 48 ore dopo : si resetta tutto, in attesa della prossima partita. L'idea che ogni esperto improvvisato abbia il proprio stile e specialità viene da una dinamica tipica dei gruppi sociali e delle discussioni collettive: quando c’è un evento su cui tutti vogliono dire la loro (una partita, un fatto politico, un evento storico), si creano ruoli spontanei all’interno della conversazione. Nel caso degli allenatori da divano, questa suddivisione segue meccanismi simili a quelli di un ecosistema sociale, in cui ogni partecipante trova il proprio spazio, rinforzando la propria identità nel dibattito. Da dove nasce questa tendenza? Proprio come nel calcio giocato esistono attaccanti, difensori e centrocampisti, nelle discussioni post-partita emergono spontaneamente ruoli specifici. Ognuno trova la sua “specialità” nel commentare, un po’ per attitudine personale, un po’ per desiderio di distinguersi dagli altri. Anche chi non ha mai allenato o giocato ha bisogno di sentirsi un'autorità su un tema. E allora si specializza: chi parla di tattica, chi di arbitri, chi di mercato. Un po’ come negli uffici, dove c’è sempre quello che "ne sa" di politica, quello che "capisce di finanza" e quello che "prevede il futuro dell’economia mondiale" sulla base di due articoli letti su Facebook. Le trasmissioni sportive hanno contribuito a rafforzare questi ruoli: c’è l’esperto di tattica, il polemico, il difensore degli arbitri, l'opinionista che urla. Il tifoso medio, assorbendo questo modello, replica gli stessi schemi nelle proprie discussioni, scegliendo inconsciamente quale "personaggio" interpretare. Se una persona si è fissata che l’arbitro ha influenzato il campionato, ogni decisione arbitrale sarà vista come un complotto. Se un altro crede che il problema sia solo tattico, analizzerà sempre gli schemi di gioco. Ognuno si costruisce il proprio punto di vista e lo difende fino alla fine, come se fosse una missione. In pratica, quando si parla di calcio, non si discute mai e basta: si sceglie un ruolo, ci si specializza e si entra nel gioco. Non si tratta più solo di tifare, ma di ritagliarsi il proprio spazio nella discussione, sentendosi parte di qualcosa di più grande. Ma perché dura proprio 48 ore? Il fenomeno degli allenatori da divano segue una dinamica temporale precisa: una sorta di finestra magica che si apre subito dopo il fischio finale e si chiude gradualmente nell’arco delle 48 ore successive. È un periodo in cui il calcio diventa l’argomento dominante, tutti si sentono tecnici e ogni dettaglio della partita viene analizzato con la stessa attenzione di un’indagine forense. Fase 1: adrenalina (0-6 ore post-partita) Subito dopo il fischio finale, il livello emotivo è alle stelle. Che sia vittoria o sconfitta, il tifoso è carico di adrenalina e ha bisogno di sfogarsi. I social si riempiono di post (“Partita perfetta! Grandissimi!”) o di lamentele (“Allenatore da esonero immediato!”). Questa fase è dominata dall’impulsività: si parla per istinto, senza troppa logica. Il mondo sembra diviso in due: da una parte chi esalta la squadra, dall’altra chi chiede rivoluzioni immediate. Esplodono meme, analisi tattiche e insulti all’arbitro, il tutto condito da un numero esagerato di emoji. Fase 2: analisi (6-24 ore post-partita) Passata l’ondata di adrenalina, arriva il momento delle teorie e delle spiegazioni. I tifosi non si limitano più a dire "Abbiamo giocato bene/male", ma si lanciano in analisi pseudo-tecniche. È in questa fase che emergono gli esperti di tattica, di regolamento e di mercato, ognuno con la propria teoria da difendere a spada tratta. Anche i giornali e i programmi sportivi alimentano il dibattito: interviste, pagelle, “le cinque cose che abbiamo imparato dalla partita”. Fase 3: decadenza (24-48 ore post-partita) Dopo un giorno, l’intensità della discussione inizia a calare. Le polemiche resistono solo nei casi estremi: un errore arbitrale clamoroso o un risultato inaspettato possono prolungare il dibattito, ma in generale l’attenzione si sposta altrove. Si inizia già a pensare alla prossima partita. Gli stessi tifosi che 24 ore prima chiedevano l’esonero dell’allenatore ora iniziano a convincersi che “Forse serve solo un po’ di tempo”. Fine della finestra magica: il ciclo si chiude e si torna alla normalità. Almeno fino alla prossima partita. Il calcio è un ciclo continuo, in cui ogni partita lascia spazio rapidamente alla successiva. Il tifoso non può permettersi di rimanere ancorato troppo a lungo a un risultato, perché presto ci sarà una nuova sfida da vivere, discutere e analizzare. Nel frattempo, le emozioni si affievoliscono: la rabbia per un rigore sbagliato o l'euforia per una vittoria memorabile tendono a dissolversi con il passare delle ore. E poi, inevitabilmente, la vita reale riprende il sopravvento. Il lunedì mattina arriva puntuale, con le sue scadenze e responsabilità, e anche il più fervente allenatore da divano è costretto a riporre momentaneamente il taccuino tattico per dedicarsi a impegni più concreti. Quando il calcio diventa scienza esatta? Non tutti gli allenatori da divano sono uguali. Esistono diverse categorie di esperti improvvisati, ognuna con il proprio stile e la propria specialità. Si muovono con sicurezza nei dibattiti post-partita, ognuno con la sua teoria inossidabile, pronti a difenderla con la stessa convinzione di un professore universitario in cattedra. Ecco alcuni degli esemplari più comuni che popolano bar, gruppi WhatsApp e social network: Il tattico supremo : parla con la sicurezza di chi ha allenato in Champions League, spiegando con fare autorevole perché il 4-3-3 era una scelta folle e perché il 3-5-2 avrebbe cambiato tutto. Analizza le partite con una lavagna immaginaria e, se potesse, manderebbe schemi e formazioni direttamente all’allenatore. L’arbitro infallibile : conosce il regolamento meglio degli arbitri stessi (o almeno così sostiene). Ogni decisione dubbia è un complotto, ogni rigore negato è un furto con destrezza. A sentirlo parlare, il VAR dovrebbe chiamare direttamente lui per un parere definitivo. Il bomber : è quello che dice con sicurezza "quel rigore l’avrei segnato anche io", dimenticandosi che l’ultima volta che ha calciato un pallone risale alla gita scolastica in terza media. Secondo lui, il problema dei giocatori è la mancanza di "cattiveria" e "fame", anche se la sua massima attività sportiva è alzarsi dal divano per prendere le patatine. Il veggente del mercato : sapeva già tutto: che quell’acquisto era un bidone, che il giovane della Primavera era pronto per essere titolare da mesi e che il giocatore scartato sarebbe esploso altrove. Dopo il mercato estivo, è solito ripetere frasi tipo “L’avevo detto io” con la stessa espressione di un oracolo che ha previsto l’apocalisse. Il tifoso da stadio : lui c’era. E lo fa pesare. Ha visto tutto dal vivo, ha sentito la tensione dell’ambiente, ha vissuto le emozioni senza filtri. Per lui, chi ha guardato la partita in TV "non può capire davvero". Se la squadra ha perso, è pronto a dire "Si vedeva già dal riscaldamento che non c’erano con la testa", e se ha vinto, "Era chiaro che l’avremmo portata a casa". La sua opinione è legge, perché lui ha respirato il match in prima persona. Ogni partita è un palcoscenico per questi personaggi, e il bello è che tutti sembrano avere la verità in tasca. Poi, dopo 48 ore, il sipario cala… fino alla prossima sfida, quando gli allenatori da divano (e da stadio) torneranno a prendere posizione, pronti a dispensare le loro sentenze. Perché il calcio è una questione di fede e appartenenza tribale? Ho parlato di fede e tribù perché il calcio, più che un semplice sport, è un fenomeno sociale che tocca corde profonde nell’identità delle persone. Non è solo questione di seguire una squadra, ma di far parte di qualcosa di più grande, un sistema di appartenenza che ha dinamiche molto simili a quelle delle comunità religiose e tribali. La fede nel calcio si manifesta nel modo in cui i tifosi sostengono la propria squadra: con un senso di devozione assoluta, spesso irrazionale, che va oltre il risultato o la logica. Non si sceglie una squadra come si sceglie un film da vedere: la si vive, la si tramanda, la si difende a ogni costo, proprio come un credo religioso. Ci sono riti, canti, gesti simbolici e persino luoghi sacri, come lo stadio, che diventano parte integrante dell’esperienza. Allo stesso tempo, la dimensione della tribù emerge nel modo in cui i tifosi si aggregano e si riconoscono tra loro. Sostenere una squadra significa entrare a far parte di un gruppo, un'identità collettiva che si oppone ad altre tribù (gli avversari). Questo senso di appartenenza spiega perché, dopo ogni partita, i tifosi si sentano in dovere di commentare, analizzare e difendere la propria squadra come se fosse una questione personale. Il dibattito sportivo non è solo un passatempo: è un modo per rafforzare il legame con la propria "tribù" e confermare la propria identità dentro di essa. Il calcio non è solo sport, ma un'esperienza culturale profonda, fatta di emozioni, appartenenza e rituali collettivi. E come ogni fede o tribù che si rispetti, genera discussioni, divisioni, ma soprattutto una passione inesauribile. Perché in Italia il calcio suscita più passione di altri sport? In Italia il calcio non è solo uno sport: è una cultura, una tradizione, quasi una religione laica. Non si tratta solo di seguire una squadra, ma di ereditarla, come si fa con i valori di famiglia. A differenza di altri sport, il calcio è vissuto con un’intensità che sfida la logica: ogni sconfitta diventa un dramma, ogni vittoria una festa collettiva. È ovunque, nei discorsi quotidiani, nei bar, nelle trasmissioni sportive che riempiono ore di palinsesto televisivo. Ed è questo legame viscerale a renderlo ineguagliabile rispetto a qualsiasi altro sport. Uno dei motivi principali è la sua diffusione capillare: da decenni il calcio è lo sport più accessibile e popolare, quello che tutti hanno giocato almeno una volta, anche solo in un cortile o in una strada. Questo lo rende immediato, comprensibile e universale, a differenza di altri sport che richiedono attrezzature specifiche o conoscenze più tecniche per essere seguiti con coinvolgimento. C'è poi un fattore mediatico: il calcio è ovunque. Dalla TV ai giornali, dai bar ai social, la narrazione calcistica domina il dibattito sportivo quotidiano. Infine, conta anche il fattore identitario e tribale: le squadre di calcio rappresentano città, regioni, storie di vita. Il senso di appartenenza a una squadra è qualcosa di radicato, mentre altri sport, pur avendo grandi campioni e successi, non generano lo stesso tipo di legame emotivo. In pratica, il calcio in Italia è parte della nostra identità collettiva, qualcosa che va oltre il semplice gioco. Alla fine, il calcio è molto più di un gioco. È emozione, appartenenza, una scusa perfetta per discutere con gli amici e sentirsi esperti anche solo per un paio di giorni. Perché ogni partita è una storia, ogni tifoso un protagonista e ogni gol un ricordo da raccontare. E così, settimana dopo settimana, il ciclo ricomincia. Sempre uguale, sempre diverso. Allo stadio ci sono stata. Napoli, curva B. Ho visto cose che neanche nei film o nei documentari più realistici riuscirebbero a raccontare. Famiglie, amici, nemici, tutti riuniti nello stesso spazio, mossi da una passione comune ma vissuta in modi completamente diversi. Ho visto persone che conoscevo dal punto di vista lavorativo trasformarsi, reagire in modi inaspettati, abbandonare per novanta minuti ogni formalità. In curva il tempo si sospende: non esiste altro, solo la partita. Ma ho vissuto il calcio anche da casa, circondata da tifosi, davanti a un televisore che per novanta minuti diventa uno stadio virtuale. Il contesto cambia, ma non troppo. Le dinamiche restano simili: c’è chi soffre in silenzio, chi sbraita, chi analizza ogni dettaglio come un esperto di tattica. Anche tra le mura di casa, il calcio trasforma le persone, tira fuori reazioni viscerali, accende discussioni, fa esplodere gioie improvvise o delusioni cocenti. Il calcio visto dallo stadio ha un altro ritmo, un'altra percezione. Lì non sei solo uno spettatore, sei immerso in un contesto fatto di riti, emozioni e dinamiche che vanno oltre la partita. Ma anche fuori dallo stadio, nelle case, nei bar, nei gruppi WhatsApp, il tifo segue le sue regole, crea connessioni, accende passioni. Questo sport, più di ogni altra cosa, è uno specchio della società. È una liturgia collettiva. Lo si vive ovunque: nello stadio o sul divano, in silenzio o urlando, da soli o con un'intera città. Dunning-Kruger Effect David Dunning & Justin Kruger (1999) – Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments . Journal of Personality and Social Psychology, Vol. 77, No. 6, pp. 1121–1134. Il Dunning-Kruger Effect, teorizzato dagli psicologi David Dunning e Justin Kruger nel 1999, descrive un bias cognitivo per cui le persone con basse competenze in un campo tendono a sopravvalutare le proprie capacità, mentre gli esperti veri, al contrario, spesso sottovalutano la loro superiorità rispetto agli altri. Nella loro ricerca, pubblicata nel Journal of Personality and Social Psychology , gli studiosi hanno dimostrato come chi possiede poche conoscenze in un determinato ambito non abbia nemmeno le competenze necessarie per valutare la propria incompetenza. Ed ecco spiegato perché, dopo una partita di calcio, milioni di tifosi improvvisamente si sentono esperti di tattica e strategia di gioco, sicuri di poter fare meglio dell’allenatore.
- Muri di pietra, muri di idee.
Cosa succede quando si è bloccati in casa per 15 giorni con l'influenza, due bambini pieni di energia e pochissime alternative di intrattenimento? Si finisce per guardare lo stesso cartone animato così tante volte da assimilarlo meglio di qualsiasi libro di storia. Nel nostro caso, il cartone in questione è stato I Croods 2 – Una nuova era e, tra un colpo di tosse e un altro, mi sono accorta che dentro questa buffa avventura preistorica c’è un concetto sorprendentemente attuale: il muro . No, non un muro di pietra, ma qualcosa di ancora più interessante. I protagonisti scoprono una comunità chiamata i Superior, una famiglia che ha trovato il modo di vivere al sicuro, separata dal resto del mondo. Ma la loro sicurezza ha un prezzo: hanno eretto una barriera invisibile tra loro e tutto ciò che sta fuori. E qui arriva la domanda cruciale: i muri servono a proteggerci o ci rinchiudono? NeI film d’animazione Croods 2, i Superior sembrano avere la vita perfetta: coltivano la terra, vivono in armonia e non devono preoccuparsi dei pericoli dell’esterno. Niente bestie feroci, niente pioggia improvvisa. Un paradiso. Certo, a parte gli scimpugnoni… insomma, credono di aver trovato l’equilibrio perfetto tra sicurezza e benessere, un po’ come quando pensiamo che chiudersi in casa con la febbre per 15 giorni sia l’occasione ideale per riposarsi… per poi ritrovarci a guardare lo stesso cartone fino a imparare a memoria ogni singola battuta. Eppure, non si accorgono che, nel tentativo di proteggersi, hanno finito per chiudersi. Il loro “muro” non è fatto di pietra, ma di idee, regole e convinzioni che li tengono separati dagli altri. Questo mi porta a riflettere su tutti i muri che nella storia hanno diviso popoli, culture e idee. I muri sono sempre stati la soluzione preferita dell’umanità per evitare problemi. Problema politico? Muro. Problema con i vicini? Muro. Paura del diverso? Ancora muro. Il Muro di Berlino, costruito nel 1961, era una di quelle idee che sulla carta sembravano perfette: tenere separati due mondi con visioni opposte. Un piano infallibile… finché nel 1989 non si è scoperto che, forse, non era poi così brillante (Taylor, The Berlin Wall, 2006). Anche la Grande Muraglia Cinese è nata con le migliori intenzioni: difendere l’impero dalle invasioni. Ma, come nota Julia Lovell nel suo studio sull’argomento, più che un muro invalicabile, era una dichiarazione d’intenti: “Sappiate che qui non vi vogliamo, ma se insistete, fate pure un giro più lungo”. In effetti, molti eserciti nemici l’hanno semplicemente aggirata. I Romani, invece, erano più pragmatici. Quando costruirono il Vallo di Adriano, il messaggio era chiaro: “Da questa parte siamo civilizzati, da quella siete barbari.” Una distinzione che non ha impedito ai “barbari” di superarlo comunque, dimostrando che il concetto di “civilizzazione” è sempre piuttosto relativo. E poi c’è il Muro USA-Messico, che ha assunto un significato molto più ampio di una semplice barriera fisica. Da un lato, è stato presentato come un baluardo di sicurezza; dall’altro, è diventato il simbolo di una divisione sempre più marcata tra chi crede nelle frontiere rigide e chi vede il mondo come un unico grande villaggio globale (Andreas, Border Games, 2009). Peccato che, come tutti i muri prima di lui, non abbia impedito il passaggio di idee, persone e problemi. Questi muri nascono per la stessa ragione: proteggere da qualcosa o qualcuno. Ma, col tempo, diventano strumenti di separazione, che limitano non solo chi sta fuori, ma anche chi sta dentro. Oggi, anche senza mattoni e cemento, continuiamo a costruire barriere: culturali, tra generazioni che non si capiscono; ideologiche, tra chi ha opinioni diverse e non vuole ascoltare l’altro; sociali, tra chi ha accesso alle opportunità e chi ne è escluso. Se i muri fisici, per quanto imponenti, prima o poi crollano, quelli invisibili sono molto più difficili da abbattere. Anche senza cemento e filo spinato, continuiamo a costruire barriere che separano persone, idee e opportunità. Non servono confini di pietra quando le divisioni sono radicate nella società stessa. Ogni epoca ha visto un conflitto tra giovani e anziani, ma oggi la frattura sembra più profonda che mai. I cambiamenti sociali e i diversi valori hanno creato un muro tra generazioni che spesso non parlano più la stessa lingua. Il dialogo intergenerazionale diventa sempre più difficile, e spesso si cade nella trappola della reciproca incomprensione. Ma questo muro non è insormontabile: quando le generazioni si incontrano, possono scambiarsi esperienza e innovazione, costruendo un ponte tra passato e futuro. Il mondo si sta frammentando in gruppi che non si parlano più, ma si urlano addosso. Politica, religione, diritti civili: ogni tema diventa un campo di battaglia dove si sceglie un lato e si difende a oltranza, senza voler ascoltare l’altro. Le piattaforme digitali, invece di favorire il confronto, spesso alimentano il “muro degli algoritmi”, che ci mostra solo contenuti in linea con le nostre idee e ci conferma che abbiamo ragione. Questo fenomeno ha portato alla radicalizzazione delle opinioni: non si cerca più di capire l’altro, ma solo di distruggerne l’argomentazione. Il compromesso è visto come debolezza, il dibattito come una guerra da vincere. Servirebbe il coraggio di ascoltare, di mettere in discussione le proprie certezze e di riconoscere che la verità, spesso, sta nel mezzo. Ma in un’epoca di semplificazioni, prendersi il tempo per dialogare è la vera sfida. Forse il più antico dei muri, ma ancora il più solido è quello che separa chi ha opportunità da chi ne è escluso. L’istruzione, il lavoro, la sanità, la possibilità di realizzare i propri sogni: tutto questo è accessibile solo a una parte della popolazione. Le disuguaglianze economiche e sociali creano barriere molto più resistenti di qualsiasi confine fisico. Un bambino che nasce in una famiglia benestante avrà accesso a scuole migliori, a viaggi, a esperienze che gli apriranno più porte. Uno che nasce in un contesto svantaggiato, invece, dovrà lottare il doppio per ottenere la metà. Questo non vale solo per le differenze tra paesi ricchi e poveri, ma anche all’interno delle singole nazioni, dove il divario tra élite e classi più deboli continua ad allargarsi. Abbattere questo muro significa creare una società più equa, dove il talento e l’impegno contino più del punto di partenza. Ma finché il sistema continuerà a favorire chi è già avanti, questo muro resterà saldo, dividendo chi può sognare e chi deve solo sopravvivere. Ma anche quando si prova ad abbattere le barriere dell’ingiustizia sociale, esiste il rischio di costruire nuovi muri, meno visibili ma altrettanto limitanti. L’inclusione, per esempio, dovrebbe essere la chiave per una società più equa, in cui le opportunità non dipendano dal punto di partenza, ma dal merito e dalla volontà di ognuno. Tuttavia, se applicata in modo rigido, può trasformarsi in un altro tipo di separazione, creando distinzioni forzate invece di superarle. Quando l’idea di accogliere tutti diventa un sistema che suddivide e classifica, si rischia di rafforzare le stesse divisioni che si voleva eliminare. E così, senza rendercene conto, passiamo da un muro di esclusione a un muro di inclusione selettiva, altrettanto difficile da oltrepassare. L’inclusione è spesso vista come un valore positivo e indiscutibile, un principio che rende le società più giuste, aperte e democratiche. Tuttavia, come ogni concetto, può trasformarsi in un muro invisibile, che invece di abbattere le barriere, le rafforza in modo meno evidente. Quando l’inclusione diventa esclusione mascherata, quando separa invece di unire, si trasforma in un confine sottile e ambiguo, difficile da individuare e ancora più difficile da superare. L’inclusione nasce con l’obiettivo di dare spazio a chi storicamente è stato emarginato: minoranze etniche, comunità LGBTQ+, persone con disabilità, gruppi svantaggiati dal punto di vista economico o sociale. Si cerca di costruire una società dove tutti abbiano pari diritti e opportunità, senza distinzioni di origine, orientamento, genere o condizione. Ma quando il concetto di inclusione si radicalizza, può paradossalmente generare nuove divisioni. Creare categorie troppo rigide per rappresentare le differenze rischia di enfatizzarle anziché superarle. Si rischia di non vedere più le persone come individui, ma solo come membri di un gruppo specifico, definito dal loro genere, etnia o condizione. L’identità personale viene ridotta a un’etichetta, creando nuove forme di separazione. Per esempio, le politiche di quote obbligatorie in certi settori lavorativi o accademici, pensate per favorire la diversità, vengono talvolta percepite come discriminazioni al contrario. L’intento è garantire pari opportunità, ma quando si forza l’appartenenza a un gruppo per ottenere un vantaggio o per “bilanciare” statistiche, si rischia di sostituire un’ingiustizia con un’altra. Un altro problema nasce quando l’inclusione diventa un dogma assoluto, senza spazio per il dissenso o la sfumatura. Chiunque ponga domande o esprima dubbi su certe dinamiche viene immediatamente etichettato come “esclusivo”, “conservatore”, o addirittura “intollerante”. In questo modo, l’inclusione non è più un mezzo per aprire il dibattito, ma diventa un nuovo muro ideologico, che impedisce qualsiasi discussione fuori dalla narrazione dominante. Il dibattito sulle identità di genere, per esempio, è un caso emblematico: da un lato, c’è la volontà di riconoscere diritti e dignità a tutti, dall’altro, chi esprime posizioni più tradizionali spesso si trova escluso dalle conversazioni, senza possibilità di argomentare. Il rischio è che si passi da una società che escludeva alcune minoranze a una società che esclude chi non si allinea perfettamente al nuovo paradigma. L’inclusione non può funzionare se diventa a sua volta un sistema di esclusione. L’inclusione non dovrebbe significare creare nuove barriere, ma eliminare la necessità stessa delle categorie. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di far sì che le differenze non siano più un criterio di separazione, né per favorire né per discriminare. Se un muro tradizionale divide due realtà, il “muro dell’inclusione” separa chi è dentro il sistema da chi non aderisce completamente ai suoi principi. La vera sfida è costruire una società in cui non servano più etichette per garantire diritti e rispetto, perché questi saranno garantiti naturalmente a tutti, senza dover ricorrere a forzature. Forse il vero segno di progresso non è costruire un muro che includa alcuni ed escluda altri, ma costruire uno spazio senza muri, in cui le differenze esistano senza bisogno di essere continuamente enfatizzate. Solo allora l’inclusione sarà davvero tale. I muri invisibili sono i più difficili da vedere, e proprio per questo sono i più pericolosi. Non fanno rumore quando vengono costruiti, non si vedono sulle mappe, eppure condizionano la nostra vita più di quanto immaginiamo. Se i muri di Berlino, del Messico o della Corea sono sotto i riflettori, quelli culturali, ideologici e sociali vengono spesso ignorati. Ma sono proprio questi a determinare il mondo in cui viviamo e il modo in cui ci relazioniamo agli altri. Abbatterli non è questione di ruspe o rivoluzioni, ma di scelte quotidiane, di apertura mentale, di volontà di superare le barriere invisibili che ci separano. Perché la storia ci ha insegnato che ogni muro può crollare, ma solo se c’è chi è disposto a spingerlo giù. Forse la vera domanda non è “quale muro abbattere?”, ma “ quale muro stiamo costruendo senza accorgercene? ”. Alla fine i Superior scoprono che vivere separati non li ha resi più forti, ma solo più fragili e impreparati. È solo accettando il caos dei Croods, la loro imprevedibilità, le loro urla, la loro capacità di adattarsi, che riescono davvero a sopravvivere. E in fondo, non è così diverso nella realtà: la sicurezza assoluta non esiste, e forse la vera forza sta proprio nell’imparare a convivere con le differenze, invece di alzare muri per tenerle fuori. E poi c’è un altro elemento interessante: i muri non separano solo le persone, ma anche le esperienze e la crescita personale. I Croods 2 riesce a raccontare anche il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, i cambi di necessità e di dinamiche familiari, il valore delle parole e la tentazione di rifugiarsi in mondi perfettamente organizzati, come quelli offerti oggi da TV, social e streaming. Sì, sono riusciti a mettere pure questo nell’era preistorica. Alla fine, che sia un muro di pietra o uno schermo che ci isola dalla realtà, il risultato è lo stesso: ci separa da ciò che potrebbe farci crescere. La prossima volta che ci troviamo davanti a un muro, fisico o invisibile, chiediamoci: ci sta davvero proteggendo o ci sta solo impedendo di crescere? Frederick Taylor, The Berlin Wall: A World Divided, 1961-1989 (2006) : Questo libro offre un resoconto completo della costruzione, esistenza e caduta del Muro di Berlino, esaminando i ruoli svolti dalla Germania dell'Est e dell'Ovest, dall'Unione Sovietica e dagli Stati Uniti. Julia Lovell, The Great Wall: China Against the World, 1000 BC - AD 2000 (2006) : Lovell esplora la storia della Grande Muraglia Cinese, analizzando le conquiste e le catastrofi dell'impero cinese nel corso di 3.000 anni. Nick Hodgson, Hadrian’s Wall: Archaeology and History at the Limit of Rome’s Empire (2017) : Questo studio approfondisce la storia e l'archeologia del Vallo di Adriano, esaminando il suo ruolo come confine dell'Impero Romano. Peter Andreas, Border Games: Policing the U.S.-Mexico Divide (2009): Andreas analizza la complessità della frontiera tra Stati Uniti e Messico, discutendo le dinamiche di sicurezza e le implicazioni sociali e politiche del muro di confine.
- Vivere con Bolt: presenza invisibile (ma non troppo).
Bolt è sempre lì, anche quando cerca di passare inosservato come un ninja... Non lo vedi, non lo senti, ma poi... zac! Ti accorgi di lui quando calpesti qualcosa di inspiegabilmente soffice o quando si materializza dietro di te mentre apri il frigo. Perché un golden retriever non è mai davvero "assente": è semplicemente ovunque. Quando hai scelto un golden retriever, magari immaginavi scene idilliache: Bolt accoccolato ai tuoi piedi, dolce e serafico. Nella tua mente, incarnava la serenità assoluta, con quegli occhi che trasmettevano pura devozione. La realtà? Bolt ha deciso che la sua missione è monitorare ogni tuo movimento con la precisione di una guardia del corpo. Sorveglia la casa portando in giro un calzino spaiato come se fosse un trofeo. E poi c’è la sua abilità speciale: accoccolarsi con tutta la grazia di un elefante proprio sopra gli occhiali da vista o il telecomando, mentre tu cerchi disperatamente gli occhiali in giro per casa, convinto che siano spariti nel nulla. Ad esempio, eccoci qui: noi siamo in ufficio, immersi tra carte, computer e idee. E lui? Bolt è spaparanzato sul divano, come un re nel suo regno. Sembra completamente assorbito dal relax più profondo. Ma attenzione: non lasciarti ingannare. Un occhio è sempre semiaperto, vigile come quello di un bodyguard che non si lascia sfuggire nulla. Basta un piccolo movimento, come una sedia che scricchiola o un foglio che cade, e lui alza la testa, lanciandoti uno sguardo da “Tutto sotto controllo?”. La sua energia non si limita alle pareti di casa. Quando è il momento di uscire, Bolt non si tira indietro. Questa stessa prontezza la ritrovi anche quando sei fuori casa. Uscire con Bolt non è una semplice passeggiata rilassante: è più una prova di resistenza fisica. Lui non cammina mai tranquillo, parte a razzo tirando il guinzaglio con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto il mondo per la prima volta... ogni singolo giorno! Ogni tanto ti chiedi se, prima o poi, perderai una spalla. Forse non l’hai ancora persa solo perché hai sviluppato una resistenza da maratoneta e la forza di un gladiatore. Perché con un golden retriever al guinzaglio, devi essere pronto a tutto: altri cani, foglie svolazzanti, odori misteriosi... persino una busta di plastica può scatenare l’impulso da esploratore di Bolt. La scena tipica: tu cerchi di mantenere un’andatura regolare, ma lui decide di cambiare strada perché, evidentemente, quel cespuglio lì ha bisogno di un’analisi approfondita. Dopo la passeggiata estenuante, torniamo a casa. Tu vorresti solo toglierti le scarpe, respirare e recuperare la spalla malconcia. Ma no, non con Bolt. Perché il vero spettacolo inizia adesso: il rituale di pulizia post-avventura. Bolt entra felice, magari con una foglia attaccata al pelo e sporcizia artisticamente distribuita sulle zampe. Lo guardi e pensi: “Oh no, non sul divano!” . Lui ti guarda indietro con un’aria da “Che c’è? Sono fantastico così!”. Dopo la lotta epica con l’asciugamano, pensi di avercela fatta: il momento di pace è arrivato. Ti siedi sul divano, accendi la TV e ti rilassi. Ma ecco che Bolt, fresco di avventura, decide che è lui a meritarsi quel posto d’onore. Si arrampica con tutta la disinvoltura del mondo e si piazza esattamente al centro del divano… al tuo posto! Tu lo guardi incredulo, lui si stira beato come se fosse la sua poltrona reale. Se provi a spostarlo, ti fissa con quegli occhi pieni di sdegno e un velo di dramma canino: “Davvero vuoi togliere questo privilegio a un povero cane stanco e devoto?”. Quando finalmente, con un po’ di compromesso, ti ritrovi seduto su un angolo risicato del divano, Bolt decide che il momento successivo è quello della cena. Si alza con tutta la solennità di chi sa che è giunta l’ora e si piazza davanti alla cucina. Ti guarda, poi guarda la ciotola vuota, poi di nuovo te, con un sincronismo perfetto degno di un attore consumato. Se cerchi di ignorarlo, parte la modalità “messaggio vocale”: un abbaio fisso, breve e inconfondibile, ripetuto a intervalli regolari come un timer canino. Non è forte, non è aggressivo... è semplicemente impossibile da ignorare. Ti alzi per riempire la ciotola, Bolt ti segue con entusiasmo crescente, come se non fosse certo che arriverai a destinazione senza cambiare idea. Al primo plop delle crocchette nella ciotola, la sua coda comincia a scodinzolare come una bandiera al vento, mentre tu, ormai rassegnato, lo guardi divorare tutto con la gioia di chi vive per quel momento. Conclusione: rilassarti? Forse dopo la cena di Bolt... ma anche lì, non ci metterebbe molto a convincerti che un bis è assolutamente necessario! Prima di Bolt, c’era Max. E Max era davvero... il massimo. Un autentico professionista del mondo canino. Lui non si limitava a portare i calzini in giro: li ingoiava con la convinzione di un critico gastronomico. E poi c’era il suo superpotere: svegliarmi semplicemente fissandomi. Non un abbaio, non un movimento. Solo un paio d’occhi puntati addosso fino a che non mi arrendevo. Max aveva questa presenza quasi "mistica". Bolt & Max E poi è arrivato Bolt, che, al contrario, non mangia calzini (fortunatamente). Ma attenzione: ha messo su un’alleanza con i miei figli che definire "associazione a delinquere" è riduttivo. Corrono, tramano, fanno sparire palline e biscotti con la destrezza di una banda organizzata. Se Max era il maestro del minimalismo (un cane, un calzino, un obiettivo), Bolt e la sua crew sono i re del caos coordinato. Non ci sono regole, solo complicità. La scena tipica: i bambini ridono mentre Bolt li segue con la coda scodinzolante e uno sguardo pieno di entusiasmo. Appena uno dei bambini piange o si allontana, Bolt si trasforma nel loro angelo custode, pronto a consolare, annusare o sedersi accanto con fare protettivo. Ma non appena ritorna la calma... via, si riparte con nuove trovate, come corse per casa, inseguimenti tra divani e, ovviamente, cacce al tesoro (che spesso includono oggetti che non dovrebbero esserlo). In questo caos sincronizzato, tu cerchi di mantenere l’ordine, ma capisci presto che è una battaglia persa. In fondo, guardandoli insieme, non puoi fare a meno di sorridere. Uno dei momenti più esilaranti è quando Bolt decide di dimostrare tutto il suo affetto con le sue inconfondibili "leccate d’amore". Per lui, è un gesto di pura devozione; per i bambini... un orrore totale! Si avvicina con quel suo sguardo dolcissimo e, senza preavviso, parte una leccata gigante sui piedi. I bambini urlano: “Boooolt! Mamma mi ha leccatooo!”. E mentre loro cercano di riprendersi dall’ “attacco bagnato”, Bolt li guarda con l’espressione di chi pensa: “Ma come? Non era fantastico?”. Nonostante questo "trauma" quotidiano, Bolt rimane il loro eroe e, all’occorrenza, anche il loro martire. Bolt passa dalle "leccate del disgusto" al ruolo di "sacrificio vivente" con una serenità zen che solo un golden retriever può avere. Sì, la casa è spesso sottosopra, la spalla rischia di andarsene dopo ogni passeggiata, e il pavimento raramente rimane asciutto dopo una giornata di pioggia. Ma non è tutto: anche quando finalmente la casa splende e ti siedi soddisfatto ad ammirare il tuo lavoro, eccola lì... la palla di pelo rotolante che sbuca all’improvviso da sotto il divano, come il classico cespuglio di fieno nei film western. In quel momento senti nella testa la musica epica da duello e ti chiedi: "Ma com’è possibile?!". Eppure, nonostante tutto, quando Bolt ti guarda con quei suoi occhi profondi, pieni d’amore, capisci che ne vale la pena. È faticoso? Assolutamente. È perfetto? Anche. Perché vivere con Bolt significa non annoiarsi mai e imparare ogni giorno che l’amore incondizionato può avere la forma di un cane che ti segue ovunque, palla di pelo inclusa. In fondo, come si potrebbe vivere senza di lui?
- 2025: l’anno che non esiste ma comunque ci tocca viverlo.
Benvenuti nel 2025. O forse no. Potremmo essere ovunque nel flusso del non-tempo, ma eccoci qui, pronti a fingere che gennaio abbia senso, che gli anni abbiano un significato, e che non siamo tutti intrappolati in un complotto cosmico orchestrato dagli orologi e dai calendari gregoriani. Secondo una teoria rivoluzionaria che potrebbe tranquillamente emergere in uno dei nostri amati salotti mediatici (tra un dibattito acceso e un segmento sulle diete miracolose), i numeri e gli orologi sono stati inventati per convincerci che il tempo esiste davvero. Un complotto, un disegno perverso che coinvolge il cambio dell’ora legale e, molto probabilmente, anche i ritardi di Trenitalia. Il tempo, in questa narrazione, è una Matrix. E sapete una cosa? Potrebbe non essere così folle come sembra. Dopotutto, il tempo sembra esistere solo quando dobbiamo alzarci presto la mattina o aspettare che la lavatrice finisca. Ecco un interrogativo. Se il tempo è un costrutto, allora perché gennaio sembra durare almeno 74 giorni? Forse perché è il mese in cui ci pentiamo di tutti gli errori commessi a dicembre (tipo quell’ennesima fetta di panettone) o perché il conto in banca ci ricorda che Babbo Natale non accetta rateizzazioni. Ma ora che abbiamo aperto gli occhi, possiamo liberarci dal giogo di questo tiranno invisibile. Via gli orologi! Basta con i calendari! Tranne quelli delle Poste, perché le bollette misteriosamente esistono, anche nel non-tempo. Seguendo l’esempio dei cani (che, ricordiamolo, vivono senza cognizione del tempo), possiamo finalmente abbracciare una vita più autentica. Non importa se siamo nel 2025, nel 1327 o nel Giurassico. Viviamo il presente, come quando ordiniamo una pizza senza pensare alle calorie o guardiamo Netflix fino alle 3 del mattino, perché il domani è solo un’illusione. Certo, il problema è spiegare questa filosofia a tua nonna, che se non la chiami ogni giorno è convinta di essere stata abbandonata in un buco nero temporale. Ma anche qui possiamo imparare dai cani: non conta quanto tempo passi, basta farle sentire che sei lì, presente, almeno finché non arriva il postino con una raccomandata. Se il tempo non esiste, finalmente possiamo liberarci dai propositi di Capodanno, quella lista di bugie che ci raccontiamo ogni gennaio (“andare in palestra”, “mangiare sano”, “risparmiare di più”). Invece, potremmo provare con obiettivi più realistici: riscoprire la gioia di non fare niente, come un cane che guarda fuori dalla finestra; rendersi conto che i ritardi non esistono se il tempo è un’illusione; chiamare tua nonna prima che pensi di essere stata risucchiata in un loop spazio-temporale. Non solo il tempo è una bugia, ma anche lo spazio è un’illusione. In parole povere: non siamo davvero qui, e non siamo nemmeno lì. Siamo ovunque e in nessun luogo contemporaneamente. Fantastico, no? La fisica quantistica ci insegna che due particelle possono essere collegate in modi che trascendono lo spazio e il tempo. Immaginate due calzini sparsi nella vostra lavatrice (quella famosa entità parallela che divora le cose). Uno si trova a casa vostra, l’altro misteriosamente in Giappone. Eppure, quando cambiate il colore di uno, l’altro lo segue immediatamente, senza badare alle distanze. Questo è il principio della non-località: un mondo senza confini, senza distanze, e decisamente senza senso, se lo si guarda con occhi “lineari”. Cosa significa tutto questo per il nostro caro 2025? Che il tempo, lo spazio e quel ritardo di dieci minuti del treno delle 8:15 sono dettagli insignificanti di una realtà molto più complessa. Viviamo in un eterno “adesso” in cui ogni evento è connesso, ovunque esso sia, e quando esso accada (o non accada). Ora, uniamo questo concetto alla sincronicità di Jung, l’idea che certi eventi accadano insieme non per caso, ma per un significato più grande. Ad esempio, pensate a quando vi viene in mente una persona e, magicamente, quella stessa persona vi chiama. Coincidenza? Non secondo Jung, e sicuramente non secondo Flavia Vento, che probabilmente attribuirebbe tutto questo al complotto degli orologi. In un universo non-locale, ogni cosa è connessa: i vostri pensieri, gli eventi intorno a voi, e persino il fatto che stiate leggendo queste parole in questo momento. Forse era destino. O forse è solo la Matrix che cerca di farvi credere che il 2025 abbia un senso. Se il tempo e lo spazio sono illusioni, cosa ci resta? Semplice: il presente, ma non nel senso banale di “godersi l’attimo”. Parliamo di vivere sapendo che tutto è interconnesso. Non rincorrere il tempo è il primo passo per comprendere questa realtà: smettere di preoccuparsi di “essere in ritardo” è già una forma di ribellione contro il dogma spazio-temporale. I bambini, come i miei figli di 6 e 3 anni, incarnano perfettamente questa filosofia. Per loro, il concetto di “tempo” è ancora fluido, un’idea astratta che non limita il loro vivere nel presente. Alberto, di 6 anni potrebbe essere completamente assorbito nel disegnare un dinosauro per ore, senza la minima consapevolezza che “è tardi” per la cena. Allo stesso modo, Giordana, bambina di 3 anni, non ha problemi a fare un drammatico picnic immaginario nel salotto mentre il mondo reale urla “sbrigati!”. E lo spazio? È altrettanto relativo. Per Alberto la distanza tra il salotto e la cucina può sembrare infinita se c’è una promessa di biscotti dall’altra parte. Ma allo stesso tempo, possono annullare le distanze emotive in un istante: Giordana probabilmente crede che un abbraccio possa risolvere qualsiasi cosa, anche se il problema è che hai appena rovesciato il caffè sul tappeto. E forse, ha ragione. I bambini vivono in una realtà dove non c’è “prima” o “dopo”, ma solo un eterno “adesso”. Per loro, non esistono scadenze o orari prestabiliti, e ciò che conta è l’esperienza del momento. Ecco, forse dovremmo imparare da loro. Non perché sia pratico arrivare in ritardo al lavoro con la scusa di vivere nel presente, ma perché ci ricordano che il tempo e lo spazio non sono altro che convenzioni. Se riuscissimo a vedere il mondo con i loro occhi, magari potremmo liberarci anche noi dalla schiavitù dell’orologio e ricordarci che, alla fine, il momento più importante è sempre quello in cui siamo immersi ora. Certo, a volte l’universo ci sta solo ricordando che abbiamo dimenticato di pagare una bolletta, ma non per questo il messaggio è meno significativo. Espandere la mente significa abbracciare la non-località in ogni sua forma: se tutto è connesso, allora anche Bolt - il mio cane - potrebbe essere parte del complotto spazio-temporale. Lo tratterò come il guru che è. Il 2025, come il tempo stesso, non esiste. E così, eccoci qui, ad affrontare un nuovo anno che forse non esiste, ma che troverà comunque il modo di ricordarci che le tasse vanno pagate e che il caffè del lunedì non sarà mai abbastanza forte. Quindi, buon “non-anno” a tutti! Ricordate: il tempo non esiste, lo spazio è relativo, ma le bollette e i messaggi vocali di vostra mamma sono ancora lì, a ricordarvi che l’universo potrebbe essere non-locale, ma le responsabilità sono sempre locali.
- Natale imperfetto: l'ironia di una copertina Vintage.
Nel feed di uno dei miei social è comparso un post su questa copertina del New Yorker. Mi ha fatto riflettere, perché c’è qualcosa di irresistibilmente affascinante in questa immagine risalente al lontano 1939. È una scena apparentemente innocente, ma che, a uno sguardo più attento, nasconde un’ironia pungente e una dose di umorismo quasi imbarazzante. Babbo Natale, che con tutta probabilità è un papà travestito, si sta scambiando un bacio con la madre di famiglia sotto l’occhio vigile (e vagamente scettico) di una bambina. La piccola sembra già aver capito tutto, come a dire: “Sul fatto che tu sia Babbo Natale ho i miei dubbi, ma ora cosa diavolo stai facendo con la mamma?”. Questa scena è un piccolo capolavoro d’ironia che spezza la seriosità del Natale tradizionale. Non ci sono elfi perfettamente allineati, luci che brillano in modo maniacale o montagne di regali che gridano “consumismo sfrenato”. È un momento di intimità familiare, goffo e autentico, che oggi sembra quasi un atto di ribellione contro l’ossessione contemporanea per l’apparenza. Nel 1939, il Natale era un po’ più… umano? Non c’era Instagram a dettare le regole su come dovevano essere posizionati gli addobbi, né tutorial su come creare l’albero perfetto in 12 semplici step. Le famiglie si riunivano attorno a un albero decorato con quello che c’era, e Babbo Natale spesso era il papà o lo zio, mal travestito e con una barba di cotone che lasciava più dubbi che certezze. Questa immagine del New Yorker cattura proprio quella spontaneità. Non c’è nulla di perfetto: Babbo Natale sembra più un intruso che una figura magica, la bambina osserva tutto con un’espressione che oscilla tra lo stupore e il disappunto, e la madre, elegantissima nel suo abito nero, pare completamente ignara del piccolo dramma che si sta svolgendo sotto il vischio. E forse è proprio questo il punto. Non c’era bisogno di perfezione o di un’immagine studiata nei minimi dettagli. Bastava il calore di una famiglia, qualche regalo e un pizzico di humor. Fast forward a oggi, e il Natale sembra essere diventato un esercizio di estetica. Ogni cosa deve essere impeccabile: l’albero deve essere a tema, i regali devono essere fotogenici, e persino il panettone deve avere la glassa perfettamente lucida per meritarsi un post sui social. Nel 2024, Babbo Natale non sarebbe più un papà improvvisato con un costume stropicciato, ma un professionista prenotato su un’app. La madre indosserebbe un maglione coordinato con la bambina (rigorosamente di cachemire) e la piccola avrebbe già preparato una lista di richieste. La foto sarebbe scattata con un ring light e passata attraverso almeno tre filtri prima di essere postata con gli hashtag: #FamilyChristmas, #PerfectMoment e #BabboNataleGoals. … anche io ho usato hashtag simili!! Perché diciamolo, siamo tutti un po’ vittime del “Natale da copertina”. Quei tag non sono solo parole: sono il nostro modo di dire al mondo che siamo parte di qualcosa, che stiamo vivendo il Natale nel “modo giusto”. Ma cosa significa davvero “modo giusto”? La verità è che gli hashtag non catturano il caos che c’è dietro la foto: i regali scartati che ingombrano il pavimento, i parenti che litigano o il panettone che nessuno vuole tagliare perché “così è più bello intero”. Quegli hashtag sono solo il filtro che mettiamo sul caos, un tentativo di rendere tutto più ordinato e… condivisibile. E quel bacio tra mamma e “Babbo Natale”? Impossibile. Sarebbe troppo controverso, rischierebbe di dividere i follower nei commenti. Meglio restare sul sicuro: sorrisi perfetti e auguri standard. La copertina del New Yorker del 1939 ci ricorda quanto sia bello, e persino liberatorio, un Natale imperfetto. La sua ironia ci invita a guardare il caos e le stranezze delle feste con un sorriso, accettando che non tutto deve essere perfetto per essere speciale. Forse dovremmo prenderne spunto. Magari quest’anno possiamo permetterci un albero storto, regali incartati in modo approssimativo e un Babbo Natale che somiglia stranamente a papà. E se qualcuno alza un sopracciglio, possiamo sempre rispondere con un sorriso: “È il nostro modo di vivere la magia del Natale. E, onestamente, funziona benissimo”. Alla fine, il Natale non è una questione di luci perfette o foto da copertina. Il Natale è fatto di risate e di bambine che scrutano gli adulti con un misto di curiosità e dubbio, come se cercassero di decifrare un codice segreto. È in quei piccoli dettagli – le conversazioni sovrapposte, gli abbracci frettolosi, gli oggetti fuori posto – che si nasconde il vero spirito natalizio. Non una perfezione da cartolina, ma un mosaico di frammenti imperfetti che riflettono chi siamo: umani, imprevedibili, eppure incredibilmente connessi. Un’atmosfera che avrebbe trovato spazio perfino nelle pagine di Dickens, il grande narratore del Natale per eccellenza. Nei suoi racconti, come nel celebre Canto di Natale, il Natale non è mai soltanto un giorno o un’idea, ma un’esperienza fatta di luci e ombre: le tavole imbandite, le voci allegre, ma anche le difficoltà e le tensioni che ogni famiglia si porta dietro. Dickens ci ricorda che il cuore del Natale non sta nell’assenza di difetti, ma nella capacità di scorgere la bellezza proprio dentro quei difetti, di riscaldare l’animo con gesti semplici e autentici. È la stessa magia che trasforma l’aridità di Scrooge in generosità e riconciliazione: una celebrazione dell’umanità in tutte le sue sfumature, proprio come i frammenti imperfetti che oggi continuano a caratterizzare il nostro Natale. Buon Natale… e che il caos sia con voi!
- Tra Alieni guardiani e Reset globali.
C'è una domanda che mi tormenta: e se gli alieni fossero già qui? Non parlo di omini verdi da film, ma di entità complesse, guide silenziose o osservatori neutrali. Forse ci osservano da qualche angolo remoto dello spazio, pazienti, mentre scommettono su quanto resisteremo prima di premere reset . Ora, lo so cosa state pensando: "Ah, eccola qui, un'altra teoria da complottista con la testa tra le stelle e i piedi fuori dalla realtà." Teoria da fantascienza, un incrocio tra Matrix e Divergent. Forse avete ragione. Ma se vi soffermate un attimo ad osservare il mondo con occhi un po' più aperti, quelli che usate quando guardate le stelle e pensate di essere solo un puntino nell'universo, qualcosa inizia a non tornare. E le piramidi? Troppo perfette per essere solo il risultato di corde e schiavi. Il collasso ciclico delle civiltà? Troppo preciso, quasi come se qualcuno stesse controllando il termostato del nostro progresso. Ed è qui che entrano in gioco loro, i miei alieni. Non immaginateli come creature goffe e verdi, ma come entità enigmatiche, osservatori silenziosi che incarnano ruoli diversi a seconda del momento e della nostra capacità di meritare la loro attenzione. Da un lato, li vedo come guardiani benevoli, figure quasi mitologiche che, come genitori pazienti, ci osservano mentre inciampiamo, impariamo e, ogni tanto, cadiamo rovinosamente. Non intervengono subito, no: si limitano a sorridere in silenzio, consapevoli che ogni bambino deve sbucciarsi le ginocchia per capire come si sta in piedi. Dall'altro lato, sono spettatori neutrali, osservatori scientifici dall'approccio distaccato, un po' come antropologi stellari che prendono appunti su ogni nostro errore, su ogni nostro successo, e chissà, forse lo archiviano in un grande manuale cosmico dedicato alle "civiltà che ce l'hanno quasi fatta". E poi ci sono i giudici cosmici, i più temuti, quelli che osservano senza pietà, con un rigore che farebbe impallidire il tribunale degli dei. Non brandiscono spade di fuoco, ma bilance invisibili: pesano la nostra moralità, la nostra intelligenza e la nostra capacità di non autodistruggerci. Sanno aspettare, come solo chi ha visto migliaia di mondi riseppellirsi sotto le proprie rovine può fare. E mentre noi qui, sulla Terra, giochiamo con intelligenza artificiale, guerre e disastri climatici, loro potrebbero essere lì, a discutere in qualche lingua cosmica incomprensibile se questo sia il nostro ultimo atto o solo l'inizio di una scena migliore. Ora, non fraintendetemi... Non è che io voglia vedere il mondo bruciare (non del tutto, almeno). Ma, diciamocelo: non stiamo andando proprio alla grande. Intelligenza artificiale, computer quantistico, cambiamenti climatici, disuguaglianze crescenti... Sembra che ci stiamo avvicinando a un punto di rottura. Un reset globale non è poi un'idea così folle: una crisi che spazzi via le vecchie strutture, per lasciar spazio a qualcosa di nuovo. Come una fenice che rinasce dalle sue ceneri, o - se vogliamo restare nell'ambito alieno - come una civiltà che si "riavvia" sotto la supervisione dei guardiani. Forse questi cicli di collasso non sono accidentali, ma orchestrati. Un esperimento cosmico: si costruisce, si osserva, si lascia fallire e si riprova. E noi? Siamo solo pedine, puntini minuscoli che cadono in buchi neri metaforici. La storia delle civiltà segue un ciclo inquietante: nascita, sviluppo, apice e, infine, declino. Spesso il collasso è figlio della crescita incontrollata, che consuma risorse oltre ogni limite. Gli imperi prosciugano fiumi e abbattono foreste, credendo che la natura sia un pozzo senza fondo. Ma ogni pozzo ha il suo limite. Le società spesso crollano sotto il peso delle disuguaglianze interne: la distanza tra chi ha tutto e chi non ha nulla diventa insostenibile. L’ordine sociale si incrina, le fondamenta cedono e ciò che sembrava solido si sgretola. Non furono solo i barbari a spezzare l’Impero Romano, ma un sistema divenuto insostenibile anche dall'interno. Il ruolo della natura è implacabile. Il clima cambia, e civiltà un tempo fiorenti si ritrovano in deserti aridi e senza fiumi. La misteriosa civiltà della Valle dell'Indo ne è un esempio: cancellata da mutamenti climatici così drastici da lasciare dietro di sé solo rovine. Infine, c'è la questione della complessità. Le civiltà, crescendo, diventano sempre più complesse e fragili, come un orologio perfetto che si blocca al minimo guasto. Quando un ingranaggio si rompe, tutto si ferma e crolla, come un edificio su fondamenta troppo fragili. Eppure, ogni collasso ha un risvolto nascosto. Quella che appare come una fine, spesso è solo l'inizio di qualcosa di nuovo. Dalle rovine emergono nuove idee, nuove culture, nuovi modi di vivere. Il Medioevo, spesso visto come un periodo oscuro, è stato il ponte che ha portato al Rinascimento. Le crisi spingono l'umanità a ripensare se stessa, a reinventarsi. E se i guardiani fossero lì, in silenzio, ad aspettare questo momento? Forse il collasso è solo un passaggio necessario per farci crescere. Che ci crediate o no, l'idea che gli alieni possano essere qui - guide, spettatori o giudici - è meno assurda di quanto sembri. Basta guardare il mondo, le piramidi, i sogni e i collassi ciclici della storia. Forse siamo davvero vicini al reset globale. L’aria stessa sembra pregna di una tensione sotterranea, come se l’universo trattenesse il fiato. Forse stanno per rivelarsi. Me li immagino comparire all’improvviso, non con luci accecanti o discorsi epici, ma con una presenza calma, quasi familiare, come se fossero stati qui da sempre. Il loro arrivo non segnerebbe una vittoria né una resa, ma un incontro: uno scambio di sguardi carico di significati, troppo profondi per essere espressi a parole. E se un giorno li incontrerò davvero, saprò cosa dire: “Ci avete messo un po', ma vi stavo aspettando.” Non sarebbe un saluto formale, ma piuttosto una constatazione intima, come rivedere un vecchio amico. Li guarderei negli occhi – se di occhi si tratta – e cercherei in loro la risposta a tutte le domande che da sempre mi tormentano. Da dove veniamo? Perché siamo qui? E, soprattutto, cosa ci attende dopo? Magari sorriderebbero, un sorriso che non ha bisogno di labbra, e con un gesto o un silenzio farebbero capire che le risposte sono sempre state dentro di noi. Forse non sarebbero lì per giudicarci, ma per aiutarci a vedere ciò che abbiamo ignorato troppo a lungo. Immagino che non sarebbero sorpresi dalla nostra confusione, dai nostri tentativi di capire. Ci accetterebbero per quello che siamo: una specie ancora in evoluzione, ancora imperfetta. E nel loro sguardo troveremmo un misto di pazienza e fiducia, come se avessero sempre saputo che questo momento sarebbe arrivato. Forse il reset globale non è altro che una rinascita, e il loro arrivo, un atto di semplice presenza: la scintilla che ci invita a ricominciare.
- La giungla dei gruppi WhatsApp
I gruppi WhatsApp sono come quelle riunioni a cui nessuno vorrebbe davvero partecipare, ma che finiscono per essere inevitabili. Ogni notifica è un richiamo al caos, un invito a immergersi in un microcosmo dove le regole non scritte della convivenza sociale incontrano la tecnologia. E non importa quale sia il tema – scuola, lavoro o famiglia – il risultato è sempre lo stesso: un mix di drammi, fraintendimenti, e improbabili momenti di comicità involontaria. Questo articolo è decisamente più lungo del solito. Sì, proprio come quei vocali epici che iniziano con " Ciao, volevo dirti solo una cosa… " e finiscono con una cronaca dettagliata degli ultimi sette giorni. Ma fidati, c’è un motivo per cui ogni sezione si prende il suo tempo: esplorare con ironia il perché queste chat collettive ci irritano, ci divertono e, in fondo, ci rappresentano. Quindi, mettiti comodo e goditi questa lunga immersione nelle dinamiche assurde ma incredibilmente familiari dei gruppi WhatsApp. Che tu sia un Admin disperato, un Polemico cronico o il Fantasma che non risponde mai, troverai sicuramente un po’ di te stesso in queste righe. Perché i gruppi WhatsApp non sono solo un mezzo di comunicazione: sono lo specchio del nostro desiderio di connetterci… e del caos che portiamo con noi ogni volta che lo facciamo. Buona lettura (e ricordati di silenziare le notifiche). 😉 La società digitale in miniatura Benvenuti nel regno di WhatsApp, dove il caos regna sovrano, l'ironia è una forma di sopravvivenza, e ogni notifica è un piccolo frammento della nostra modernità. Non importa che tu sia un genitore alle prese con il gruppo delle mamme di scuola, o un lavoratore sommerso dalle notifiche del team: i gruppi WhatsApp sono ovunque e sono diventati un ecosistema a sé stante. Non li cerchiamo, ma ci trovano. Non li amiamo, ma non possiamo abbandonarli. C’è qualcosa di profondamente affascinante nel caos di queste chat di gruppo. Ogni notifica rappresenta una finestra aperta sul microcosmo delle nostre vite: dalle polemiche sul regalo di fine anno per le maestre, alle battute fuori luogo durante una riunione virtuale, fino agli immancabili meme condivisi nei momenti meno opportuni. Sono caotici, irritanti, spesso ridondanti, ma sono anche il collante invisibile che tiene insieme pezzi disparati della nostra quotidianità. Eppure, sono molto più che semplici strumenti di comunicazione. Sono un riflesso del nostro modo di essere: la nostra tendenza a formare comunità, il bisogno di farci sentire, la paura di restare fuori dal giro. Ogni gruppo è una piccola società, con i suoi leader, i suoi ribelli e i suoi spettatori silenziosi. Ogni messaggio non letto è una finestra sull’umanità con le sue complessità e, diciamocelo, le sue inevitabili contraddizioni. Ma perché i gruppi ci provocano emozioni così forti? WhatsApp non è solo un’app: è un microcosmo, con le sue regole (non scritte), le sue dinamiche (spesso folli) e i suoi protagonisti (irrinunciabili). Una versione in miniatura del mondo reale. Le dinamiche che vediamo al loro interno, dai conflitti alle alleanze, dagli entusiasmi condivisi ai silenzi imbarazzanti, sono le stesse che governano le nostre interazioni quotidiane, amplificate e velocizzate dalla magia (o maledizione) del digitale. Sezione 1. Le origini del caos C’era una volta un’idea geniale: un gruppo WhatsApp per semplificare la vita. L’obiettivo era nobile, quasi utopico. “Creiamo una chat per coordinare tutto,” diceva qualcuno con tono entusiasta, senza immaginare che stava innescando una spirale di notifiche, polemiche e malintesi. Sì, perché i gruppi WhatsApp non nascono dal caso: sono il prodotto del nostro eterno ottimismo e della nostra profonda incapacità di prevedere le conseguenze. Nascono sempre nello stesso modo: con le migliori intenzioni. Una frase, apparentemente innocua, segna il punto di non ritorno... La promessa eterna. La grande bugia. Perché quel gruppo, destinato sulla carta a "facilitare" la comunicazione, diventerà presto un luogo dove tutto sarà detto, tranne ciò che serve davvero. L’iniziale entusiasmo si scontra velocemente con la realtà: messaggi duplicati, richieste assurde e meme completamente fuori contesto. In teoria, ogni gruppo nasce per uno scopo preciso: coordinare eventi (leggasi: polemizzare sulle date); scambiare informazioni (leggasi: condividere foto varie); semplificare la comunicazione (leggasi: generare caos strutturato). In pratica, però, i gruppi WhatsApp sono un contenitore senza fondo dove le intenzioni originali vengono diluite nel chiacchiericcio virtuale. Dopo pochi giorni, il gruppo diventa una macchina autonoma, alimentata da emoticon, messaggi vocali incomprensibili e interminabili discussioni su argomenti di dubbia rilevanza. All’inizio, l’Admin, quella figura mitologica che si prende la responsabilità di creare il gruppo, tenta di stabilire delle regole. La più comune? "Evitiamo polemiche inutili." Ma la dura verità è che queste regole non funzionano mai. Il gruppo prende vita propria e inizia a seguire leggi completamente imprevedibili. Qualcuno chiede un’informazione pratica? Aspettati almeno dieci risposte fuori argomento. Si decide una data per un incontro? Un terzo delle persone non l’ha vista, un altro terzo la contesta e il resto si limita a inviare "👍". L’Admin cerca di riportare ordine? Visualizzato alle 14:37. Nessuna risposta. Il punto è che i gruppi WhatsApp non sono fatti per l’ordine. Sono un’entropia digitale che riflette la nostra incapacità di gestire la semplicità. Perché, diciamocelo, se avessimo voluto solo informazioni utili, avremmo potuto mandarci un’e-mail o, addirittura, parlare dal vivo. Ma no. Vogliamo il brivido della notifica continua, il dramma passivo-aggressivo delle conversazioni e, soprattutto, il piacere di lamentarci del caos che noi stessi abbiamo contribuito a creare. Sezione 2. Tipologie di gruppi Se c’è un gruppo che incarna la perfetta fusione tra logistica e tensione emotiva, è quello delle mamme di classe. Caratteristiche? Dramma, polemica e organizzazione. Nato con l’idea apparentemente innocente di “coordinare le attività scolastiche”, il gruppo si trasforma rapidamente in un’arena di dibattiti epocali. Ogni conversazione diventa una sottile lotta per il predominio sociale, mascherata da "buone intenzioni". Le discussioni nascono quasi sempre da un pretesto banale, ma prendono rapidamente una piega drammatica. Le discussioni nascono quasi sempre da un pretesto banale, ma prendono rapidamente una piega drammatica. Prendiamo, ad esempio, il classico tema della merenda: Admin: "Ricordate di mandare la merenda sana per domani!" Mamma 1: "Io porto i muffin fatti in casa!" Mamma 2: "Scusate, ma non era meglio frutta fresca? I muffin sono pieni di zucchero." Mamma 3: "Io non ho tempo, compro qualcosa al supermercato." Mamma 4: "Comprato? Non è meglio prepararlo? I bambini meritano il meglio." Admin: "Ok, portate quello che volete." Ogni discussione è un campo di battaglia tra chi vuole primeggiare come madre perfetta e chi, con un occhio all’orologio, si limita a sopravvivere. Tra biscotti fatti in casa e merende bio, il gruppo si popola di commenti che rivelano molto più delle preferenze culinarie: emergono rivalità sotterranee, differenze di valori e, soprattutto, una competizione mai dichiarata apertamente. E guai a non partecipare ai sondaggi: vieni automaticamente etichettato come quella che non partecipa. Non importa se hai appena affrontato una settimana infernale al lavoro o se hai dimenticato il messaggio: l’assenza dalla lista dei contributi sarà ricordata per anni. Le mamme di classe rappresentano un microcosmo complesso, un concentrato di dinamiche di potere, strategie di sopravvivenza e competizione degna di un reality show. La figura della mamma organizzata domina inizialmente il gruppo: quella che crea il documento Excel per raccogliere i contributi, redige calendari per le feste e propone il regalo più originale per le maestre. Ma attenzione: dietro ogni gesto apparentemente altruistico si nasconde un sottile sottotesto competitivo. La battaglia non si combatte con le parole, ma con le azioni: chi prepara i biscotti fatti in casa (rigorosamente senza zucchero), chi ricama i costumi per la recita di Natale, chi prenota il catering biologico per la merenda di fine anno. Ogni contributo è un biglietto da visita sociale, un modo per dimostrare di essere non solo una buona madre, ma la migliore. Dietro le quinte, però, c’è un’altra categoria di mamme: la maggioranza silenziosa. Queste donne hanno un unico obiettivo: passare inosservate. Silenziose ma attente, sopravvivono facendo il minimo indispensabile. Partecipano alle discussioni solo quando strettamente necessario e, soprattutto, evitano con ogni mezzo la nomina a rappresentante di classe. Quella è una carica che nessuno desidera, ma che tutti sono pronti a criticare una volta assegnata. In fondo, il gruppo delle mamme di classe è una perfetta rappresentazione della società in miniatura: ci sono i leader, gli spettatori e i critici. E, mentre il caos regna sovrano, tutti continuano a partecipare. Perché, nonostante tutto, questo gruppo è il filo invisibile che tiene insieme il microcosmo scolastico. Se il gruppo delle mamme di classe è una competizione velata da buone intenzioni, il gruppo di lavoro è la versione corporate del caos organizzato. Qui, il linguaggio cambia: dai muffin fatti in casa si passa a e-mail non lette, dalle polemiche sui costumi scolastici a quelle sulle scadenze. Ma la sostanza rimane la stessa: ogni messaggio è un’occasione per dimostrare efficienza (o difendersi da accuse implicite), mentre l’atmosfera di tensione latente rende ogni conversazione un gioco di equilibri sottilissimi. Benvenuti, dunque, nel microcosmo aziendale, dove il formalismo esasperato e le battute maldestre convivono in un precario equilibrio. Caratteristica? Dalla diplomazia al caos in pochi messaggi. Il gruppo di lavoro è un terreno pericoloso, dove ogni messaggio può essere interpretato come una dichiarazione di guerra o, peggio ancora, un tentativo di accaparrarsi meriti. Qui, il tono formale si alterna a battute maldestre, creando un’atmosfera di tensione sottile ma costante. La dinamica chiave di questo gruppo è la diplomazia passivo-aggressiva. Il manager zelante invia promemoria alle 7 del mattino, mentre il collega anarchico ignora deliberatamente ogni richiesta. Poi c’è l’inevitabile collega logorroico, che riesce a trasformare una semplice domanda su una scadenza in una lezione di economia aziendale. Manager (alle 18:45): "Ragazzi, mi serve un documento completo su questo progetto per domani mattina. È urgente. 💪" Collega 1: "Ricevuto! Lo preparo io. 🏆" Collega 2: "Scusate, ma non dovevamo fare questo la settimana prossima? 🤔" Collega 3: "Posso lavorarci stanotte, ma mi serve il file Excel aggiornato. Lo avete?" Collega 4: "Ehm, quale progetto? Non trovo nulla tra le mail." Manager (alle 22:30): "Qualcuno mi manda un aggiornamento prima di domani? Grazie! 👍" Questo gruppo è l’incarnazione del "panic mode": un vortice di messaggi che, invece di risolvere il problema, aggiungono confusione. E tra un’emoji di incoraggiamento e l’immancabile " 🔝 " (che può significare tutto e niente), il documento richiesto arriva sempre all’ultimo secondo… spesso sbagliato. Se nel gruppo di lavoro il caos nasce da deadline impossibili e comunicazioni confuse, nel gruppo della famiglia il disordine è ancora più sfacciato. Qui non ci sono scadenze, ma c’è una regola implicita: ogni messaggio, per quanto innocente, può scatenare una polemica degna di una saga familiare. Passiamo quindi dal formalismo forzato del contesto aziendale all’informalità assoluta del regno domestico, dove le emoticon non sono più strumenti di diplomazia, ma veri e propri linguaggi segreti. Benvenuti nel gruppo della famiglia: un miscuglio di auguri interminabili, notizie dubbie e discussioni infinite Caratteristiche? Una e sola: il luogo digitale in cui ove ogni messaggio può trasformarsi in una guerra civile. Il gruppo della famiglia è un campo di battaglia intergenerazionale, dove ogni messaggio è una miccia pronta ad accendere conflitti che risalgono alla notte dei tempi. È qui che gli equilibri precari tra si svelano in tutta la loro complessità. Ci sono gli anziani della famiglia, che considerano WhatsApp un megafono per diffondere fake news e catene di preghiere. "Inoltra questo messaggio a 10 persone o la sfortuna ti perseguiterà!" è un classico. Poi ci sono i giovani, che leggono tutto ma rispondono con monosillabi, se rispondono. E infine, c’è la mamma, il collante emotivo che cerca disperatamente di mantenere la pace. Le dinamiche familiari si riflettono in ogni interazione. Un messaggio innocuo come "Ciao a tutti, chi viene a pranzo domenica?" può scatenare una tempesta di accuse, rivendicazioni e risposte vaghe. Figlia 1: "Buongiorno a tutti! 💕" Nonna: "Avete letto questa notizia su WhatsApp? Stanno vietando il Natale! 😱" Figlio: "Mamma, quella è una fake news." Papà: "Scusate, ma perché non parlate di cose utili?" Figlia 2: "Chi viene domenica a pranzo? Rispondete, per favore!" (Dieci messaggi dopo) Figlia 2: "Allora, chi viene a pranzo?" Tentativo di coordinamento: destinato a fallire. E se mai qualcuno osa abbandonare il gruppo? Preparati a essere interrogato a vita sul perché. Ogni gruppo WhatsApp rappresenta una finestra unica su diversi aspetti della nostra vita: la competizione sociale, le dinamiche lavorative, la difficoltà di conciliare impegni, e il caos delle relazioni familiari. Eppure, in qualche modo, continuiamo a restare in questi gruppi. Forse perché, alla fine, ci offrono quello di cui tutti abbiamo bisogno: un piccolo angolo di appartenenza, anche nel caos. Sezione 3. I personaggi universali Ogni gruppo WhatsApp, indipendentemente dal tema o dalla composizione, è popolato da figure che sembrano seguire uno schema predefinito. È quasi come se ci fosse un manuale invisibile che assegna ruoli specifici a ogni partecipante. Ecco, dunque, i personaggi universali che rendono un gruppo WhatsApp unico… o forse incredibilmente prevedibile. L’ Admin disperato - archetipo sociologico: leader tragico, che nonostante il potere nominale, è completamente impotente di fronte alla massa anarchica. ovvero il custode del gruppo. Non è solo il creatore della chat, ma anche il suo primo martire. All’inizio, tenta con entusiasmo di mantenere ordine e disciplina, stabilendo regole chiare: "Solo messaggi utili, per favore!" Purtroppo, l’entusiasmo dura poco. L’Admin scopre presto che nessuno rispetta le regole e che ogni intervento per riportare ordine viene ignorato o, peggio, deriso. Alla fine, si limita a osservare il caos con rassegnazione, intervenendo solo in casi estremi. Il polemico professionista - archetipo sociologico: critico senza causa, che rappresenta il bisogno umano di distinguersi attraverso il dissenso, anche quando non è necessario. Ovunque ci sia un gruppo, ci sarà sempre qualcuno pronto a sollevare questioni. Il Polemico non perde occasione per contestare ogni decisione o proposta, anche quando sarebbe più semplice accettarla. Una scadenza fissata? Troppo presto. Una merenda proposta? Troppo calorica. Una partita programmata? L’orario è sbagliato. Il Polemico non è necessariamente malintenzionato, ma il suo bisogno di puntualizzare lo rende una presenza costante e… un po’ snervante. Il fantasma invisibile - archetipo sociologico: osservatore passivo, simboleggiando chi, nella società, preferisce guardare piuttosto che partecipare. Il Fantasma legge tutto (o forse no), ma non interviene mai. Tutti sanno essere nel gruppo, ma di cui nessuno ha mai visto un messaggio. Quando finalmente invia un messaggio, dopo mesi di silenzio, il gruppo intero si ferma per l’evento straordinario. Di solito, il Fantasma è tollerato perché non crea problemi, ma il suo silenzio genera sempre un alone di mistero. È lì per interesse? Per obbligo? Nessuno lo sa. Il logorroico energico - archetipo sociologico: il narratore. Rappresenta il bisogno umano di essere ascoltati… anche quando nessuno sta ascoltando davvero. Se c’è una questione da discutere, lui sarà il primo a rispondere. E a scrivere. E a scrivere ancora. Ogni messaggio è lungo almeno tre paragrafi, con dettagli che nessuno aveva richiesto. Il Logorroico ha un’opinione su tutto e ama condividerla, spesso con uno stile pomposo e qualche emoticon di troppo. Non è necessariamente sgradevole, ma i suoi messaggi sono l’equivalente digitale di un monologo teatrale. Il Social Media Manager (non richiesto) - archetipo sociologico: l’intrattenitore, che simboleggia il bisogno di catturare l’attenzione a ogni costo. è quella figura che si sente in dovere di arricchire ogni conversazione con meme, GIF e link a notizie (spesso dubbie). Ogni messaggio è corredato da almeno due emoji e una GIF animata. La sua missione non è contribuire alla discussione, ma "alleggerire l’atmosfera". Il problema? Nessuno gli ha chiesto di farlo, e spesso i suoi interventi finiscono per deviare completamente il tema della conversazione. Il Confuso Cronico - archetipo sociologico: confuso perenne. Rappresenta coloro che, nella società, si perdono nei dettagli e si affidano agli altri per la sopravvivenza. Incarna il bisogno umano di sentirsi guidati . Questo personaggio è una costante in ogni gruppo: non importa quanto chiara sia la comunicazione, lui non capisce mai niente. Ogni messaggio lo lascia perplesso, generando una catena di domande che sembrano sfidare le leggi della logica. Tipicamente, è quello che, dopo aver letto (forse) l’intera conversazione, arriva con un: "Scusate, ma cosa dobbiamo fare esattamente?" Oppure, ancora peggio, fa domande che hanno già avuto risposta almeno cinque messaggi prima. Ma la sua vera arma segreta è il messaggio privato all’Admin o a un altro partecipante più attivo. "Ciao, scusa il disturbo... ma cosa dobbiamo fare per il progetto/domani/la merenda?" È come se usasse il gruppo solo per prendere appunti mentali, salvo poi cercare chiarimenti altrove. Questi personaggi sono più di semplici ruoli in una chat: sono lo specchio della società e delle sue dinamiche. Ognuno rappresenta un frammento delle nostre interazioni quotidiane, amplificate e distillate in questo microcosmo digitale. Nei gruppi WhatsApp, il vero protagonista non è il tema della conversazione, ma l’incessante bisogno umano di partecipare, primeggiare, lamentarsi o, semplicemente, capire cosa sta succedendo. Forse, è proprio questo intreccio di ruoli e archetipi che rende questi gruppi così caotici… e così irresistibili. Sezione 4 - Psicologia del gruppo I gruppi WhatsApp sono un fenomeno affascinante, non solo per ciò che fanno, ma per l’effetto che hanno su di noi. Ci irritano, ci fanno perdere tempo e ci mettono sotto pressione, eppure non riusciamo a lasciarli. La loro esistenza solleva domande profonde sul nostro bisogno di connessione, appartenenza e, paradossalmente, di caos. La verità è che i gruppi WhatsApp combinano il peggio delle dinamiche sociali con la pervasività della tecnologia. Sono rumorosi, invadenti e spesso inutili, ma al tempo stesso soddisfano un bisogno primordiale: sentirsi parte di una comunità. La nostra irritazione nasce dal loro incessante richiamo. Ogni notifica è una piccola interruzione che reclama attenzione, anche quando non vorremmo darla. Eppure, nonostante il fastidio, lasciarli è un atto quasi impossibile. Perché? La risposta è più complessa di quanto sembri. Prima di tutto, c’è la FOMO, la famosa “Fear of Missing Out”; l’idea di essere tagliati fuori da qualcosa, anche solo dall’ultima GIF esilarante o dal meme del giorno, ci spaventa più di quanto siamo disposti ad ammettere. Anche quando il gruppo è pieno di messaggi inutili, una vocina interiore ci trattiene: “E se mi perdessi qualcosa di importante?” Poi c’è il senso del dovere, quella sensazione che ci fa credere che, restando nel gruppo, stiamo facendo la cosa giusta. Anche se ci infastidisce, ci diciamo: “E se qualcuno avesse bisogno di me?” La maggior parte delle volte, nessuno ha bisogno di noi, ma l’idea di essere indisponibili in un momento cruciale ci fa restare incollati a quella chat. E infine, c’è la paura del giudizio. Uscire da un gruppo senza spiegazioni è come alzarsi da una tavola imbandita nel bel mezzo della cena e andarsene senza salutare. È un gesto percepito come brusco, quasi offensivo, che rischia di attirare domande imbarazzanti: “Perché hai lasciato il gruppo? Ti abbiamo fatto qualcosa?” Nessuno vuole essere il protagonista di una conversazione velatamente ostile che si trascina per giorni. Alla fine, preferiamo sopportare in silenzio il rumore delle notifiche, consapevoli che, nel bene e nel male, restare nel gruppo ci fa sentire ancora parte di qualcosa. Ma se la pressione di restare è forte, quella di rispondere ai messaggi è ancora più subdola. Ed è qui che entrano in gioco le spunte blu, quelle due linee digitali che, con la loro semplicità, riescono a trasformare una conversazione banale in una fonte di ansia e aspettative. Dovrebbero essere innocui indicatori di lettura, ma che nella pratica si trasformano in occhi giudicanti, sempre vigili, pronti a ricordarci che qualcuno sta aspettando la nostra risposta. Ci osservano e ci mettono sotto pressione, come un timer invisibile che parte non appena leggiamo un messaggio. La dinamica è perversa. Se non rispondi subito, sei maleducato, distratto o, peggio ancora, stai ignorando di proposito. Ma se rispondi troppo in fretta, sembri disperato, sempre appeso al telefono, quasi ossessivo. Il risultato? Un campo minato sociale in cui ogni secondo di attesa è carico di tensione. Una volta letti quei messaggi, si instaura una sorta di conto alla rovescia mentale. Quanto tempo è accettabile aspettare prima di rispondere? Troppo poco, e sembri appiccicoso. Troppo, e rischi di offendere. Nel frattempo, se sei tu ad aspettare, la mente parte per la tangente. “Ha letto, ma non risponde… perché? Mi sta ignorando? Forse ho scritto qualcosa di sbagliato?” Il film mentale prende il sopravvento, e ci ritroviamo a scrutare lo schermo, sperando di vedere apparire il magico "sta scrivendo…" . Ma la vera arma letale del doppio spunta blu è nelle mani di chi sa usarlo come strumento di controllo. Ci sono quelli che leggono e non rispondono apposta. Un gesto apparentemente innocuo, ma che in realtà è carico di potere. È come dire: “So che mi hai scritto, ma decido io quando (e se) risponderti.” È un gioco di forza sottile, quasi impercettibile, che aggiunge un ulteriore livello di complessità alle dinamiche sociali. WhatsApp ci ha trasformati in detective della comunicazione, sempre intenti a decifrare il significato di pause, spunte e quel "sta scrivendo…" che compare per poi sparire, lasciandoci ancora più confusi. In fondo, il doppio spunta blu non è solo un indicatore di lettura: è un simbolo del nostro bisogno di connessione e delle ansie che ne derivano. Un piccolo dettaglio digitale che, nel suo silenzio, dice tutto. E poi ci sono quelli con la privacy attiva, i veri maestri del mistero digitale. Non saprai mai se hanno letto o no il tuo messaggio, e questa incertezza diventa ancora più destabilizzante. È come se si muovessero in una zona d’ombra, lasciando gli altri nell'indovinare il significato di un silenzio che potrebbe essere intenzionale o semplicemente disattento. WhatsApp ci ha trasformati in detective della comunicazione, intenti a decifrare il significato delle pause, delle spunte e del "sta scrivendo…" che appare e scompare. Non importa quanto ci sforziamo di seguire le regole implicite: il caos troverà sempre il modo di insinuarsi. E allora, se non possiamo vincere, tanto vale giocare con ironia. L’arte di sopravvivere nei gruppi WhatsApp non sta nel tentativo di controllarli (missione destinata al fallimento), ma nel trovare strategie creative per gestire il bombardamento di notifiche e aspettative. Silenziare le notifiche diventa un atto di ribellione privata, un piccolo lusso che ci concediamo per evitare di essere trascinati nel vortice della conversazione. Perché prendersela troppo? Tra un meme fuori contesto e un dramma inutile, la capacità di riderci su è il nostro salvavita emotivo. E infine, la partecipazione selettiva è la nostra versione moderna dell’invisibilità: un messaggio ben piazzato, magari condito da un’emoji strategica, può bastare per mantenere il nostro posto nel gruppo senza esserne travolti. In fondo, i gruppi WhatsApp non sono molto diversi da un condominio rumoroso: non possiamo eliminarli, ma possiamo imparare a convivere con il vicino che lascia la tv accesa a tutto volume e il caos che dilaga senza preavviso. E, con un po’ di ironia e qualche strategia, possiamo persino trovare il modo di sorridere mentre scorriamo la chat piena di messaggi che non avremmo mai voluto leggere. Sezione 5 - Antropologia digitale Se un antropologo del futuro dovesse studiare i nostri tempi, non avrebbe bisogno di scavi archeologici o pergamene: basterebbero le chat di gruppo per capire chi siamo, cosa vogliamo e, soprattutto, quanto caos siamo disposti a tollerare pur di sentirci connessi. Sono dinamiche antiche, le stesse che troviamo nei villaggi tribali o nei consigli di amministrazione, solo trasportate nel digitale. Nei gruppi WhatsApp si riflette il nostro bisogno di comunità: la chat non è solo un luogo dove si organizzano attività o si condividono notizie, ma una rete che ci fa sentire meno soli. È la piazza virtuale, dove chiunque può intervenire, spesso senza filtri, e dove le dinamiche di gruppo rivelano i tratti più autentici (e meno lusinghieri) della nostra personalità. E poi c’è la spinta alla partecipazione. Come nella vita, il silenzio è un rischio. Non intervenire significa, talvolta, essere dimenticati, esclusi o fraintesi. È la stessa logica sociale che ci porta a commentare, condividere o mettere un "like" sui social: il bisogno di far parte del flusso, di lasciare un segno, anche piccolo. Ciò che li rende davvero unici è la trasformazione del modo in cui comunichiamo. Se un tempo il messaggio era diretto, chiaro e personale, oggi è diventato frammentato, visivo e spesso universale. I meme, le GIF e le emoji hanno preso il posto delle parole, creando un linguaggio nuovo, sintetico ma potentissimo. Un meme può comunicare ironia, critica o empatia con un’efficacia che poche frasi potrebbero eguagliare. È una forma di comunicazione universale che trascende le barriere linguistiche: un gatto esasperato o una faccia perplessa trasmettono emozioni che tutti possono comprendere, indipendentemente dalla cultura o dal contesto. Ma attenzione, perché dietro l'apparente leggerezza di un meme o di un'emoji si nasconde una sottile fonte di stress. Scegliere il meme giusto diventa una piccola prova di abilità sociale. In un gruppo, il meme sbagliato, troppo ironico, troppo fuori contesto o troppo vecchio, può trasformarti in bersaglio di commenti sarcastici. Anche l’emoji, per quanto semplice, non è priva di insidie. Un pollice in su può sembrare brusco, un cuoricino troppo affettuoso, una faccina che ride inappropriata. E guai a inviare la faccina sbagliata nella chat del lavoro o con il gruppo delle mamme! In pochi secondi, quella semplice immagine può scatenare fraintendimenti che richiedono giorni per essere chiariti. Non stiamo semplicemente comunicando: stiamo cercando di navigare un campo minato sociale, dove ogni scelta visiva è un messaggio implicito. Quindi una perfetta rappresentazione della nostra società? Si ma in digitale: un luogo dove si mescolano l’urgenza di comunicare, il bisogno di essere compresi e la volontà di semplificare ogni cosa. Un’arena, caotica ma incredibilmente affascinante, dove i vecchi schemi sociali incontrano le nuove tecnologie. Un salotto virtuale, dove non ci limitiamo a parlare: esistiamo. Attraverso meme, emoji e messaggi vocali (lunghissimi), affermiamo il nostro ruolo nel gruppo e, indirettamente, nella società. E anche se questo linguaggio può sembrare superficiale, nasconde un significato più profondo: il desiderio, mai sopito, di essere ascoltati, compresi e accettati. Forse i gruppi WhatsApp non sono solo uno specchio della nostra società, ma anche un promemoria: per quanto le tecnologie evolvano, le dinamiche umane restano sempre le stesse. Ed è proprio questo mix di tradizione e innovazione che li rende irresistibili… e a volte insopportabili. Sezione 6 - WhatsApp come specchio Alla fine di questo viaggio nell’universo dei gruppi WhatsApp, una cosa è chiara: non sono solo chat. Sono un riflesso, spesso distorto ma incredibilmente accurato, di chi siamo e di come ci rapportiamo agli altri. Attraverso notifiche incessanti, meme inappropriati e polemiche inutili, WhatsApp ci mostra qualcosa di fondamentale: la nostra capacità, ma anche la nostra difficoltà, di connetterci e collaborare in un mondo sempre più digitale. Ogni gruppo è un microcosmo che amplifica le dinamiche umane: la voglia di essere ascoltati, il bisogno di approvazione, il terrore di essere esclusi. E, come nella vita reale, anche qui le interazioni sono piene di sfumature: dalla gioia di una risposta rapida alla frustrazione per i messaggi ignorati, dalla solidarietà nei momenti di caos all’inevitabile dramma delle incomprensioni. WhatsApp ci mette di fronte a noi stessi, senza filtri. Ci ricorda che, per quanto sofisticate siano le tecnologie che usiamo, restiamo esseri umani imperfetti, spesso caotici, sempre in cerca di connessione. E, paradossalmente, è proprio questa imperfezione a renderci così affascinanti. In fondo, i gruppi WhatsApp non sono solo un mezzo per comunicare: sono il luogo dove testiamo i nostri limiti di pazienza, tolleranza e creatività. Ci insegnano a ridere di noi stessi, a trovare soluzioni (anche se improbabili) e, soprattutto, a convivere con il caos. Perché, nel bene e nel male, è proprio questo caos che ci rende vivi e, in un certo senso, uniti. Bene! Se sei arrivato fin qui, congratulazioni: hai appena letto un articolo lungo quasi quanto un vocale di WhatsApp di cinque minuti. Sì, uno di quelli che inizi pensando “Va bene, lo ascolto al volo” e poi ti ritrovi a metà, perso nei meandri del racconto di un’intera giornata, chiedendoti se finirà mai. Ma, d’altronde, come i vocali interminabili, questo articolo ha uno scopo: dire tutto quello che non poteva essere sintetizzato in un semplice messaggio. Perché, proprio come nei gruppi WhatsApp, a volte il caos merita di essere esplorato fino in fondo. E se sei riuscito a resistere alle notifiche della tua chat di famiglia per leggere queste righe, beh, hai già dimostrato di essere un vero sopravvissuto del digitale.
- La grande menzogna
Qualche giorno fa, mentre scorrevo Instagram, mi sono imbattuta in un video che mi ha fermato il dito a metà swipe. Era un frammento di un vecchio dibattito tra Paolo Bonolis e Alessandro Cecchi Paone. Parlava di “Ciao Darwin”, quella trasmissione apparentemente leggera, fatta di risate, sfide improbabili e contrapposizioni assurde, ma che, a detta dello stesso Bonolis, aveva un messaggio molto più profondo: mostrarci quanto sia stupido il bisogno di creare divisioni. In quel video, Bonolis affrontava un tema ancora oggi bruciante: il modo in cui la società ci spinge a vedere "l'altro" come una minaccia, come qualcosa da temere o da combattere. Che sia una cultura diversa, un’ideologia opposta o semplicemente uno stile di vita alternativo, tutto viene confezionato in modo da sembrare pericoloso. Perché? Per tenerci spaventati. E la paura, si sa, rende più docili. Ho pensato a lungo a quelle parole, perché, ammettiamolo, suonano spaventosamente familiari. Oggi, più che mai, sembra che il mondo ci inviti a identificarci con una "squadra" e a temere, o addirittura odiare, tutto ciò che non appartiene al nostro gruppo. Ma è davvero così? Siamo davvero così incasinati ed incastrati in un sistema che ci educa a diffidare del diverso per farci applaudire chi tira i fili? Alla fine, mi è sembrato tutto chiaro: è una strategia vecchia quanto l’umanità. Fin da sempre, chi detiene il potere sa che creare un nemico è il modo migliore per unire e controllare. Ma oggi, con i social, questa tattica si è evoluta in qualcosa di più sofisticato e pericoloso. Come dire, la stessa ricetta: divisione, paura, controllo… ma aggiornata alla versione 2.0. Ora ci sono algoritmi che amplificano le nostre paure e bolle di filtro che ci rinchiudono in un universo in cui tutto ciò che non conosciamo diventa automaticamente "altro". Pensiamo all’antica Roma: il concetto di barbarus, ovvero il barbaro, serviva a definire chi non rientrava negli schemi culturali romani. I barbari non erano solo stranieri, erano il caos contrapposto all’ordine, il pericolo che giustificava guerre e conquiste. Questa divisione tra “noi” e “loro” rafforzava l’identità dei romani e legittimava le decisioni dell’élite politica. Passiamo al Medioevo: le crociate sono l’esempio perfetto di come la creazione di un nemico esterno, il “miscredente”, abbia permesso di unire regni frammentati sotto una bandiera comune. Non importava se i regni cristiani litigavano tra loro: il nemico comune, i musulmani, era sufficiente per spingerli a combattere insieme. Anche in epoca moderna, la tecnica non è cambiata. Dai totalitarismi del Novecento, che demonizzavano interi popoli o gruppi etnici, fino alla Guerra Fredda, che ci ha abituato a un mondo diviso tra "il blocco occidentale" e "il blocco orientale". Sempre la stessa storia: identificare un “loro” per consolidare il “noi”. E così ho iniziato a riflettere. Questo ciclo di paura e divisione non è solo un problema teorico o filosofico: ha conseguenze reali. Alimenta tensioni sociali, spegne il dialogo, ci allontana gli uni dagli altri. Ma, soprattutto, ci rende più controllabili. Ecco perché credo che valga la pena indagare su come siamo arrivati a questo punto e, soprattutto, su come possiamo spezzare questo schema. Anche perché, onestamente, l’idea di vivere in un eterno “noi contro loro” non mi entusiasma affatto. I media, da sempre, hanno un potere immenso: raccontano il mondo, ma possono anche distorcerlo. In questo contesto, la paura è una delle emozioni più facili da suscitare e sfruttare. Dai notiziari che enfatizzano solo gli eventi negativi, alle campagne sui social che polarizzano le opinioni, il risultato è sempre lo stesso: mantenerci in uno stato di allerta perenne. Un esempio evidente è la rappresentazione di gruppi minoritari, politici o culturali come "nemici" della nostra sicurezza o dei nostri valori. Non importa se la minaccia è reale o percepita, ciò che conta è l'effetto: un pubblico spaventato è un pubblico facile da influenzare. La paura è un'emozione potentissima. Ci rende vulnerabili, inclini a seguire chi promette soluzioni rapide o ci offre protezione. Ecco perché viene spesso utilizzata come strumento di controllo. Creare nemici e problemi fittizi permette a chi detiene il potere di presentarsi come l'unica soluzione. Questo approccio crea una dinamica di dipendenza, dove le persone rinunciano alla propria autonomia in cambio di una sicurezza che, spesso, è solo illusoria. Un effetto collaterale di questa manipolazione è la polarizzazione: un mondo diviso in "noi" e "loro". Queste divisioni vengono enfatizzate non solo nei media, ma anche nella politica e nella cultura. Il risultato? Comunità frammentate, incapaci di dialogare e di costruire insieme. Quando ci concentriamo su ciò che ci separa, dimentichiamo ciò che ci unisce. È più facile scontrarsi che cercare punti di contatto, ma questa divisione avvantaggia solo chi vuole mantenere lo status quo. E quindi, di fronte a tutto questo caos, che si fa? La buona notizia è che una via d’uscita c’è. La cattiva? Non è una scorciatoia. Servono consapevolezza e un po’ di impegno – sì, proprio quello che spesso preferiamo riservare alle maratone su Netflix. Per cominciare, dobbiamo affinare il nostro "fiuto da detective". Non tutto ciò che ci raccontano va preso per oro colato. Quando leggiamo una notizia o vediamo un post, facciamoci qualche domanda: “Chi lo dice? Perché lo dice? Sta cercando di vendermi qualcosa, magari paura?” Insomma, manteniamo una sana dose di scetticismo: non tutto merita la nostra fiducia incondizionata, neanche se arriva con titoli roboanti o effetti speciali. Poi, c’è il dialogo. Lo so, può essere complicato, soprattutto quando ci troviamo di fronte a idee che sembrano l’opposto delle nostre. Ma ascoltare davvero, senza pregiudizi, è fondamentale. Alla fine, è un po’ come il caffè: ognuno lo preferisce a modo suo...lungo, ristretto, macchiato, ma il piacere di condividerlo rimane lo stesso. Non dobbiamo essere d’accordo su tutto, ma possiamo comunque trovare un punto di incontro, proprio come si fa davanti a una tazzina fumante. E se il diverso ci spaventa, la soluzione non è evitarlo come un esame di matematica. Andiamo incontro a nuove esperienze, conosciamo altre culture, parliamo con chi ha storie diverse dalle nostre. Scopriremo che il mondo è più ricco e interessante di quanto pensassimo. Infine, la paura. Quando arriva, fermiamoci e facciamoci due domande: Ma questa paura è vera? O qualcuno sta cercando di farmela venire? E, soprattutto, chi ci guadagna? Spesso scopriremo che il "mostro sotto il letto" non è altro che un’ombra, amplificata da chi sa bene come sfruttarla. Non sarà facile, certo. Ma è molto meglio che restare intrappolati in un circolo di paure e divisioni. E poi, vuoi mettere la soddisfazione di spegnere il megafono della manipolazione e riprendere il controllo del tuo pensiero? Un piccolo atto di ribellione quotidiana che, piano piano, può cambiare il mondo. Riguardare quel vecchio video di Bonolis mi ha ricordato quanto sia importante non lasciarsi sopraffare dalla paura e dalla divisione. Ognuno di noi può fare la differenza, scegliendo di essere più consapevole e di costruire ponti anziché muri.
- Vi racconto la mia "G"
Creare un logo è un po' come scrivere una storia: ci vuole tempo, attenzione e una buona dose di ispirazione. Non è solo un'immagine carina o un design grafico, è la "faccia" visiva di un lavoro. È un modo per dire chi sono senza usare parole. Deve riuscire a raccontare la mia personalità e il mio stile in un colpo d'occhio. Un logo aiuta a creare un legame speciale, suscitando – spero – la curiosità di scoprire di più. Dare "voce" e rispecchiare la propria individualità attraverso quella parte visiva, che non è mai solo una questione di estetica. Ogni elemento – dai colori ai caratteri, dalle linee alle forme – deve comunicare qualcosa, raccontare una storia. Insomma, qualcosa di semplice: un segno grafico, un simbolo che dovrebbe farmi riconoscere, rendermi "identificabile". La parola "logo" ha origine dal greco antico λόγος (lógos), che significa "parola", "discorso" o "significato". Inizialmente, il termine era usato per indicare una parola o un segno che trasmetteva un concetto, e nel tempo ha evoluto il suo significato per riferirsi a un simbolo grafico che rappresenta un'entità, un'idea o un marchio. Ora, per quanto mi piacerebbe poter dire che ho preso in considerazione tutta l’evoluzione storica del concetto di logo e la sua ascesa alla modernità, ammetto che non è proprio andata così! Mi sono concentrata sulla parte pratica: creare un simbolo che parli subito di me e del mio lavoro, senza farmi troppo prendere dal viaggio filosofico che c'è dietro. Ma hey, sicuramente gli antichi Greci avrebbero approvato, no? Ebbene… Quando ho cominciato a pensare al mio logo, una cosa mi è venuta subito in mente: Lo straordinario mondo di Gumball . Se ci avete mai fatto caso, nel cartone c'è una costante "scomposizione" e "ricomposizione" delle forme: i personaggi sono tutti un po’ strani, disegnati con stili diversi, come se fossero un mix di elementi visivi. Quel caos visivo, quelle sovrapposizioni di forme e colori, sono un po' il cuore del cartone e, in qualche modo, sono stati il punto di partenza. Come nel Mondo di Gumball , dove tutto sembra un po' fuori dagli schemi e pieno di sorprese, anche il mio logo gioca con linee, colori e forme che non seguono regole rigide, ma che insieme raccontano una storia stramba e, forse, un po’ inaspettata; un mix di serio e ironico, profondo e leggero, che riflette il mio modo di affrontare la vita. Un equilibrio tra la ricerca di significato nelle cose e la capacità di non prendersi troppo sul serio, perché è proprio nelle sfumature e nei contrasti che trovo la bellezza del mondo. Così nasce la mia "G", un logo che non è solo un simbolo, ma una mia piccola opera d’arte, un concentrato di ciò che sono. Ma attenzione: non solo estetica. Oh no, questo logo è un viaggio – un concentrato di sarcasmo, critica e introspezione (ovviamente in un formato compatto, non vorrei mai sembrare troppo impegnativa). La vedete quella "G" gigante al centro? Non è lì per caso. Certo, magari un po' di megalomania c'è – ma non è questo il punto, giuro! Questa lettera non è solo l’iniziale del mio nome; è una dichiarazione di identità. Scegliere di rappresentarmi con una "G" stilizzata è come dire al mondo: eccomi, sono io, con tutte le mie contraddizioni, il mio senso critico e, naturalmente, la mia dose di sarcasmo. E non è forse l'ironia il più grande atto di resistenza in questo mondo frenetico? Come scrisse Oscar Wilde, "L'ironia è la libertà." Perché saper giocare con le parole, piegarle e dare loro un doppio significato, è come indossare un’armatura contro le banalità della vita. Un'ironia celata in una semplice lettera, in una forma che a prima vista sembra quasi innocente. Poi ci sono quei cerchi colorati che sembrano occhi – sì, l'avete notato, e non fate finta di nulla! C’è un occhio azzurro, vibrante, e un occhio volutamente lasciato nero, in continuità con le linee che compongono la "G". E no, non è per sembrare sbilanciata! Questi occhi rappresentano la mia visione del mondo: una prospettiva frammentata, critica, sempre in cerca di verità nascoste, di quei dettagli che spesso fanno storcere il naso. I due occhi, uno vivido e uno monocromatico, sono un invito a guardare oltre le apparenze, a interrogarsi su ciò che è evidente e su ciò che rimane nell'ombra. È come se dicessero: "Niente è mai come sembra davvero." Perché chi mi conosce sa che non mi accontento delle prime impressioni, delle risposte facili. La mia visione è duplice, fatta di contrasto tra il chiaro e lo scuro, tra il colore che attira e la linea nera che sfugge. È la mia versione del famoso “vedere il mondo a colori” – dove però, sotto la superficie, rimane sempre un margine di dubbio. Oggi come oggi, chi crede ancora alle apparenze? La superficialità è ovunque, dall’immagine patinata sui social alla facciata di perfetta normalità che tutti cercano di mantenere. Io invece preferisco svelare l'illusione, e questi occhi diversi sono il mio modo di farlo: ricordano che a volte il mondo ha bisogno di essere guardato da un'angolazione un po’ stramba per rivelare ciò che c'è sotto. La linea blu che funge da bocca è volutamente neutra, quasi impassibile. Una smorfia appena accennata, il cenno di vede il mondo per quello che è ma non si lascia sopraffare. E questa bocca sembra dire: "Sì, ho visto tutto, ma evito di commentare... troppo." Ogni logo ha i suoi colori, e anche il mio non fa eccezione. Qualcuno potrebbe dire che il blu rappresenta la calma e la riflessione. Oh, non fraintendetemi: di calma ne ho poca, e di riflessione… beh, quella va e viene, soprattutto quando ci sono pensieri troppo profondi da gestire prima del caffè del mattino. Il blu, però, richiama anche un certo distacco critico, quel mio modo di guardare il mondo con un pizzico di freddezza analitica. Il fucsia, rappresenta la mia apertura al mondo e la sensibilità verso le emozioni, mie e altrui. È un colore che porta con sé un’energia intensa ma diversa dal rosso: anziché esprimere pura passione, il fucsia è la forza dell’empatia, della comprensione, la mia capacità di percepire le sfumature emotive attorno a me. Questo lato si riflette quando scrivo di sentimenti profondi, in equilibrio tra l’autoironia e la consapevolezza che ogni emozione, per quanto intensa, può essere un'opportunità di crescita. E poi c’è l’arancione, sparso qua e là: un po’ di energia e vitalità, come a dire che non prendo mai la vita troppo sul serio. È il colore dell’autoironia, il tocco che dice "sto giocando, ma non troppo." L’arancione rappresenta il mio modo di dire al mondo che, nonostante la profondità e l’intensità dei temi che affronto, c’è sempre spazio per una risata, per un sorriso sornione che smorza la serietà, perché prendersi troppo sul serio è il primo passo per perdere di vista il bello di questa vita imperfetta. Il logo non ha linee dritte, avete notato? Tutto è fluido, sinuoso, come un fiume che si muove senza sosta. E sì, vi assicuro, è fatto apposta. Non esiste una sola identità, e io lo so bene: ogni persona è un viaggio, una trasformazione continua. Non voglio darmi una forma rigida. Chi sono oggi potrebbe non essere la stessa di domani. Niente definizioni strette o etichette, per favore. Al centro c’è una colonna: un elemento solido e verticale che dà struttura, richiamando un senso di stabilità e radicamento. Questa colonna, però, non è un semplice elemento decorativo; è la spina dorsale del mio pensiero, un sostegno costante che sorregge ogni riflessione. È come un pilastro di idee, valori e visioni su cui si poggia il mio modo di vedere il mondo. La colonna si erge al centro come un filo conduttore, un punto fermo in mezzo a linee, curve e colori che creano movimento e dinamismo attorno. È lì a ricordare che, per quanto la mia visione possa essere frammentata e critica, esiste sempre un nucleo forte, un centro stabile che mi permette di affrontare ogni tema — dal più leggero al più complesso — con un punto di vista chiaro e personale. Come la colonna è il pilastro solido che sorregge il mio logo, la parola 'logo' affonda le sue radici nel greco antico, nel logos, che significa parola, discorso, significato. Entrambi sono fondamenta: la colonna, nel logo, fornisce la struttura, mentre il logos conferisce il significato e la profondità dietro ogni parola. Ecco, questo è il mio logo. Alla fine, è un po’ come una poesia: semplice, ma denso di significati nascosti (e qui ogni tanto scappa pure un occhiolino). Un piccolo mondo, un faccino ironico che guarda il mondo con distacco ma senza rinunciare alla profondità. Perché, sì, forse sono un po’ scettica (chi non lo è, dopotutto?), ma alla fine la scrittura rimane il mio mezzo di comunicazione preferito. È curioso come riesca a trasformare pensieri caotici in parole ordinate, come se fossi una maga delle lettere che tenta di dare un senso all’assurdo. Dopotutto, chi ha bisogno di gesti e sguardi quando hai un bel foglio bianco su cui scatenare la tua anima? Quindi, se ogni tanto vi sentite persi, strani, sospesi tra cinismo e passione, ricordate: vi capisco benissimo, e il mio logo è lì a ricordarvelo.
- Ultima Poesia: solitudine e connessione
Una riflessione sulla solitudine e le relazioni moderne, dove restiamo distanti e incapaci di colmare il vuoto interiore. In un mio vecchio articolo ho sottolineato l’importanza della musica, affermando: "La musica ha il dono di attingere alle corde più intime dell'anima, di suscitare emozioni profonde e di trasportarci in mondi lontani. È una forza che può prendere il controllo delle nostre emozioni, guidandoci attraverso paesaggi sonori che ci fanno vibrare, regalandoci momenti di pura magia." La musica va ben oltre il semplice intrattenimento: ha il potere di influenzare le nostre emozioni, stimolare la creatività e stabilire connessioni profonde con gli altri. È un linguaggio universale capace di comunicare direttamente con l’animo umano, creando un legame tra le esperienze personali e la condivisione di sentimenti comuni. Nonostante non mi facciano impazzire le canzoni di questo genere, ascoltando "Ultima Poesia" di Geolier e Ultimo, mi sono resa conto che, pur non essendo il mio stile musicale preferito, il testo mi ha spinto a riflettere su alcuni aspetti della società e delle relazioni interpersonali di oggi. Non si tratta solo di una canzone d’amore o di un addio malinconico, ma piuttosto, credo, di una riflessione più ampia sulla solitudine, sulla paura di aprirsi agli altri e sul senso di disconnessione che spesso accompagna le nostre vite, anche quando siamo circondati da persone. Forse sarà per la mia formazione (liceo classico, tra parafrasi e traduzioni, e una tesi di laurea in semiotica dei media), ma non ho potuto fare a meno di esplorare più a fondo la connessione tra il testo di "Ultima Poesia" e alcune tendenze sociali, culturali ed emotive della società contemporanea. Uno dei temi che mi ha colpito subito è la solitudine. È incredibile come questa sensazione permei le relazioni umane oggi. Crediamo di essere sempre connessi, ma alla fine ci sentiamo più soli che mai. Non è strano? Siamo circondati da persone, interagiamo online con decine di contatti, eppure la solitudine resta lì, sullo sfondo. Il verso "T’annammure pecché nn’vuò stà tu sola, ma staje sola pure si staje cu’mmé" lo descrive perfettamente. Quel bisogno di non sentirsi soli spinge tante persone a cercare relazioni, ma spesso non sono relazioni autentiche. Ci si aggrappa all'altro per riempire un vuoto, ma quel vuoto rimane, perché le fondamenta non sono solide: sono basate sulla paura, sul bisogno di conferme. In questo, emerge la difficoltà di conoscere davvero l’altro. Oggi è così raro riuscire a prendersi il tempo per esplorare a fondo una persona. Spesso ci fermiamo solo alla superficie. Tutto è veloce: emozioni scambiate al volo, pensieri rapidi, ma senza mai andare veramente a fondo. E c’è tanta paura di mostrarsi vulnerabili. È come se preferissimo tenerci a distanza di sicurezza, senza abbattere quei muri che ci separano dall'altro. Ci troviamo spesso a lottare tra il desiderio di essere indipendenti e il bisogno di vicinanza. La società ci spinge verso l’individualismo, ci insegna che dobbiamo essere autosufficienti, ma quando ci innamoriamo, è come se entrassimo in conflitto con questa idea. Come si fa a conciliare l’autorealizzazione personale con il bisogno di un legame profondo? Mi sembra che questa tensione la sentano soprattutto i più giovani, che crescono con l’idea di dover essere sempre forti e indipendenti. Un’altra cosa che trovo davvero interessante è il paradosso della connessione. Da un lato, tutti vogliamo sentirci vicini, evitare la solitudine; dall’altro, anche quando siamo insieme a qualcuno, c’è come una distanza che non riusciamo a colmare. Il verso "Cancella tutte cose, 'o munno nun esiste, però esiste ancora tu" riassume bene questo concetto. È come se, anche quando cerchiamo di staccarci da tutto, l’altro rimanesse comunque lì, ma senza esserci davvero. Oggi ci connettiamo facilmente attraverso uno schermo, ma quella connessione virtuale non riesce mai a soddisfare il bisogno reale di intimità. Sono relazioni fantasma: siamo insieme, ma non ci tocchiamo mai davvero. E poi c’è l’idea della crescita emotiva. Quel verso "Nn'criscimmo maje pecché criscimmo troppo ampresso" è così vero. Crescere troppo in fretta, senza avere il tempo di elaborare davvero le esperienze, spesso porta a non capire cosa vogliamo veramente. Cresciamo, ovvio, ma rimaniamo fragili, con cicatrici che non abbiamo mai davvero affrontato. "Ultima poesia" è un concetto; per me rappresenta una chiusura, una fine. È come se scrivere l’ultima poesia fosse il modo di mettere un punto, di dire addio a qualcosa che non può più essere salvato. Mi sembra un gesto forte, di liberazione, ma anche di crescita personale. È quel momento in cui realizzi che devi lasciar andare, che è il momento di chiudere una porta per proteggerti. Credo che questo brano sia una riflessione profondamente emotiva sulla difficoltà di costruire relazioni significative in una società frammentata e individualistica. L’amore diventa spesso una battaglia contro se stessi, una ricerca disperata di qualcuno che possa salvarci dalla solitudine, ma senza mai riuscire davvero a colmare quel vuoto interiore. Probabilmente gli interpreti potrebbero leggere tutto questo e pensare che non ci ho capito proprio niente. Magari per loro "Ultima Poesia" è solo una storia d'amore come tante altre. Ma d'altronde, la musica ha proprio questo potere: ognuno ci vede qualcosa di diverso, ci legge dentro le proprie emozioni e la interpreta in maniera soggettiva. Ed è forse questo il suo fascino più grande, no?
- Scrematura: il vero colloquio invisibile
C’è un momento nella vita di ogni lavoratore - o futuro lavoratore - in cui ci si trova a sfogliare annunci di lavoro, armato di speranza e un curriculum infallibile. Immagina la scena: tu, con il CV perfettamente formattato, pronto a conquistare il mondo del lavoro. Poi, naturalmente, clicchi su "invia" e ti prepari a essere sommerso da richieste di colloqui. Ma c’è solo un piccolo problema: il tuo curriculum finirà probabilmente nel dimenticatoio, a meno che tu non abbia il “superpotere” di battere la scrematura sistematica. Benvenuto nel fantastico mondo della selezione del personale, dove la meritocrazia è un concetto teorico e il destino del tuo futuro lavorativo può essere deciso in 3 secondi netti da un software, un recruiter distratto o – se sei fortunato – un’intelligenza artificiale che decide se sei più simile a un “dipendente dell’anno” o a un’ombra nel deserto. Il primo passo in questo brillante percorso è, naturalmente, il curriculum: il tuo biglietto per l’oblio. Non dimenticare: deve essere breve, conciso, e possibilmente evitare qualsiasi accenno al fatto che sei una persona reale con passioni o esperienze uniche. No, no, non fare l’errore di raccontare la tua storia! Chi ha tempo per quella? Un CV che sembra un elenco telefonico di competenze tecniche è quello che conta. Certo, speri che qualcuno, con un sorriso accattivante e una tazzina di caffè in mano, lo sfogli con attenzione. Invece, probabilmente sarà un ATS (Applicant Tracking System) ad esaminarlo, ovvero un software dal cuore freddo e insensibile, programmato per scartare chi non ha inserito la parola magica “esperto di Excel (avanzato!)” almeno tre volte. Magari tu sei un genio nel risolvere problemi complessi o nel gestire squadre internazionali... peccato che non abbiano richiesto proprio quella skill. E qui arriva la parte migliore: se, per un caso fortunato o per un’allineamento astrale, il tuo CV viene effettivamente letto da una persona in carne e ossa, hai 7 secondi per fare colpo. Sì, hai letto bene. Sette, numero magico, a malapena il tempo di un respiro profondo. Sei un mago nel sintetizzare anni di esperienza e successi in un colpo d’occhio? No? Peccato. Passiamo al prossimo. Superato il muro del CV? Complimenti! Ma il vero divertimento inizia ora. Ti viene presentato il test Pymetrics, un affascinante gioco di "abilità cognitive e comportamentali". Sì, perché cosa c'è di meglio per valutare il tuo potenziale di carriera che un set di giochini interattivi? Nulla dice "sei il candidato ideale per dirigere la nostra azienda" come premere pulsanti velocemente o ricordare sequenze di colori! È qui che entra in gioco l’algoritmo illuminato: un brillante pezzo di intelligenza artificiale che decide se sei adatto o no per la posizione in base al comportamento "ideale" di chi è già lì. Ah, ma aspetta: chi ha deciso cosa sia "ideale"? I manager! Quegli stessi manager che, casualmente, potrebbero aver promosso il figlio del cugino del loro migliore amico perché, hey, è la persona giusta per la cultura aziendale. Quindi, il tuo successo nel test dipende da quanto riesci ad avvicinarti al comportamento del “dipendente dell’anno”, anche se quel dipendente potrebbe essere lì più per i legami familiari che per il merito. Il bello è che il test è venduto come "oggettivo". Certo, perché misurare quanto velocemente premi un pulsante riflette esattamente la tua capacità di gestire un team o prendere decisioni cruciali in situazioni di crisi. E tu, che magari hai una mente strategica e la pazienza di un monaco buddista, vieni scartato perché il tuo tempo di reazione non era abbastanza veloce. Dopo aver fatto tutto ciò, scommettiamo che stai pensando: "Beh, almeno sono passato attraverso un processo rigoroso, scientifico e meritocratico". Ma qui viene il colpo di scena finale: la scrematura sistematica. Ti piace pensare che la tua candidatura sia stata attentamente valutata? Che qualcuno abbia davvero preso in considerazione il tuo potenziale? Ah, dolce ingenuità. In verità, il tuo CV potrebbe essere stato scartato semplicemente perché il recruiter aveva troppi CV da leggere quel giorno o perché il manager era troppo impegnato a prepararsi per il pranzo di lavoro. O, peggio ancora, hai mancato la finestra di 15 minuti in cui un essere umano era davvero al di là del processo di selezione, tra una riunione Zoom e un caffè al volo. E poi ci sono i cosiddetti criteri invisibili, come "l’energia giusta" o "la capacità di adattamento alla nostra cultura aziendale". Traduzione: speriamo che ti piacciano le gerarchie non dette e che tu sappia chi devi accontentare per sopravvivere. Ah, e ricorda: non importa quante competenze tecniche possiedi o quanto sei bravo nel tuo lavoro, se non riesci a leggere tra le righe di chi conta davvero nell'organigramma, la tua strada sarà in salita. Quindi, alla fine di tutto questo percorso rocambolesco, ti ritrovi con un bel report Pymetrics che ti dice quali sono le tue competenze e le tue aree di miglioramento. Ma c'è una piccola nota amara: il tuo profilo non coincide esattamente con quello del "dipendente dell’anno" (quel ragazzo che ha ottenuto il lavoro perché conosceva qualcuno o apparteneva al “circoletto”). E così, un’altra occasione sfumata, non per mancanza di merito, ma perché il sistema è progettato per favorire chi sa come giocare il gioco, e non chi ha le carte migliori. Ma hey! Almeno hai avuto la possibilità di divertirti con un paio di giochini online, e ti sei allenato a inviare curriculum. Il vero successo, dopotutto, è nel partecipare, no? Ecco a te, benvenuto nel mondo del lavoro del XXI secolo: un intricato mix di algoritmi, scremature rapide e decisioni prese da chi ha il potere di farlo. Non resta che augurarci buona fortuna, perché a volte, nel grande gioco della selezione, è davvero l'unica cosa che conta.














